Uguali e Disuguali: gli scenari dell'arte italiana in un'imperdibile mostra a Carrara


Recensione della mostra “Uguali Disuguali”, a cura di Nicola Ricci, a Carrara, Spazio Vôtre, dal 20 novembre 2021 all'8 gennaio 2022.

Il profondo buio culturale che da troppo tempo avvolge Carrara è a sprazzi illuminato dai lampi che provengono da una sorgente ben definita: le sale settecentesche di Vôtre a Palazzo del Medico, al momento l’unico spazio della città, in attesa della riapertura delle mostre della Fondazione Conti a Palazzo Cucchiari, ch’è in grado d’offrire al pubblico una programmazione fondata su qualità e continuità. Dopo l’euforia estiva della mostra su Cybei, Carrara è di nuovo piombata nel suo consueto, fosco e indolente letargo: della futura apertura del Mudac non s’hanno notizie, il Carmi continua a essere un oggetto misterioso (forse anche per la stessa amministrazione comunale), del Museo del Marmo si parla solo in relazione all’eventuale (e, nel caso, improvvido) trasferimento nel centro storico, e la Fondazione CRC si barcamena tra alti e bassi, apparentemente senza una visione definita e senza preoccuparsi di mantenere, almeno per le mostre di cartello, lo stesso livello tra una rassegna e quella che la segue. In una Carrara dove ormai la cultura è completamente abbandonata a se stessa, Vôtre s’è assunta il compito di fornire all’esterno l’immagine d’una città dove, in fin dei conti, brucia ancora una qualche fiammella di vita. E lo fa con un progetto importante: Uguali Disuguali, che arriva dopo la collettiva KRU tutta dedicata all’arte giovane, dopo l’importante personale di Michelangelo Galliani, dopo la mostra-omaggio di Francesco Lauretta e Andrea Di Marco, e dopo le tante iniziative della Project Room che hanno promosso e sostenuto giovani, emergenti e artisti da riscoprire.

Curata dall’infaticabile Nicola Ricci e organizzata in collaborazione con la galleria Giovanni Bonelli, Uguali Disuguali reca lo stesso titolo d’un’esposizione che lo stesso Ricci aveva curato, nel 2018, negli spazi di Palazzo Binelli. L’idea era semplice: portare, nelle sale che allora ospitavano una selezione di gessi neoclassici e romantici provenienti dall’Accademia di Belle Arti, un gruppo d’artisti italiani e internazionali, tutti già affermati e in alcuni casi anche già storicizzati, per evidenziare accordi e disaccordi tra le opere di due secoli fa e i modi dell’arte di oggi. Ma Uguali Disuguali erano anche i linguaggi dei singoli artisti contemporanei: armonie e dissonanze, dunque, emergevano anche dal paragone vis-à-vis tra le opere dei diciannove autori che Ricci aveva scelto per una collettiva che, a guardare indietro, è stata uno dei più interessanti progetti degli ultimi cinque anni a Carrara. Si riparte quindi da questa suggestione, e oggi gli Uguali Disuguali sono gli artisti stessi. Aumentati di numero (sono venticinque) e limitati alla scena italiana, ma con una selezione ch’è sempre fondata sull’idea di mettere a confronto nomi che sono ormai entrati nei manuali di storia dell’arte con quelli di artisti cosiddetti mid-career, già affermati o che si stanno affermando. E con la scelta radicale d’esporre solo pittura e scultura (con sole due eccezioni, come si vedrà), orientando così il percorso verso la direzione che l’arte contemporanea sta imboccando con sempre più convinzione, come dimostrano anche i grandi eventi internazionali e le grandi fiere. Cercando però di rappresentare, se non tutti, almeno una buona parte dei linguaggi che l’arte italiana del presente parla ai suoi pubblici.

