Perché la Ferragni agli Uffizi vi ha fatto indignare molto più che D&G a Palazzo Vecchio?


La visita della Ferragni agli Uffizi ha scatenato un'enorme ondata d'indignazione. Dell'occupazione di Dolce e Gabbana a Palazzo Vecchio invece hanno parlato pochissimi, e tutti dopo l'evento. Perché?

Intanto, i dati: oggi, 23 settembre 2020, chi prova a cercare su Google “Chiara Ferragni” e “Uffizi”, otterrà più di centomila risultati. Chi invece cerca informazioni su “Dolce e Gabbana” (o “Dolce & Gabbana”) e “Palazzo Vecchio”, si troverà di fronte ad appena quindicimila risultati. Un semplice dato empirico che dimostra come la visita della nota influencer cremonese agli Uffizi abbia attirato l’attenzione in una proporzione di dieci volte maggiore rispetto alla sfilata di moda dei due stilisti siciliani a Palazzo Vecchio.

Poi, i fatti: Chiara Ferragni, lo scorso 17 luglio, si è recata alla Galleria fuori dall’orario d’apertura al pubblico (e quindi a museo chiuso) per un servizio fotografico, e il suo committente, la rivista Vogue, ha pagato agli Uffizi quanto dovuto per l’occupazione delle sale. Dolce & Gabbana hanno invece riservato per sé Palazzo Vecchio, per tredici giorni, costringendo il museo a chiudere al pubblico per otto giornate, in modo da organizzare al meglio la sfilata in programma per il 2 settembre, con tutti gli annessi e connessi del caso (cocktail, cena di gala nel Salone dei Cinquecento, visite private per gli ospiti di D&G e via dicendo). E senza che il Comune abbia preteso il canone di concessione per gli ambienti monumentali: tutto gratis in ragione del fatto che l’evento veniva “fatto proprio dalla Giunta Comunale in virtù della stretta inerenza dello stesso con le funzioni istituzionali del Comune”. Non solo, D&G hanno ricevuto anche altri benefit: lo sconto del 50% sul canone di occupazione di suolo pubblico, il permesso di accesso e sosta nella ZTL gratuito, l’esenzione dagli importi dovuti per le prestazioni della Polizia Municipale per garantire sicurezza e fluidità alla circolazione, e anche la gratuità dell’eventuale partecipazione del Corteo Storico della Repubblica Fiorentina (partecipazione poi uscita dall’alea dell’“eventualità”, dacché il Corteo Storico ha effettivamente allietato gli ospiti della casa di moda prima della sfilata).

Chiara Ferragni agli Uffizi
Chiara Ferragni agli Uffizi


Chiara Ferragni agli Uffizi
Chiara Ferragni agli Uffizi


Dolce e Gabbana a Palazzo Vecchio
Dolce e Gabbana a Palazzo Vecchio


Dolce e Gabbana a Palazzo Vecchio
Dolce e Gabbana a Palazzo Vecchio

Infine, la percezione: la presenza della Ferragni agli Uffizi ha scatenato, per usare il linguaggio gergale di Ninja Marketing, una “violenta shitstorm sotto la foto degli Uffizi e si sono sprecati post sui vari social attaccando la Ferragni, quello che secondo i commentatori rappresenta e come svaluti l’opera d’arte”, il tutto “condito dalla comune minaccia di un defollow immediato all’account del museo”. La nota rivista di marketing ha riassunto alcuni dei motivi per i quali la Ferragni è stata attaccata: “viene deprecata la sua attività, la sua bellezza, viene sminuita lavorativamente, viene indicata come non rappresentativa della bellezza italiana e l’intera operazione (ammesso che si possa davvero parlare di operazione) indicata come controproducente”. Gli Uffizi non sono stati risparmiati (anzi: gli addetti ai lavori che hanno scritto per stigmatizzare l’operazione se la sono presa più col museo che con Chiara Ferragni), e sono stati accusati di svilirsi, di snaturarsi, di banalizzare le opere della propria collezione. Naturalmente c’è chi ha invece apprezzato l’operato del museo, ma il punto che mi preme sottolineare è piuttosto la vastità dell’eco raggiunta dalla notizia, dacché sulla visita della Ferragni agli Uffizi hanno scritto in tantissimi e l’accadimento ha persino travalicato i confini nazionali: se n’è parlato su Forbes, sul Telegraph, su El Mundo, sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, e su diverse altre testate mondiali. E spesso per rimarcare come la sua presenza abbia sollevato feroci polemiche. Polemiche che, occorrerà ricordarlo, non sono state confinate nel ristretto novero delle cerchie di settore, ma sono diventate trasversali: “Chiara Ferragni agli Uffizi” è stato l’argomento che, per alcuni giorni, ha tenuto banco nei dibattiti culturali sui quotidiani e sui social.

