Canova a Carrara è un flop: una mostra senza senso, tra gessi, peep show, riproduzioni mignon e videoproiezioni


Recensione della mostra “Canova. Il viaggio a Carrara” (Carrara, Museo CARMI, dal 1° agosto 2019 al 10 giugno 2020)

Da lunga data andiamo ripetendo, su queste pagine, che il mero consuntivo dei visitatori non dovrebbe essere il metro col quale misurare il buon esito d’una mostra. Allo stesso modo, ci siamo sempre astenuti dal valutare la riuscita d’un’esposizione sulla base del rapporto tra visitatori e investimenti, e questo per un motivo semplice: l’eco d’una mostra, quando sostenuta da un progetto serio, quando opportuna e quando scientificamente inappuntabile, può risuonare vivida e forte ben oltre il giorno del finissage. Perché una buona mostra produce un risultato, in termini d’allargamento e avanzamento delle conoscenze e di costruzione delle basi per progetti futuri, che è quasi sempre destinato a durare nel tempo. Quando però s’ha la ventura di valutare eventi come Canova. Il viaggio a Carrara (Carrara, Museo CARMI, dal 1° agosto 2019 al 10 giugno 2020), si rimane doppiamente spiazzati, dacché tocca intanto comprendere se ci si trova dinnanzi a un’occasione d’approfondimento culturale o a un prodotto d’intrattenimento, e poi occorre trarre tutte le valutazioni del caso, una volta stabilito in quale categoria incasellare l’inusitata manifestazione, che, in questo caso, in effetti si colloca a metà tra la mostra (della quale serba alcune delle condizioni di base: la presenza d’opere d’arte, un percorso diviso per sale, gli apparati esplicativi, il catalogo) e lo spettacolo multimediale à la page, di quelli tanto in voga negli ultimi tempi, e che prevedono il vasto impiego di proiezioni, filmati emozionali e colonne sonore siglate da musicisti di richiamo, e il ricorso a una voce narrate che sia familiare ai più (nel nostro caso, quella di Adriano Giannini, scelto per accompagnare il pubblico nel racconto tra le sale).

Volendo catalogare Canova. Il viaggio a Carrara nel novero delle mostre, potrebbe riuscir difficile muovere critiche all’organizzazione per il solo fatto che, in sei mesi, la rassegna abbia raggranellato la grama cifra di cinquemila e quattrocento visitatori, tra paganti e gratuiti. Intanto, a sfavore dell’evento ha giocato il fatto che la mostra carrarese sia rimasta stritolata tra almeno tre importanti occasioni espositive dedicate ad Antonio Canova, e peraltro tutte originali: quella del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, volta a esplorare le relazioni tra Canova e l’antico, quella del Museo di Roma in Palazzo Braschi, che ha invece indagato il rapporto di Canova con Roma, e la mostra delle Gallerie d’Italia di piazza Scala, che ha proposto un inedito confronto tra il genio di Possagno e il suo rivale Bertel Thorvaldsen. Una mostra come quella di Carrara, che al contrario delle altre appena menzionate non proponeva nessuna novità, né dal punto di vista scientifico (fatta ovviamente eccezione per il ritrovamento d’un documento che attesta una fornitura di marmi a Canova: è certo importante per gli studî, ma sospetto che non rappresenti esattamente quel genere di scoperte capace di radunare torme di trepidanti visitatori fuori dagl’ingressi del museo), né per quanto concerne la proposta al pubblico, dato che si perde il conto delle mostre che, nella sola Carrara, son state dedicate negli ultimi tempi ai gessi di Canova (e questo perché da anni la gipsoteca dell’Accademia di Belle Arti aspetta di trovare una sistemazione definitiva, che forse, finalmente, s’intravede all’orizzonte: ma questa è una divagazione che esula dai temi della rassegna del CARMI). Naturale dunque che gli attesi visitatori da ogni angolo del paese, volendo approcciarsi all’arte di Canova, abbiano scelto eventi di superiore levatura: e se per Carrara si sia trattato d’avversità della sorte (a mia memoria, non ricordo un periodo che abbia visto la presenza quasi contemporanea di tre grandi e importanti mostre su Canova, tanto più che non si celebrava alcuna ricorrenza) o di cattiva programmazione (dal momento che di eventi come quelli di Roma, Milano e Napoli si sa con largo anticipo), sarà oggetto d’appassionati dibattiti in città. Il risultato della mostra carrarese, pertanto, sarebbe stato magro anche qualora si fosse trattato d’una rassegna nuova e interessante, dato che, per budget e mezzi a disposizione, il CARMI non può competere coi tre soggetti di cui s’è detto, e chi ha programmato la mostra (qualora di cattiva programmazione e non di sfortuna si sia trattato) avrebbe dovuto saperlo.

