A che cosa serve la storia dell'arte?


Un articolo sulla funzione della storia dell'arte: a che cosa serve l'arte? Federico prova a dare la sua risposta facendo alcuni esempi concreti.

Mais ne conviendrez-vous pas que
la Peinture est également inventée pour l’agrément et pour l’utilité?

(Ma non siete d’accordo che la pittura
è stata inventata sia per il piacere che per l’utilità?)1
Étienne La Font de Saint-Yenne

Ultimamente si ha l’impressione che l’arte (e in particolare l’arte antica) si sia ridotta a puro intrattenimento, a un mero divertissement per gente acculturata (anche se non sempre è vero questo assunto, cioè che solo le persone colte si interessino all’arte) che trova nell’arte e nella storia dell’arte un mezzo di evasione che non richiede alcuno sforzo per comprendere i messaggi che le opere d’arte ci vogliono fornire. E solitamente, se facciamo un giro su forum dove si parla di arte (a dire il vero sempre più rari) o su Facebook, noteremo che se si parla di un’opera d’arte antica, la maggior parte dei commenti sarà incentrata sul valore “estetico” di quell’opera, sulle reazioni immediate che suscita in chi la ammira.

Più che un’impressione, una certezza: la lettura delle opere d’arte antica sembra fermarsi a un livello di “bello-brutto-meraviglioso-ecc.” che da un certo punto di vista si può ovviamente comprendere (sono il primo a dire che l’arte regala emozioni ed evidentemente se di fronte a un dipinto non provassi queste sensazioni, forse non starei neanche qui su Finestre sull’Arte insieme a Ilaria e agli altri ragazzi del team a raccontare l’arte), ma si tratta di un piano di lettura che porta di conseguenza all’altra faccia della medaglia, ovvero il rivolgere tutte le attenzioni verso quei pochi e conclamati “capolavori-star” gettando nell’oblio una moltitudine pressoché sterminata di opere d’arte meritevoli della stessa attenzione che si dedica solitamente a un Caravaggio, un Michelangelo, un Raffaello e via dicendo.

Ma non è di questo che voglio parlare: ritorniamo alla lettura dell’opera d’arte. Vorrei pertanto partire da alcune considerazioni di Tomaso Montanari esposte nel convegno Conoscere l’arte per difenderla meglio2 e nel suo libro A che cosa serve Michelangelo?, a cui varrà comunque la pena dedicare un articolo prossimamente. Montanari dice che l’arte "serve alla pubblica utilitas, serve al bonum commune (al “bene comune”, diremmo oggi), serve all’universale"3. La storia dell’arte quindi serve a tutti, serve per istruire e per educare, serve per trasmetterci messaggi e per renderci cittadini e uomini migliori.

Ci si chiederà però in quale modo, fattivamente, l’arte possa arrivare a ottenere l’obiettivo di servire alla pubblica utilitas. Per esplicitare questo concetto (io sono fermamente convinto che l’arte sia di tutti e che per comprenderla non debbano esistere barriere di linguaggio, di percorso di studi o via dicendo perché chiunque è tenuto a entrare in contatto con l’arte, specie quella antica) vorrei proporre qualche esempio concreto partendo proprio dall’attualità e da quell’artista che forse più di ogni altro riesce a catturare l’attenzione del grande pubblico, ovvero Leonardo da Vinci.

La Battaglia di Anghiari (tralasciando ogni riferimento alle vicende che ultimamente riguardano l’opera) ci presenta una zuffa a cavallo tra soldati milanesi e fiorentini a raffigurare lo scontro avvenuto nel 1440: i volti dei soldati sono quasi deformati dall’ira che gli uni esprimono nei riguardi degli altri, un’ira che li fa assomigliare più ai due cavalli che si mordono che a degli esseri umani. Questo perché per Leonardo la guerra è una “pazzia bestialissima”4 ed essendo tale non può far altro che far assomigliare gli uomini alle bestie. Ne ricaviamo pertanto l’immagine di un Leonardo che con la sua opera vuole esprimere la propria contrarietà alla guerra, e anche se ciò potrebbe ad alcuni apparire eccessivo, l’arte ha comunque il merito di veicolare un’idea e soprattutto di stimolare una discussione su argomenti che possono anche essere di attualità.

Prendiamo poi, per esempio, il David di Michelangelo Buonarroti, forse l’esempio più elevato della banalizzazione dell’arte, un’opera che oltre a essere un capolavoro di abilità tecnica (Michelangelo lo tirò fuori da un grossissimo blocco di marmo già sbozzato e davanti al quale si erano arresi due scultori che tentarono di realizzare il David partendo da quel blocco, Agostino di Duccio e Antonio Rossellino) e di una bellezza difficilmente superabile (durante l’orazione funebre di Michelangelo nel 1564, Benedetto Varchi sostenne che il David aveva superato ogni scultura della Roma antica5), si tratta anche di un’opera che si fa portatrice di elevati valori civili e morali.

