A Bergamo si discute molto del futuro dell'Accademia Carrara


Tre riallestimenti in sei anni, lunghe chiusure, tante risorse spese e adesso una modifica allo statuto: a Bergamo, il futuro dell'Accademia Carrara. Ma l'attenzione è alta, perché un gruppo di cittadini da tempo dibatte attorno al museo. Costringendo la politica a intervenire.

Nel pomeriggio di lunedì 9 maggio il consiglio comunale di Bergamo ha approvato una modifica dello statuto della Fondazione Accademia Carrara. La Fondazione, creata nel 2015 per gestire l’Accademia, celeberrima istituzione fondata nel 1781 per volontà di Giacomo Carrara e divenuta museo civico nel 1958, vede il Comune di Bergamo come fondatore-promotore (il sindaco della città è anche il presidente della fondazione). La modifica prevedeva l’eliminazione del “comitato dei garanti”, i cui compiti passano al consiglio d’amministrazione, e altre piccole modifiche come l’introduzione di un “General Manager” che affianchi il direttore del museo. Il dibattimento in aula è stato intenso, con diversi commenti critici da parte dell’opposizione: eliminando il comitato dei garanti, di fatto il consiglio di amministrazione deve controllare se stesso. Tanto che il sindaco Giorgio Gori ha commentato: “Non riesco a capire perché la minoranza che in passato ha voluto la Fondazione fatta esattamente in questo modo, ai tempi di Tentorio (ex sindaco, ndr), a titolo di diritto privato, aprendo solo successivamente alla parte pubblica, adesso la pensi diversamente. Prima andava bene, ora ci si lamenta”. In effetti l’assenza di controllo esterno, per le fondazioni a partecipazione pubblica create negli ultimi 15 anni, è la norma: si suppone che il partecipante pubblico controlli quanto accade. Quindi perché una modifica simile ha sollevato i dubbi del centro-destra bergamasco?

Il perché è dovuto al fatto che i giornali locali, di questa modifica e dei rischi connessi, veri o presunti, hanno parlato. Non solo: i giornali locali a Bergamo parlano spesso dell’amministrazione della Fondazione Accademia Carrara. Ne hanno parlato già dal 2016 (la fondazione era stata creata un anno prima), e poi sempre più spesso negli ultimi mesi, fino a questi ultimi giorni. Il merito di questo anomalo interesse dei giornali per questioni di amministrazione culturale va ascritto a un piccolo gruppo di cittadini (o, come li definiscono i giornali, “esponenti del mondo dell’arte e della cultura”) che, dopo aver registrato ristrutturazioni, chiusure e tre consecutivi riallestimenti dell’Accademia tra 2016 e 2022, ha iniziato a organizzarsi, a scrivere ai giornali e raccogliere consensi.

“Siamo un gruppo di cittadini bergamaschi molto preoccupati dalla prospettiva della terza ristrutturazione dell’Accademia Carrara nel giro di soli 6 anni, incluso il periodo di chiusura per Covid”, scrivevano nel dicembre 2021. “I fatti: nel giugno del 2008 la Carrara viene chiusa e iniziano i lavori di ristrutturazione. Dopo 7 anni di tormentatissimo cantiere, la Pinacoteca viene riaperta il 23 aprile 2015 (con lo slogan: 100 opere in più!), per essere poi in tempi recenti ulteriormente risistemata e anche spogliata di 54 quadri mandati a Shangai con un compenso piuttosto modesto. Nel 2021 viene deliberato un ulteriore progetto di ristrutturazione: dopo aver constatata l’impossibilità di reggere i costi di gestione, viene prevista una spesa di 700mila euro per il riallestimento interno, più 1.5 milioni di euro per la ristrutturazione esterna e 590mila per il giardino. Il Progetto riduce gli spazi dell’esposizione museale al solo secondo piano, con 250 opere esposte invece delle attuali 500, lasciando il primo piano per esposizione a rotazione delle altre opere o eventuali mostre temporanee”. Proseguivano poi accusando di logiche “da supermarket”, o “mercantilismo”. È possibile leggere la lettera qui. I firmatari erano persone note in città, tanto che sia il sindaco sia la dirigenza della fondazione hanno dovuto rispondere nel merito alle critiche, a mezzo stampa.