Un flop, dunque, che a ben vedere potrebbe esser motivato da ragioni contingenti: il problema, tuttavia, risiede anche (e forse per larga parte) nella mostra in sé. Per cominciare, Canova. Il viaggio a Carrara ha visto l’esposizione d’un ristretto nucleo di gessi canoviani dalla locale Accademia di Belle Arti (cinque in totale), per l’occasione spostati di qualche centinaio di metri e imbellettati con la stessa congerie d’ammennicoli multimediali che s’era vista l’anno prima per Magister Canova a Venezia, prodotta dalla stessa società che ha organizzato lo show apuano. Solo, a Carrara è stato tutto ridotto in piccolo, per adattare l’evento agli spazî di Villa Fabbricotti, drasticamente minuscoli se confrontati a quelli della Scuola Grande della Misericordia, dove s’è tenuta Magister Canova: e tutti converranno sul fatto che uno spettacolo multimediale deve una significativa porzione del suo eventuale successo anche al contenitore che lo ospita. Un conto, dunque, è proiettare video nell’immenso salone della confraternita veneziana (con buona pace degli affreschi cinquecenteschi lì presenti, ma del resto è noto che la multimedialità certo non s’arresta di fronte agli artisti dei secoli passati), in antico destinato alle adunate dei membri della Scuola, e peraltro il secondo più grande di Venezia dopo quello di Palazzo Ducale, e altra cosa è immaginare, lambendo il senso del ridicolo, un percorso simile nei locali al pian terreno d’una dimora ottocentesca: non servivano esperti di tecnologie moderne per comprendere che il risultato non sarebbe stato proprio lo stesso.

Inizio di mostra col gesso dell'autoritratto di Canova
Inizio di mostra col gesso dell’autoritratto di Canova


... sostituito poi, da inizio febbraio, con una riproduzione in materiale composito delle Tre Grazie, in scala ridotta
... sostituito poi, da inizio febbraio, con una riproduzione in materiale composito delle Tre Grazie, in scala ridotta


I pannelli, a destra, con la storia di Villa Fabbricotti che si confondono nel percorso della mostra
I pannelli, a destra, con la storia di Villa Fabbricotti che si confondono nel percorso della mostra


La Sala della Venere Italica prima...
La Sala della Venere Italica prima...


... e dopo, con il gesso sparito
="... e dopo, con il gesso sparito

S’obietterà però che l’evento di Carrara non intende riproporre quello di Venezia, ma mira a offrire un’esperienza diversa al proprio pubblico: unire opere e video, in breve, per far “dialogare” due linguaggi diversi. Quanto però questo “dialogo” sia afasico risulterà chiaro a chiunque abbia voglia di visitar la mostra: cosa avranno mai da aggiungere, a un’opera che il visitatore può veder dal vivo, video muti che ne riproducono i particolari? Si potrebbe rispondere con ciò che solitamente e pappagallescamente asseriscono i fautori di simili esibizioni: il video consente di cogliere particolari che altrimenti, a occhio nudo, potrebbero sfuggire. E da quando, di grazia, è invalso il costume d’apprezzare l’opera d’arte col metodo dell’entomologo? In che modo l’esperienza estetica in presenza dell’opera se n’esce arricchita dalla visione d’un mignolo, d’un occhio o d’un capezzolo riprodotti a decine o centinaia di volte le loro reali dimensioni? Siamo davvero sicuri che, per ottenere quel “richiamo nazionale” vagheggiato dai testi istituzionali, sia sufficiente piazzare, dietro i gessi, degli schermi su cui scorrono in dissolvenza gigantografie sgranate di quelle stesse opere che il pubblico ha la possibilità d’ammirare nella loro manifesta evidenza concreta? Siamo davvero convinti del fatto che sia questo “l’inedito” di cui l’arte di Canova necessita per arrivare al pubblico?

