Il 2019 è l'annus horribilis del volontariato che sostituisce il lavoro. Adesso c'è anche l'ufficialità


Ricorderemo il 2019 come l'annus horribilis del volontariato come sostituto del lavoro qualificato. Adesso c'è anche un ente statale che sancisce ufficialmente che i volontarî sono economicamente più convenienti dei professionisti.

Fino a non molto tempo fa, pochi avrebbero ammesso che il finto volontariato nei beni culturali è ritenuto un ottimo strumento per sostituire il lavoro stabile e pagato in caso di necessità. E quasi nessuno, ovviamente, lo avrebbe messo per iscritto. Era soprattutto un argomento da corridoio: quando capitava d’incrociare un funzionario o un direttore in qualche mostra o durante una visita al museo e si finiva in argomento, il refrain era all’incirca sempre lo stesso: “non abbiamo risorse per permetterci di assumere personale professionale, quindi dobbiamo utilizzare i volontarî”. Bene: ci ricorderemo di questo 2019 come l’anno in cui è caduto anche quest’ultimo tabù: adesso non ci si nasconde più dietro un dito, e il fatto che il settore abbia un estremo bisogno di manodopera gratuita per colmare le lacune di personale non è più una realtà che tutti conoscono ma che pochi vogliono accettare. Adesso è una necessità che è stata messa nero su bianco in un atto ufficiale.

È successo pochi giorni fa, quando il Polo Museale dell’Emilia Romagna (un soggetto che raduna alcuni dei più preziosi musei della regione, a cominciare dalla Pinacoteca Nazionale di Bologna per continuare con la Basilica di Sant’Apollinare in Classe di Ravenna, l’Abbazia di Pomposa, l’Area archeologica di Marzabotto, e diversi altri) ha lanciato una manifestazione d’interesse per collaborazione a titolo volontario nel cui bando si ammette candidamente che “la carenza di personale di vigilanza rende necessario il ricorso a forme di supporto del personale di sorveglianza e vigilanza in organico del polo, e a tal fine è opportuno ed economicamente conveniente ricorrere ad associazioni di volontariato, che garantiscono forme flessibili di collaborazione”. Ovviamente, leggendo queste poche righe, il primo dato che emerge è l’assurdità della situazione in cui siamo piombati, tale per cui un ente dello Stato, per di più dotato di autonomia, ovvero il Polo Museale dell’Emilia Romagna, certifica in un atto pubblico che tra i lavoratori e i volontarî è ormai in pieno corso un’insana, desolante, vergognosa, irragionevole, umiliante e perniciosa competizione fondata su meri aspetti economici. Ormai non si tratta più di cercare volontarî che supportino il personale in mansioni poco qualificate: nel bando si legge che la ricerca è finalizzata a ricercare operatori che, tra le varie attività, si occupino di supporto alle visite accompagnate, alle attività didattiche, di collaborazione nei progetti “finalizzati alla documentazione, alla consultazione, alla conservazione e gestione delle sedi, alla rielaborazione e catalogazione di dati, immagini e materiali o per la valorizzazione dei musei”, di collaborazione nell’organizzazione di eventi e di mostre. Tutte mansioni che dovrebbero prevedere l’assunzione (o tutt’al più la collaborazione professionale) di figure formate, preparate, con solidi background culturali, accademici e lavorativi. Ma evidentemente ritenute non degne d’essere adeguatamente retribuite, come del resto vorrebbe anche il dettato costituzionale: ai professionisti della cultura si sta dunque dicendo che il loro lavoro non vale niente e che può tranquillamente essere sostituito, per pure ragioni di convenienza economica, da quello di operatori di associazioni di volontariato?

Lo stralcio del bando del Polo Museale dell'Emilia Romagna sulla convenienza economica del volontariato
Lo stralcio del bando del Polo Museale dell’Emilia Romagna sulla convenienza economica del volontariato

Ma c’è un ulteriore risultato, altrettanto dannoso: il profondo snaturamento della missione del volontariato che, sarebbe bene ricordare, nella Legge quadro sul volontariato del 1991, viene definito come quell’attività “prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontariato fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà”. Ed è parimenti opportuno rimarcare che non esiste alcun fine solidale nel voler tentare di risolvere i problemi di carenza d’organico ricorrendo alle associazioni che, per statuto, dovrebbero perseguire scopi benefici. Non c’è nessun pregiudizio nei confronti dell’utilizzo di volontarî nei beni culturali, ma la questione assume tutt’altra forma se l’uso (e l’abuso) del volontariato è un mezzo per risparmiare sul personale professionale e qualificato, o per far fronte all’indisponibilità di risorse: ne conseguono confusione dei ruoli, gravi danni per la qualità del lavoro (risparmiare sul personale equivale ad avere meno cura per i risultati, e soprattutto un personale che non percepisce retribuzione è un personale molto meno fedele), e conseguenze altrettanto serie sia per i professionisti che sono già sul mercato (che, con somma mortificazione dei loro percorsi professionali, debbono lanciarsi in una competizione al ribasso, e ovviamente dall’esito scontato, con chi è disposto ad accettare di lavorare gratis), sia per quelli che invece nel mercato devono entrare (intanto perché così facendo si fa tardare la maturazione professionale, poi perché, contrariamente a quanto si pensa, il volontariato non dovrebbe fare curriculum, e ancora perché esperienze non retribuite e frammentate sono molto più nocive di quanto si creda).

