I prestiti di Leonardo da Vinci al Louvre: il dialogo tra Italia e Francia deve continuare, su basi scientifiche


La posizione di Finestre sull'Arte nel dibattito sui prestiti di Leonardo da Vinci al Louvre: il dialogo tra Italia e Francia continui su basi scientifiche e culturali, com'è sempre stato.

Prima d’entrare nel merito dell’argomento dei prestiti delle opere “italiane” di Leonardo da Vinci al Louvre, occorre necessariamente premettere che, se i capolavori del grande artista toscano dovessero infine partire per la temporanea trasferta a Parigi, non si tratterebbe certo di sudditanza dell’Italia nei confronti della Francia. Non scopriamo certo oggi l’esistenza dei rapporti di cooperazione internazionale in materia di beni culturali, che si traducono spesso in scambi d’opere che si spostano da un paese all’altro. Solo negli ultimi mesi, giusto per avanzare alcuni esempî, nell’ambito d’una collaborazione tra Italia e Russia alcune opere del Settecento veneto sono partite alla volta del Museo Pushkin, e Mosca ha poi ricambiato inviando a Vicenza alcuni dipinti dello stesso Pushkin, mentre Italia e Francia hanno già lavorato assieme per la mostra su Caravaggio a Parigi: in compenso, dal Jacquemart-André sono arrivate alcune opere che hanno permesso d’allestire a Roma una piccola ma raffinata mostra su Mantegna e sul collezionismo ottocentesco, e a Milano un inedito confronto tra Caravaggio e Rembrandt.

Leonardo da Vinci, Ritratto d'uomo noto come Autoritratto, dettaglio (1515 circa; sanguigna su carta, 33,5 × 21,6 cm; Torino, Biblioteca Reale)
Leonardo da Vinci, Ritratto d’uomo noto come Autoritratto, dettaglio (1515 circa; sanguigna su carta, 33,5 × 21,6 cm; Torino, Biblioteca Reale)

È poi certo che non sempre tali scambi siano fondati su basi scientifiche e riguardino piuttosto logiche che poca attinenza hanno con l’arte: già una ventina d’anni fa, Francis Haskell ci metteva in guardia sul fatto che molto spesso le mostre s’organizzano non per ragioni culturali, ma assecondando dinamiche commerciali o politiche (rischi che, si potrebbe aggiungere, aumentano in occasione delle ricorrenze, che spesso hanno il pessimo difetto di sdoganare le peggiori e più inutili operazioni). E Haskell ribadiva che gli unici spostamenti consentiti dovrebbero essere quelli motivati da serie ragioni d’utilità scientifica. Si può dire questo della grande mostra che il Louvre intende organizzare per celebrare il cinquecentenario della scomparsa di Leonardo da Vinci? Le opere che dovrebbero lasciare temporaneamente i musei italiani per trasferirsi a Parigi andranno ad arricchire una mostra che consentirà un significativo avanzamento delle conoscenze sull’opera di Leonardo? La rassegna parigina è frutto di un progetto scientifico valido e animato da ricerche importanti? Ci sono novità considerevoli rispetto alla grande mostra su Leonardo che si è tenuta a Palazzo Reale nel 2015? Sono queste le domande che sarebbe necessario porsi di fronte all’eventualità che i musei italiani inviino i loro capolavori in Francia.