Ammettiamo però che la risposta a tutti questi quesiti sia sonoramente affermativa: tocca anche valutare se il percorso regge i propositi. E quello di Canova. Il viaggio a Carrara non è un percorso di mostra: è un terrificante guazzabuglio sgangherato che si fa beffe dell’intelligenza dei suoi visitatori e che, peraltro, evidentemente cambia anche nel tempo, perché da agosto a oggi alcuni elementi nell’allestimento sono cambiati, e ulteriori oggetti sono stati annunciati per le prossime settimane. La serietà d’una mostra si valuta anche sulla base del fatto che, almeno in teoria, l’iter non dovrebbe esser modificato in corsa, a meno che non intervengano circostanze del tutto eccezionali: qui, invece, è stata stravolta la mostra nella sua interezza, dal momento che i gessi sono tornati in Accademia il 31 gennaio scorso. E la mostra, dunque, si troverà sguarnita dei suoi pezzi principali per quattro mesi e mezzo: in pratica, per metà della sua durata. Che senso ha tutto questo? Ma quanto dilettantismo occorrerà mai per allestire una mostra che, d’improvviso, perde la principale ragione per cui valga la pena visitarla? Non sarebbe stato meglio prevedere una mostra di più breve durata (neanche gli eventi più importanti durano dieci mesi!) e riservare al pubblico un’altra proposta?

Volendo però fingere che i gessi siano ancora tutti al loro posto, è comunque necessario fare i conti, come si diceva, col percorso. Intanto, c’è da sottolineare che i colori degli allestimenti non differiscono da quelli delle sale permanenti, e il rischio è che il visitatore che varchi per la prima volta le soglie del Museo CARMI si domandi cosa c’entri la biografia di Canova con la storia di Villa Fabbricotti, dal momento che i pannelli sono attigui, sono in tutto e per tutto simili, e risultano dunque facilmente confondibili. Nella seconda sala, si familiarizza col format dell’evento: il calco in gesso della Venere italica (c’è da specificare che il percorso della rassegna non segue un ordine cronologico) spicca, solitario, dentro una sala spoglia, con una parete su cui scorrono riproduzioni di particolari della scultura e di altri lavori canoviani (anzi: spiccava, perché adesso è sparito, esattamente come il calco dell’autoritratto di Canova nella prima sala, sostituito da una riproduzione in scala ridotta e in materiale composito, realizzata da un laboratorio di Carrara, delle Tre Grazie, e come tutti gli altri gessi dell’Accademia). In un angolo, il pubblico può osservare dei modellini delle Tre Grazie (in scala ridottissima, formato giocattolo: se l’intento era quello di far percepire al pubblico dettagli che altrimenti non si colgono, qui è completamente disatteso) e, soprattutto, può sfogliare il facsimile dell’album di disegni di Canova conservato a Bassano del Grappa... con un paio di guanti! Ma se è una riproduzione, si può sapere a cosa mai serviranno i guanti? Si temeva un deterioramento delle fotocopie? Si voleva far provare ai visitatori la toccante ebbrezza d’indossare un paio di guanti protettivi?

Elettrizzati per l’emozione testè sperimentata e stando attenti a non sbattere contro gli specchi appuntiti disseminati lungo il pavimento (evidentemente l’organizzazione coltiva un profondo disprezzo nei confronti delle folte schiere che, nella bella stagione, s’aggirano per i musei in braghe corte: forse non ha tutti i torti, ma non per questo si debbon tendere tranelli alle tibie altrui), ci catapultiamo nella terza sala, dove ci attende un enorme catafalco ovale con installata una manciata di visori che permettono d’assaporare (non a tutti però: quelli collocati più in alto sono preclusi a chi è alto meno di un metro e settanta) alcune immagini sfocate della Paolina Borghese di Canova. Dice il catalogo che questa “emozionante installazione” (e, per inciso, figuriamoci se il lessico accompagnatorio poteva far a meno dell’aggettivo “emozionante”) offre “l’occasione di esplorare nei dettagli l’opera Paolina Borghese, riprodotta grazie a un sapiente gioco di immagini stereoscopiche realizzate appositamente per l’installazione in esclusiva presso la Galleria Borghese di Roma”. Qui l’insulto al visitatore tocca vette himalayane: come sia possibile “esplorare nei dettagli” una scultura attraverso un peep show d’infima lega e che ormai rappresenta un dispositivo démodé anche per l’onanista più incallito, rimane ancora un mistero (e il fatto che sia stato progettato per la Galleria Borghese costituisce un’aggravante, ad avviso di chi scrive). Ma non si potevano lasciare le scopofilie ai film di Lino Banfi, quelli dove i protagonisti arrapati sbirciano attraverso le serrature, per piazzare nella sala, piuttosto, una riproduzione della Paolina?