Certo, il giro di vite che il ministro dei beni culturali, Alberto Bonisoli, aveva promesso in un’intervista su Finestre sull’Arte a marzo e annunciato a fine maggio, è infine arrivato a inizio giugno: tuttavia, al di là del fatto che i provvedimenti sembrerebbero non aver sortito, almeno al momento, risultati particolarmente apprezzabili (il bando del Polo Museale dell’Emilia Romagna lo dimostra), c’è da aggiungere che il problema ormai non riguarda più soltanto il ministero, ma si sta estendendo con velocità e diffusione impressionanti e preoccupanti. Solo negli ultimi due mesi, abbiamo registrato un bando dell’Università di Verona che cerca “ragazzi, appassionati o incuriositi dal mondo dell’arte che saranno appositamente formati per guidare le visite” di una mostra d’arte contemporanea che inaugurerà a settembre (si tratterà, ovviamente, di volontarî), la ricerca di volontarî da parte del Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo per permettere l’apertura dell’istituto nei festivi e nei prefestivi, il bando per l’accoglienza alla Fortezza di Le Castella con operatori pagati 3,78 euro l’ora, il corso di formazione per operatori volontarî “addetti alla custodia, tutela e valorizzazione degli edifici di culto e dei beni culturali ecclesiastici” a Lanciano, e addirittura il caso del Comune di Senigallia che cerca, per il suo museo, un direttore che lavori gratis.

E di conseguenza, arginare questa continua marea diventa sempre più difficile: per un bando per il quale s’ottiene la revoca (l’episodio più recente è quello della ricerca di volontarî alla Biblioteca Angelica, ritirato a seguito del caso sollevato dalla nostra rivista e dal movimento Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali) ce ne sono tanti altri in arrivo, e da rivoli diversi (lo s’è visto sopra: emanazioni del Ministero dei Beni Culturali, università, comuni, enti ecclesiastici). Forse, porre qualche paletto in più non è misura sufficiente: quello che servirebbe è semmai una legge chiara e drastica, che impedisca e punisca gli abusi. Lo scorso anno era stata avanzata una proposta in tal senso, ma non se n’è più parlato. Allo stesso modo, la riforma del ministero ventilata a giugno (e che per ora sembrerebbe bloccata) non si pone il problema, ma in questo caso sarebbe forse opportuno intervenire sui meccanismi solidaristici tra i musei statali (valutando ovviamente caso per caso), dal momento che si assiste ancora a uno squilibrio tra i grandi musei autonomi e i musei di periferia. Sarebbe bene insistere, perché la situazione è divenuta intollerabile e non più sostenibile: è ora di fare qualcosa di concreto.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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1. Mario in data 22/07/2019, 13:30:44

Sono un volontario ammesso a prestare - con tanto di decreto del MIBACT - collaborazione volontaria e gratuita presso l'Archivio di Stato di Prato. Condividendo le perplessità esposte nell'articolo sull'uso delle collaborazioni volontarie, ma anche sulla scarsità di fatto delle risorse disponibili, mi sento stretto tra due fuochi.
Da un lato vorrei restituire - almeno in parte - quanto l'archivio locale mi ha dato, sia professionalmente che culturalmente; dall'altro non vorrei in alcun modo che la mia collaborazione potesse essere usata surrettiziamente per nascondere alcunché.
Detto questo avrei bisogno di un aiuto per capire come la mia prestazione, totalmente gratuita - con tanto di assicurazione a mie spese - possa costituire una risorsa aggiuntiva anziché sostitutiva.
Poiché credo che il confine non sia facilmente individuabile, ascolterò con attenzione ogni consiglio, ogni indicazione, che mi verrà suggerita. Grazie Mario Bettocchi



2. Anto in data 22/07/2019, 13:51:55

Con una situazione del genere da parte delle istituzioni, che dovrebbero essere esempio di rettitudine per i contribuenti, come possono, INPS, INAIL ed agenzia delle Entrate, pretendere di multare chi tiene il personale "in nero" ? Sarà evasione fiscale ma almeno, i lavoratori, vengono pagati.



3. Jessica in data 16/08/2019, 09:39:47

I volontari sono eroi.
Soprattutto quando gli assunti, nella maggior parte dei casi, non fa nulla di nulla.
Parlo per esperienza.
Il volontariato non è quello che ti toglie il lavoro.
Chi ti toglie il lavoro è lo stipendiato.
Perché lui non sta lavorando.
E non lavorando ti danneggia, in molti modi diversi, soprattutto non facendo capire l'importanza del proprio ruolo.
Secondo me dovremmo pensare alla conservazione dell'arte, che è il valore supremo, non allo stipendio.



4. Jessica in data 16/08/2019, 09:43:00

ANTO

Infatti la polizia non controlla il lavoro in nero in Italia.
Io non so lei dove viva ma a Roma non l'ho visto mai.
E tutti lavorano in nero per due lire.
Ottimo!
Solo che vanno a pulire cessi, a faticare e a morire, non ad aprire un libro di storia dell'arte o a farsi una cultura in giro per l'Italia!
Vedi le differenze.







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