Bergamo, la facciata dell'Accademia Carrara
Bergamo, la facciata dell’Accademia Carrara

I dati importanti riguardo questa vicenda sono due. Il primo è che l’Accademia dopo aver speso per una ristrutturazione “di allargamento”, sta ora spendendo per una ristrutturazione “di ridimensionamento”, dopo pochissimo tempo. Scelta criticata dal comitato scrivente ma non da tutti. Andrea Rossetti su PrimaBergamo parlava ad esempio di una presa di coscienza, sostenendo che “così come è stata concepita, la ’nuova’ Carrara, quella post riapertura, non sta in piedi” e ricordava che “quando, il 24 aprile 2015, si tenne una grande festa per la riapertura del primo e più importante museo cittadino, le attese erano altissime. Era l’anno dell’Expo a Milano e Bergamo sognava in grande. Del resto, dopo sette anni di lavori, contrattempi, battaglie politiche e costi lievitati a dismisura (la stima iniziale era di 3,2 milioni di euro, alla fine ne sono stati sborsati circa dodici), la nostra città poteva finalmente presentare al mondo la punta di diamante della sua offerta culturale. Eppure le cose non sono propriamente andate come si sperava: Bergamo si è aperta al mondo, diventando una città turistica a tutti gli effetti, ma l’Accademia non è mai davvero decollata”. Il secondo dato è che in una settimana, nel dicembre 2021, i 50 firmatari della lettera, scritta da Diego Bonifaccio e Donatella Esposti, erano diventati 108. Seppur la maggioranza cittadina è rimasta compatta dietro al sindaco, è chiaro che qualcosa si sta muovendo, dopo 15 anni di aperture a singhiozzo.

Si arriva così al 2022, con Bergamo (e Brescia) Capitale Italiana della Cultura 2023 alle porte: ai 3,2 milioni investiti, in buona parte dalla regione Lombardia, per la ristrutturazione delle aree verdi e delle sale interne, se ne aggiungeranno altri fino ad arrivare a 7 milioni entro il 2023. Il voto del consiglio comunale di lunedì si inserisce in questo contesto. Con un altro elemento: la donazione di Mario Scaglia, una delle più importanti collezioni numismatiche al mondo, alla Fondazione (e, si badi, non al comune) che vincolerà l’Accademia ad esporla, introducendo una ulteriore modifica al percorso espositivo.

Avremo quindi, racconta l’Eco di Bergamo, un’Accademia Carrara con minore spazio espositivo, un parco ristrutturato (che sarà intitolato a PwC, una società di consulenza e socia della fondazione, nonostante i soldi per ristrutturarlo siano in larga parte della Regione) con un bar/ristorante e uno shop, che sarà possibile attraversare anche senza entrare nel museo, maggiore spazio per mostre temporanee (anche legato allo spostamento della Gamec nel vicino palazzetto dello Sport), e maggiore spazio per la storia dei donatori passati e, naturalmente, contemporanei. 

Per quanto riguarda la governance, non cambia molto: il sindaco resta il presidente e il consiglio d’amministrazione resta composto in maggioranza da rappresentanti di aziende e enti privati (caso rarissimo nelle fondazioni culturali a partecipazione pubblica italiane): semplicemente, con lo scioglimento del collegio dei garanti (che tra le altre cose aveva la possibilità di sciogliere la Fondazione), e la possibilità per il CdA di scegliere autonomamente i criteri per cui si possa diventare partner della fondazione (e quindi esprimere un membro del CdA stesso) l’operato della dirigenza della Carrara sarà meno controllato. Qualcosa, in qualche modo, in continuità con le intenzioni del sindaco-presidente che già nel 2016 rispondeva alle prime critiche lavandosene le mani (“è possibile che i 75 firmatari non si siano accorti che la gestione della Carrara è stata affidata ad una Fondazione composta a maggioranza da privati?”) e che oggi assicura, per giustificare la modifica dello statuto, che “la parte pubblica e privata non sono mai entrate in conflitto e le scelte sono sempre avvenute all’unanimità”. Il che è curioso, avendo le due parti interessi diversi: il socio privato ha, giustamente, la necessità di avere un ritorno d’immagine o economico dalla sponsorizzazione, mentre la parte pubblica dovrebbe garantire la migliore fruizione possibile alla cittadinanza. 

Ma anche questa “unanimità” capita in molte fondazioni pubblico-private italiane, in questa fase storica. Ciò che invece capita meno è un dibattito cittadino riguardo a simili scelte. A Bergamo questo dibattito c’è, e proseguirà: il comitato ha organizzato un’assemblea pubblica il 10 giugno, invitando la dirigenza della Fondazione e l’Amministrazione.


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Leonardo Bison

L'autore di questo articolo: Leonardo Bison

Dottore di ricerca in archeologia all'Università di Bristol (Regno Unito), collabora con Il Fatto Quotidiano ed è attivista dell'associazione Mi Riconosci.


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