Niente di tutto ciò è invece accaduto per Dolce & Gabbana a Palazzo Vecchio. Anzi, all’inizio neppure gli addetti ai lavori hanno raccolto la segnalazione lanciata dalla nostra rivista (unica tra le testate giornalistiche a criticare in anticipo le intenzioni della maison di moda) e da alcuni esponenti dell’associazionismo locale: gli scarsissimi moti d’indignazione son tutti arrivati ex post, a sfilata ampiamente conclusa, quando Domenico Dolce e Stefano Gabbana avevano probabilmente già lasciato Firenze. Eppure appare piuttosto evidente la somma disparità tra le due situazioni: da una parte un’azienda privata che adopera una testimonial a museo chiuso, pagando l’istituto per il disturbo. Dalla parte opposta, un’altra azienda privata che ha occupato per tredici giorni un palazzo ch’è sede d’un museo pubblico e del municipio fiorentino, obbligando i visitatori a rimanere alla porta (con buona pace di chi aveva magari da tempo programmato il viaggio a Firenze), facendo chiudere per qualche ora anche piazza della Signoria, e tutto regalato. Eppure, il primo caso ha suscitato un’enorme ondata d’indignazione, durata per giorni e giorni, mentre il secondo è rimasto argomento di discussione che s’è esaurito nel giro di poche ore e ha interessato giusto i canali di comunicazione del settore dei beni culturali. Addirittura, tanti esponenti dell’ambiente che hanno scritto su Chiara Ferragni, hanno forse pensato che non fosse il caso di dedicare due righe anche all’occupazione, ben più duratura e fastidiosa, di Dolce e Gabbana.

E fughiamo pure eventuali obiezioni sul fatto che Dolce e Gabbana abbiano “dato da lavorare” e abbiano “fatto promozione alla città”, dal momento che avrebbero potuto farlo tranquillamente senza occupare Palazzo Vecchio (senza calcolare che, peraltro, anche la Ferragni ha “dato da lavorare” e “fatto promozione alla città”). O, se proprio era necessario che la sfilata si tenesse nel Salone dei Cinquecento perché si reputa che Palazzo Vecchio e Firenze abbiano bisogno di promozione (che è del tutto legittimo), il Comune avrebbe potuto quanto meno far pagar loro il canone di concessione, lo stesso che ha fatto corrispondere, la settimana dopo, alla Ferrari (che ha fatto parimenti chiudere Palazzo Vecchio, anche in questo caso nel disinteresse generale). Se i casi di Chiara Ferragni e D&G dovessero esser messi a confronto, non vedo come si debba recriminare alla prima qualcosa che invece non si possa imputare ai secondi.

La vicenda suggerisce dunque alcuni spunti di discussione. Perché in tanti non hanno perdonato un servizio fotografico di Chiara Ferragni a Uffizi serrati, mentre invece si sono chiusi abbondantemente gli occhi sulla calata di D&G a Palazzo Vecchio? Perché, nonostante gli intenti dei due stilisti fossero stati resi noti prima che il Comune deliberasse la concessione (gratuita) degli ambienti monumentali di Palazzo Vecchio, nessuno nel nostro settore ha ritenuto doveroso scrivere del caso per tempo? Possibile che sia sfuggito a tutti e che anche i commentatori pronti a stracciarsi le vesti se in un museo pubblico c’è una lampadina avvitata male non lo abbiano ritenuto meritevole d’attenzione? Possibile che occorreva parlarne solo quando gli operai avevano già finito di smontare le scenografie della sfilata? Perché il moto d’indignazione che ha travolto Chiara Ferragni ha solo sfiorato a malapena Dolce & Gabbana?


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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