Sala della mostra Uguali Disuguali
Sala della mostra Uguali Disuguali
Sala della mostra Uguali Disuguali
Sala della mostra Uguali Disuguali

Il percorso espositivo comincia con uno spettacolare confronto tra due opere di grandi formato, ovvero una delle opere di Aldo Mondino dedicate ai dervisci che tanto lo affascinarono durante i suoi viaggi in Asia (Sufi, opera del 2004), e una veduta (Torno domani, olio su lino del 2009) di uno dei più grandi paesaggisti italiani viventi, Giovanni Frangi. Da una parte, i mistici islamici danzano sul linoleum diventando una specie d’alter ego di Aldo Mondino, che mai fece mistero del fatto che per lui dipingere era come pregare, era come ergersi a uno stato d’estasi. Dall’altra, la pittura liquida dell’artista lombardo, non meno ricca d’implicazioni filosofiche: le vedute marine onnipresenti nella sua opera sono paesaggi lirici e contemplativi, fatti per esser respirati e meditati, nella consapevolezza della transitorietà dell’esistenza (da notare che, l’anno dopo, Frangi avrebbe dipinto una serie programmaticamente intitolata Wabi Sabi). Il tema della veduta segue e termina nella sala successiva con un ulteriore confronto, tra la Primavera di Salvo e una tela di Ennio Morlotti per mettere a dialogo due modi radicalmente diversi d’intendere la pittura di paesaggio, ma che giungono a un risultato non così distante: portarci lontani dalla realtà. Da un lato, dunque, i mondi colorati, squillanti e quasi fiabeschi di Salvo, dall’altro l’informale di Morlotti che, con quest’opera degli anni Ottanta, mira non già a restituirci l’immagine d’un brano di paesaggio, bensì a evocare lo spirito che aleggia su quel luogo, con una pittura che non descrive, ma s’immerge dentro alla realtà per sondarne gli elementi più riposti e celati alla vista. Completa la sala, quasi a richiamare l’eterno scontro tra natura e cultura, topos storico-artistico presente in quasi tutte le epoche, una piccola selezione di carte di Fausto Melotti, due degli anni Settanta e una del 1936: è quest’ultima l’opera più antica tra quelle in mostra, appartenente a un’epoca che segna il punto di massimo avvicinamento del grande artista trentino, che s’era da poco laureato in ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Milano, alle idee del razionalismo.

Il giro delle sale affrescate di Palazzo del Medico termina nell’ambiente seguente, dove s’affrontano una straordinaria tela di Omar Galliani, Le gole di Smirne, e il monumentale Efisio di Marco Tirelli. Si torna dunque alla pittura di grande formato, con due opere di somma qualità, che starebbero benissimo anche in un museo. Renato Barilli, alla fondamentale mostra Anniottanta che si tenne nel 1985 alla Galleria d’Arte Comunale di Bologna (l’attuale MAMbo, che rispetto ad allora ha cambiato sede), aveva classificato Galliani e Tirelli su due poli contrapposti. Galliani stava su quello dell’anacronismo, del recupero del passato. Oggi conosciamo l’artista emiliano come finissimo disegnatore, e sorprenderà pertanto vedere questo suo capolavoro giovanile, che richiama atmosfere simboliste con una pittura da neoveneto, pervasa di ricordi tizianeschi. Tirelli veniva invece collocato nell’alveo della post-astrazione, esponente di quella Nuova Scuola Romana della quale è forse l’artista più essenziale e rigoroso, come dimostra la sua opera in mostra, una ricerca sulle forme che cerca di ridurre la realtà alla sua essenza per aprirsi a tutte le possibilità e consentire a chi guarda d’andare oltre il percepito.

Aldo Mondino, Sufi (2004; olio e cioccolatini su linoleum, 190 x 140 cm)
Aldo Mondino, Sufi (2004; olio e cioccolatini su linoleum, 190 x 140 cm)
Giovanni Frangi, Torno domani (2009; olio su lino, 199 x 164 cm)
Giovanni Frangi, Torno domani (2009; olio su lino, 199 x 164 cm)
Salvo, Primavera (olio su tela, 80,5 x 60 cm)
Salvo, Primavera (olio su tela, 80,5 x 60 cm)
Ennio Morlotti, Senza titolo (anni Ottanta del XX secolo; olio su tela, 53 x 63 cm)
Ennio Morlotti, Senza titolo (anni Ottanta del XX secolo; olio su tela, 53 x 63 cm)
Omar Galliani, Le gole di Smirne (1985; olio su tela, 201 x 94 cm)
Omar Galliani, Le gole di Smirne (1985; olio su tela, 201 x 94 cm)
Marco Tirelli, Efisio (olio su tela, 190 x 230 cm)
Marco Tirelli, Efisio (olio su tela, 190 x 230 cm)

