L'ombra di Caravaggio? Di Caravaggio manco l'ombra


Il film su Caravaggio di Michele Placido? Dal punto di vista storico-artistico, il solito, trito polpettone di cappa e spada coi tipici cliché: Caravaggio bello e dannato, che dipinge le meretrici e manda la Chiesa su tutte le furie. L’arte? Un pretesto narrativo. Solo un elemento si salva.

CAPOLAVORO. C’è solo questa parola, definitiva e indelebile, per definire il nuovo film dedicato a Michelangelo Merisi da Caravaggio dal genio di Michele Placido. Tutto è perfetto: la Roma sbrindellata e triviale del primissimo Seicento, il profluvio d’insulti, bestemmie a mezzi denti, sangue, culi, falli posticci e urla degli inquisitori scandalizzati e purissimi, servi integerrimi di Santa Madre Chiesa che obbediscono marziali a Cardinali dissoluti e lascivi, appassionati d’arte nel migliore dei casi (come l’imbelle Scipione Borghese), sodomiti nel peggiore (il satiresco Francesco Maria del Monte). Scamarcio poi è Caravaggio redivivo: passionale e appassionato, non nega a nessuno la piacevolezza del suo corpo, siano essi uomini, donne o fanciulli. E, nei suoi transiti nelle prigioni pontificie, incontra, stupisce e conquista un umanissimo Giordano Bruno, che rimette nelle sue mani il suo spirito quasi come in quelle d’un prete: ma forse Scamarcio/Caravaggio è quasi più, d’un prete. Lui Dio lo sente, lo ama, lo cita, nel recitare a memoria passi dei Vangeli a ogni crocicchio, con il gioviale Filippo Neri, incarnato in una figura a metà strada tra Fra Tuck e Fantozzi. E sì che la vicinanza agli ambienti oratoriani sarebbe stata un bel modo di spiegare tante scelte e tanti cambiamenti della Roma sobbollente all’inizio di quel secolo terribile che fu il Seicento. E invece l’eversione ideale e artistica viene qui affidata impropriamente alla scenetta dedicata al sensuale bacio omoerotico praticato dal Merisi in chiesa, dopo aver biascicato versetti a caso davanti alla sua propria tela napoletana del Cristo alla colonna, appollaiato sull’altare e quasi in deliquio mistico.

I bambini, ma anche gli adulti, fanno tutti insieme OH grande, quando si disvela il trucco: Caravaggio dipinge le puttane dal vivo! Mamma mia, ma allora è vero quello che si mormora nei quadrivi e negli angiporti! Persino il tableaux vivant della Morte della Vergine era riuscito più carino a Italia’s Got Talent, per non parlare della Crocifissione di Pietro, dove il pazzerello Pierone l’Accattone viene issato da un giocondo Onorio Longhi in maniera davvero poco “plastica”. Ma poi, sul serio? Ma pure la Marchesa Costanza Sforza Colonna doveva possedere questo stallone bisex? Ma perché? PER QUALE DIAMINE DI RAGIONE? Forse la stessa ragione che spinge il Placido a nascondere l’Amor Vincitore nel sottoscala bujo della Galleria Giustiniani, in barba a inventari, Guide, documenti che raccontano come il dipinto fosse “velato” da una raffinata tendina e non certo “nascosto” da uno straccio nel sottoscala perché si vedeva un pisello nudo (non si capisce poi in virtù di quale privilegio Giovanni Baglione si potesse introdurre nelle stanze del Principe Giustiniani, lui assente, ma vabbè… dettagli).

Degno dei Monty Python (senza voler offendere i Monty Python) il trio comico Francesco Maria Del Monte-Scipione Borghese-chierico a caso che se la ghignano per le parolacce dette in loco sacro dal Merisi all’indirizzo del Baglione (ma non doveva esserci Zuccari, allora Principe dell’Accademia di San Luca?), per poi segnarsi subito dopo come gli scolaretti a scuola dalle suore che guardano le copertine sconce dall’edicola di fronte alla chiesa. Patetico.