I mini-modellini che intendono raccontare il processo creativo di Canova
I mini-modellini che intendono raccontare il processo creativo di Canova


Il facsimile dell'album di Canova da sfogliare... con guanti protettivi
Il facsimile dell’album di Canova da sfogliare... con guanti protettivi


Specchi appuntiti per terra nella sala della Venere Italica
Specchi appuntiti per terra nella sala della Venere Italica


L'installazione coi visori per vedere la Paolina Borghese
L’installazione coi visori per vedere la Paolina Borghese


Ecco come la Paolina Borghese si vede attraverso i visori dell'installazione
Ecco come la Paolina Borghese si vede attraverso i visori dell’installazione


Ancora specchi appuntiti per terra, nella sala su Canova e la danza
Ancora specchi appuntiti per terra, nella sala su Canova e la danza


Il contratto tra il conte Del Medico e Canova per la fornitura di marmi, unica novità della mostra
Il contratto tra il conte Del Medico e Canova per la fornitura di marmi, unica novità della mostra

Con questo dubbio si procede nel percorso, dove ci s’imbatte (ci s’imbatteva) nella Danzatrice col dito al mento, dietro cui scorrevano riproduzioni di dettagli tratti dai dipinti di Canova sul tema della danza: e, anche qui, piuttosto che occupare un’intera parete con inutili video dei quali il visitatore non ha il controllo, non sarebbe stato meglio (se davvero l’intento era quello di far entrare il pubblico in confidenza coi dettagli delle opere canoviane) inserire delle fotografie in modo da consentire ai partecipanti di gestire la loro visita in autonomia? Risposta negativa, ovviamente, dal momento che sarebbe venuta meno la multimedialità, e l’impalcatura concettuale della mostra sarebbe ineluttabilmente crollata: meglio, allora, esporsi al rischio d’allestire un evento inutile. L’unica sala che si salva è, paradossalmente, quella meno appetibile per il pubblico, ovvero quella che espone i documenti d’archivio: qui c’è poco da eccepire e, soprattutto, si ha modo, finalmente, d’approfondire il rapporto tra Canova e Carrara col sostegno di lettere e note e con una buona illustrazione. In effetti, poco o niente si può dire di testi e apparati esplicativi, approntati da un team di tutto rispetto che include il curatore Mario Guderzo, direttore della Gipsoteca Canoviana di Possagno, e storici dell’arte come Marco Ciampolini, direttore del CARMI, e Giuliano Pisani, il tutto con il contributo scientifico di Giuseppe Pavanello, tra i massimi esperti di Antonio Canova.

Tuttavia, al cospetto d’un risultato così misero, e soprattutto d’una mostra che cambia in corsa perdendo tutte le opere d’arte che, a esser sinceri, erano l’unico motivo che avrebbe potuto giustificare una visita, anche il lavoro degli esperti che si sono messi al servizio di questo accrocchio sconclusionato ne esce svilito e offuscato. Un vero peccato, perché l’idea della scansione tematica (il processo creativo, il focus sulla Paolina Borghese, l’approfondimento su Canova e la danza, il suo rapporto con Carrara, la conclusione con la storia di Amore e Psiche), se affrontata coi crismi d’una mostra tradizionale, avrebbe potuto costituire un interessante momento divulgativo sull’arte di Canova. Ma stando così le cose, con una mostra rimasta senza opere, piena di riproduzioni e video inutili, tanto vale comprarsi un libro. Magari però non il risibile catalogo della mostra: poco più che un opuscolo (venduto a caro prezzo: venti euro), che ricicla in gran parte i testi di Magister Canova, riproduce quelli della mostra senza offrire saggi o contributi di più ampio respiro, e neppure si degna di dedicare non una scheda, ma neppure una fotografia, all’unica novità emersa, il documento della collezione Sarteschi sulla fornitura di marmi di cui s’è fatta menzione (un’altra novità sarà presentata invece nei prossimi giorni, e si tratterà di un evento di rilievo, anche se non basterà a risollevare il discorso complessivo sulla mostra). Nei prossimi mesi, Carrara ospiterà un’importante mostra su Giovanni Antonio Cybei, la prima monografica dedicata al grande artista settecentesco, che potrà contare su di un progetto redatto da un comitato scientifico che raduna i maggiori esperti dello scultore: si spera che sarà occasione per dimostrare che per organizzare mostre buone non servono nomi altisonanti né fantasmagorie multimediali, ma semplicemente serietà e originalità.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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