Proseguendo, nel grande salone centrale, un collage degli anni Ottanta di Giulio Turcato, che sta solo su di una parete, si pone come una specie d’introduzione storica: un’ultima scintilla della neoavanguardia prima d’immergersi nella pittura del presente. Per affinità di linguaggio, un grande tessuto della toscana Michela Martello è posto a fianco d’una tela Untitled di Sandro Chia, e del resto in una mostra che si pone l’obiettivo di tracciare storicamente una parte dei principali sviluppi dell’arte italiana negli ultimi due decenni era quasi d’obbligo un riferimento alla Transavanguardia, corrente che per qualche tempo ha affascinato anche Marco Cingolani, ch’è stato però capace d’affrancarsene. E oggi Cingolani è uno degli artisti italiani che meglio lavorano sul colore: a metà del suo percorso si colloca il Comizio dei poeti, una sorta di trip turbinoso e inebriante che trasmette tutto l’anticonformismo di un artista animato da un vitalismo fuori dal comune. A fianco a lui, per proseguire il discorso sul colore, s’ammira un artista della stessa generazione, Massimo Kaufmann, con una delle sue rigorosissime astrazioni dove i valori cromatici si dispongono sulla tela come note in una bilanciata partitura musicale. Ecco poi, poco lontano, una meravigliosa Passeggiata rossa di Francesco Lauretta, artista legato alla figurazione declinata però in senso fortemente evocativo: e questo suo dipinto, che ci riconduce alla poetica del paysage-état d’âme, parla direttamente al nostro intimo.

Un mosaico di Mauro Manetti, Manto, spezza il ritmo e introduce ulteriori esperienze, quelle di Federico Fusj, uno dei soli tre artisti che erano presenti anche a Uguali Disuguali del 2018 (gli altri erano Nicola Carrino e Luigi Mainolfi) e che in questo nuovo capitolo del progetto giunge con una delle sue opere su carta che infondono personalità al colore, e di Gabriele Landi, raffinato pittore e scultore geometrico in grado di realizzare sofisticati equilibri di forme e colori, che paiono quasi brillare di luce propria. Linguaggio invece completamente diverso, sulla parete attigua, per il marchigiano Simone Pellegrini, uno dei più giovani artisti in mostra, con la sua pittura ancestrale, visionaria, ambigua, senza tempo, creatrice di mappe di simboli che paiono riemergere da epoche remote. A fianco, un altro esponente della Nuova Scuola Romana, Piero Pizzi Cannella, presente a Uguali Disuguali con i suoi Vetri del 1997. Due maestri chiudono l’itinerario nella pittura: Luigi Mainolfi, ch’è anche e soprattutto scultore, si mostra con due lavori che richiamano, sulla superficie bidimensionale, l’idea della terracotta, e Fabrizio Plessi di cui è esposta un’opera su carta del 1982, Video installazione. Project reflecting water, dove protagonista è l’acqua, uno degli elementi centrali della poetica dell’artista reggiano.

La sezione di scultura, che chiude la mostra, s’apre con le forme essenziali del Decostruttivo in acciaio di Nicola Carrino, cui fa da contraltare una delle celebri e surreali donne-tartaruga di Novello Finotti con, a metà, una scultura di Andrea Cascella. Al centro della sala l’unica opera che, assieme al mosaico di Manetti, si discosta dal binomio pittura-scultura: è un’installazione di Antonia Ciampi composta da oggetti inseriti entro teche di vetro sistemate su piedistalli e marcate da brevi iscrizioni. Sono lavori tipici della sua produzione, rilanciano il tema della memoria e si pongono come piccole Wunderkammer ridotte all’osso e governate dalla volontà di agire sull’emozione e sui ricordi dell’osservatore. Si conclude la mostra osservando l’ultima produzione di uno dei pittori più interessanti e visionari che abbiamo in Italia (e che meriterebbe considerazione e riconoscimento ben maggiori di quelli di cui gode al momento), il genovese Roberto Chiabrera, che ha portato a Uguali Disuguali una nuova serie di opere in ceramica che, coi modi tipici della sua pittura, vicini alle inquietudini americane dei vari Condo, Pettibon, Katz e altri e rimeditate però sotto la luce mediterranea, rielaborano in tre dimensioni il suo repertorio tipico, fatto di surfisti, oggetti animati, personaggi strani e tormentati che sembrano uscire da costanti e continue allucinazioni.