Non devo neanche dire (lo si fiutava già dalle entusiastiche recensioni preventive) che il leitmotiv è “Caravaggio dipinge le puttane al posto della Madonna” e la chiesa non vuole, proprio no, perché poi alla gente va in tilt il cervello. Frase che viene ripetuta (ho già detto che dipinge le puttane?) trenta o quaranta volte. Ovviamente Michele lo fa perché ha un animo che si fonde con la terra e con il dolore, è una specie di Angelo del Signore (come difatti - ma vedi Placido che ce semo capiti? – lo chiama la sua prostituta preferita, che impersona dalla Maddalena Pamphilij a Maria trapassata). Diciamo che se ci fosse tornato, a Roma, Caravaggio sarebbe stato un novello Pietro e su quella pietra avremmo fondato una nuova chiesa. A poco vale che si sappia perfettamente perché la Madonna del Serpe non sia stata sul suo altare a lungo, che al buon Carlo Saraceni (chiamato a sostituire la Morte della Vergine di Merisi alla Scala) sia stato riservato un primo analogo rifiuto, che tra il 1600 e il 1605 Caravaggio sia una vera e propria star (sicuramente sregolata, come molte star, ma non più d’altre) con committenze come quella di Tiberio Cerasi, i Vittrice (a proposito…tutti a nominare sta Vallicella come refugium peccatorum dove gli scappati recitavano a memoria il Vangelo, ma perché non dirlo, che nel 1603 Caravaggio dipinse proprio lì la clamorosa Deposizione vaticana?), i Massimi, il ricco banchiere Costa, oltre ai soliti Del Monte e Giustiniani.

Riccardo Scamarcio interpreta Caravaggio nel film L'ombra di Caravaggio
Riccardo Scamarcio interpreta Caravaggio nel film L’ombra di Caravaggio

Caravaggio, come al solito, resta sullo sfondo. Il suo mondo, resta sullo sfondo. L’arte e il suo ruolo comunicativo in un secolo complicato, restano sullo sfondo. Di fatto Merisi e i quadri sono un diavolo di pretesto, un escamotage storico-narrativo per raccontare una vicenda truculenta di cappa e spada, sesso e violenza, niente più e niente meno. Un mero nome acchiappa-utenti, sul quale costruire un film senza pretese e senza idee (o meglio, con idee ormai così trite e ritrite da essere riassumibili in qualche millisecondo su internet) che non è più neanche fiction.

È solo noia e abuso. Cioè, per carità, volete farlo er filmetto in romanesco su Caravaggio? L’avete fatto, però nun statelo a spaccià pe’ ‘n capolavoro! Del banalissimo e veramente ridicolo filmaccio di Placido si salva l’espediente narrativo dell’algido inquisitore inviato dal Papa a far luce sull’opzione di graziare il pittore. Oddio, si salva se avete pietà per il vostro cervello e uscite dalla sala una decina di minuti prima che costui dichiari Merisi una specie di Galileo Galilei della pittura, gli chieda un’abiura al dipingere i plebei in vece dei santi e delle madonne (solo lui lo faceva eh! Gli altri tutti a ritrarre la Madonna vera) che lo Zorro del pennello naturalmente rifiuta con sdegno e, infine, lo stordisca con una mazzata al cervelletto solo per farlo poi sgozzare dai bravacci dei Tomassoni, che si era scarrozzato preventivamente fiutando l’irreprensibilità del Caravaggio. Se invece, come me, avete molto peccato e siete rimasti incollati allo schermo sino alla fine, sarà meglio che recitiate almeno 10 Ave Maria e 5 Pater Noster prima di andare a dormire, perché sono sicuro che la bestemmia vi è sfuggita.

Poesia, ma che dico, CINEMA! Come non se ne vedeva da tempo. E come spero di non vederne MAI PIÙ. In effetti, di Caravaggio qui non si vede manco l’Ombra.

*tralascio volutamente gli “errori” di date (la Medusa che era a Firenze – documentata in casa Medici – dal 1598 etc.), proprietà, committenze e dati diciamo storico artistici, perché credo che un film / fiction non abbia il dovere di rispettarli tutti al millimetro. Di non tradire il soggetto, però, questo sì. Surreale, infatti, che in una intervista Michele Placido/Cardinal del Monte asserisca “L’unica cosa di cui non siamo sicuri è di come è morto Caravaggio.” Ma dico io, ma il buon gusto di dire “qualcosa ce lo siamo acconciato per esigenze di scena” no? Eddai, Michè. BUON GUSTO! Ah no, già. Se fai un film del genere per vendere biglietti con l’espediente del nome di Caravaggio evidentemente il buon gusto non è contemplato.


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