Eppure, si tratta d’un argomento che parrebbe interessare pochi o nessuno. Il prestito delle opere di Leonardo al Louvre, purtroppo, è diventato argomento politico: da una parte, c’è ch’intende rifiutarlo su basi nazionalistiche, adducendo il pretesto dell’italianità di Leonardo e sostenendo che, di conseguenza, i principali eventi legati al cinquecentesimo anniversario dovrebbe tenersi nel nostro paese (e, almeno a memoria di chi scrive, mai s’erano viste ingerenze di tal sorta nell’ambito degli scambi culturali internazionali), mentre dall’altra c’è chi vorrebbe al contrario mandare le opere in Francia come segnale di distensione in un momento di rapporti alquanto travagliati. Tutti argomenti traballanti: nel primo caso, perché è un’anacronistica e illogica assurdità rifiutare un prestito solo sulla base della nazionalità dell’artista (la cultura e la ricerca, al contrario di ciò che pensano molti, non conoscono barriere o confini), e perché l’Italia celebra in maniera più che degna la ricorrenza, con mostre di alto livello sparse per tutto il paese (dall’esposizione del Codice Leicester agli Uffizi alla mostra sul disegno leonardiano a Torino, dal palinsesto dedicato a Leonardo all’Ambrosiana di Milano con focus sul Codice Atlantico alla rassegna che espone le incisioni inedite di Wenceslaus Hollar tratte dai disegni di Leonardo). E ciò senza considerare che l’Italia ha già avuto tre anni fa la sua grande mostra su Leonardo: quella, citata sopra, di Palazzo Reale nel 2015. Nel secondo caso, perché si tratterebbe ugualmente d’un uso strumentale delle opere del genio.

Appare pertanto sensata la posizione del ministro dei beni culturali, Alberto Bonisoli, secondo il quale i prestiti per il Louvre non hanno a che fare con le attuali tensioni che intercorrono tra Italia e Francia: al contrario, il ministro ha correttamente offerto disponibilità per un dialogo. Ecco: si potrebbe aggiungere che il dialogo dovrebbe evitare che le valutazioni si fondino su quelle strumentalizzazioni di cui s’è detto, e che al contrario sia motivato da ragioni scientifiche. Ci sono opere dichiarate inamovibili dai loro musei, e questo non certo per far dispetto ai francesi: per esempio, l’Annunciazione e l’Adorazione dei magi degli Uffizi sono incluse in un elenco d’opere, stilato dall’ex direttore Antonio Natali nel 2008, che non possono lasciare il museo, o per ragioni conservative, oppure perché sono capolavori iconici del museo, quelli che ogni visitatore s’aspetta di trovare percorrendo le sue sale. Giusto, quindi, che l’attuale direttore Eike Schmidt abbia ritenuto doveroso attenersi ai soliti principî negando il prestito dei capolavori del suo museo al Louvre (che, parimenti, ha capolavori che non presta, per gli stessi motivi). Inutile dunque insistere per uno spostamento: l’ultima parola dovrebbe toccare al soggetto cui spetta la tutela dell’opera. Ci sono però anche molte opere che possono partire senza problemi, e se curatori e comitato scientifico della mostra ritengono che la loro presenza sia importante per l’esposizione, e contemporaneamente riescono a trovare accoglienza da parte del prestatore, non si vedono valide ragioni a sostegno d’un eventuale diniego.

D’altra parte c’è anche da considerare che i prestiti al Louvre non sarebbero a senso unico: la Francia, ovviamente, ricambierà. Ha quindi ragione l’assessore alla cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno, quando sottolinea che dovrebbe essere garantita una solida collaborazione tra Italia e Francia per la mostra parigina su Leonardo da Vinci, anche in virtù delle ragioni di ordine storico, sociale, culturale ed economico che legano i due paesi, e che le nostre politiche culturali debbano essere coerenti con quelle di un grande paese europeo. E ciò dovrebbe tradursi in una collaborazione serena, proficua per entrambi i paesi, ma che al contempo sia in grado di evitare forzature. In altri termini, è necessario e doveroso che Italia e Francia continuino a dialogare sulla base dei vincoli scientifici e culturali che operazioni del genere dovrebbero sottendere: come si è sempre fatto e come si dovrebbe continuare a fare anche in questa occasione.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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1. Jessica Consalvi in data 26/02/2019, 05:40:35

Le opere non dovrebbero viaggiare mai.
Le mostre servono solo per far soldi.
Si danneggiano le opere d'arte.
Sono delicate.
Non si può rischiare di danneggiarle, non si possono creare microfratture - che si creano inevitabilmente col trasporto.
Le mostre non ci servono.
Le mostre sono il male.







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