Giulio Turcato, Senza titolo (anni Ottanta del XX secolo; collage e pittura a olio, 80 x 100 cm)
Giulio Turcato, Senza titolo (anni Ottanta del XX secolo; collage e pittura a olio su tela, 80 x 100 cm)
Sandro Chia, Senza titolo (2000; olio su tela, 140 x 120 cm)
Sandro Chia, Senza titolo (2000; olio su tela, 140 x 120 cm)
Marco Cingolani, Comizio dei poeti (2002-2004; olio su tela, 90 x 90 cm)
Marco Cingolani, Comizio dei poeti (2002-2004; olio su tela, 90 x 90 cm)
Massimo Kaufmann, Senza titolo, dettaglio (2015; olio su tela, 100 x 140 cm)
Massimo Kaufmann, Senza titolo, dettaglio (2015; olio su tela, 100 x 140 cm)
Francesco Lauretta, Passeggiata rossa. Cascine (2018; olio su tela, 109 x 87 cm)
Francesco Lauretta, Passeggiata rossa. Cascine (2018; olio su tela, 109 x 87 cm)
Federico Fusj, Senza titolo
Federico Fusj, Senza titolo
Gabriele Landi, Senza titolo (legno e acrilico, 30 x 150 cm)
Gabriele Landi, Senza titolo (legno e acrilico, 30 x 150 cm)
Simone Pellegrini, Grave radiante (2018; tecnica mista, 96 x 175 cm)
Simone Pellegrini, Grave radiante (2018; tecnica mista, 96 x 175 cm)
Fabrizio Plessi, Video installazione. Project reflecting water (1982; tecnica mista su carta intelata, 150 x 200 cm)
Fabrizio Plessi, Video installazione. Project reflecting water (1982; tecnica mista su carta intelata, 150 x 200 cm)
Novello Finotti, Senza titolo (2013; bronzo, 43 x 73 x 31 cm)
Novello Finotti, Senza titolo (2013; bronzo, 43 x 73 x 31 cm)
Una delle ceramiche di Roberto Chiabrera
Una delle ceramiche di Roberto Chiabrera

Nicola Ricci ha già fatto sapere che il suo desiderio è quello di concludere il progetto con una terza tappa e ripensarlo poi per una sede museale. La selezione non è facile e non ha alcuna pretesa di completezza o di esaustività, ma è sostenuta da un livello altissimo, da una qualità che non è dato vedere di frequente in rassegne collettive d’arte contemporanea organizzate entro spazi privati, e naturalmente da un progetto d’indubbio valore, che si completa con la presenza dei maestri storici da cui parte il percorso di ricerca della rassegna, un’indagine sugli orientamenti dell’arte italiana contemporanea tra astrazione e figurazione, scegliendo alcune esperienze eloquenti in tal senso. Con tutte le difficoltà, e il conseguente e necessario coraggio, che oggi una collettiva comporta. Ne deriva una mostra che con circa trenta opere riallaccia la trama di buona parte degli scenari italiani dagli anni Ottanta sino a oggi, con qualche incursione tra i presupposti storici, per far emergere una porzione, necessariamente lontana da scopi pienamente e puramente descrittivi (l’intento dichiarato di Uguali Disuguali è, semmai, quello di fornire alcuni spunti) ma non per questo priva d’interesse, di quella ricchezza d’idee, di linguaggi, di visioni e di modi che caratterizza l’arte italiana contemporanea.

Quanti sono gli spazi che, nel circondario (che si può estendere anche all’intera regione, ma non sarebbe azzardato andare anche oltre), possono permettersi di lanciare progetti simili a Uguali Disuguali? Occorre andare a cercare nei musei, oppure nelle gallerie che operano sul mercato nazionale se non su quello internazionale: questo è, per dare un termine di confronto, il livello di Uguali Disuguali. Il pubblico ne approfitti, fino all’8 gennaio. È occasione per vedere una mostra di grande intensità. E ne approfitti anche Carrara: la città si desti una volta tanto dal suo torpore rovinoso e annichilente, e si renda finalmente conto che Vôtre è un’esperienza vivace e appassionata, è un laboratorio sorprendente e stimolante, ed è uno spazio dalle potenzialità altissime, che merita d’esser sostenuto e valorizzato.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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