Questo perché il David, terminato in un periodo in cui Firenze (dopo la cacciata dei Medici) era diventata Repubblica, aveva finito per trasformarsi in simbolo stesso della Repubblica e della libertà che vince contro la tirannia. E una tale “trasformazione” era possibile perché “probabilmente il maggior simbolo di libertà di quel periodo era il pastore uccisore di Golia e salvatore del suo popolo, il giovane Davide con la sua fionda”6. Il David è quindi la libertà che vince contro i nemici e gli oppressori e in questo caso la storia dell’arte serve a esprimere e condividere un altissimo valore.

Si potrebbe dire che è facile trovare significati in opere così note e celebrate... ma anche dipinti o sculture minori (e poi perché limitarsi ai dipinti o alle sculture? Anche opere di oreficeria, mobilia, tessuti... ) hanno da dirci qualcosa. Come ultimo esempio prendo un’opera che mi è geograficamente vicina. Percorrendo il tratto di Aurelia tra Castelnuovo Magra e Sarzana si nota sulla sinistra una chiesa piccola, dalla facciata sobria, una chiesa che, vista così, potrebbe non dire niente ma che in realtà custodisce uno dei maggiori capolavori del Seicento ligure, San Lazzaro che chiede alla Madonna la protezione per la città di Sarzana di Domenico Fiasella.

Questo dipinto ci racconta il modo in cui secoli fa l’arte serviva per farsi carico delle angosce dell’uomo che si rivolgeva alle entità soprannaturali (nel nostro caso la Madonna) per ottenere benefici (qui, protezione per la città di Sarzana), e l’arte era considerata una sorta di mezzo per arrivare a Dio, alla Madonna, ai santi e via dicendo. E se anticamente il ruolo del dipinto era questo (e sicuramente lo sarà ancora al giorno d’oggi per chi ci crede), oggi quest’opera è diventata testimone di un modo di vivere, testimone di un’epoca, del modo di pensare di una civiltà (dato che questi dipinti offerti in voto alle divinità venivano prodotti molto spesso): l’arte serve quindi a mantenere viva la memoria di una cultura antica... e nessuno ci vieta di fare paragoni con la cultura attuale.

Potremmo continuare per ore a elencare opere, perché ogni opera ha qualcosa di diverso da raccontare e ogni opera ha una sua funzione e un suo scopo, e sarebbe semplicistico pensare che l’unico scopo di un’opera d’arte antica sia quella di procurare diletto a chi la osserva. Anche comprendendo a che cosa serve la storia dell’arte noi possiamo contribuire a salvarla, perché comprendendo l’arte assorbiamo automaticamente anche il rispetto per l’arte, condizione necessaria per la sua tutela e la sua difesa, e finché mancherà questo assisteremo sempre più alla banalizzazione di pochi capolavori e allo stesso tempo al totale disinteresse nei confronti di un’arte snobbata dai più ma che costituisce una parte importante e imprescindibile del nostro panorama culturale. Ho voluto scrivere questo post pochi giorni dopo l’apertura del nostro sito un po’ anche per rendere chiari gli obiettivi di Finestre sull’Arte e per rendere manifesto il senso del nostro lavoro.


Note

1. Étienne La Font de Saint-Yenne, Sentiments sur quelques ouvrage de Peinture, Sculpture et Gravure, 1754
2. L’intero intervento di Tomaso Montanari si può trovare a questo link
3. Minuto 00’56" del video
4. Leonardo da Vinci, Trattato della pittura
5. Abbiasi Roma il suo Marforio, tengasi Roma il suo Tevere, vantisi Roma o la Grecia del suo Apollo, del suo Laocoonte e del suo Nilo di Belvedere, glorisi de’ suoi giganti di Montecavallo, stimisi bella, chiamisi ricca, riputisi felice, predichisi beate de’ suoi archi, delle sue colonne di Traiano, delle sue statue e de’ suoi colossi. Tolgasi finalmente tutte le sue sculture, e lasci a noi il nostro Davitte solo, ché Roma arà maggiore cagione d’invidiare Firenze, che Firenze di portare invidia a Roma, e l’Arno tanto sarà maggiore del Tevere suo fratello, rispetto alla gloria di queste arti, quanto egli è minore per rispetto dell’onde. (Benedetto Varchi, Orazione funerale di M. Benedetto Varchi. Fatta e recitata da Lui pubblicamente nell’essequie di Michelagnolo Buonarroti in Firenze, nella Chiesa di San Lorenzo. Indirizza al molto MAg. & Reverendo Monsignore M. Vincenzio Borghini Priore degli Innocenti, Firenze, Giunti, 1564
6. Charles Seymour Jr., Michelangelo’s David: a search for identity, University of Pittsburgh Press, 1967

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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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