No alle santificazioni di Gabriele d'Annunzio, ma no anche alle semplificazioni di Tomaso Montanari


Pochi giorni fa Tomaso Montanari ha preso posizione contro l'idea di erigere, a Trieste, un monumento a Gabriele d'Annunzio. Fornendo però un sunto banalizzato dei rapporti tra il poeta e il fascismo.

Può anche esser sensato schierarsi dalla parte di chi non saluta positivamente l’idea d’installare a Trieste un monumento a Gabriele d’Annunzio: non è il momento storico adatto, e in epoca di recrudescenza dei nazionalismi l’atto della locale amministrazione comunale potrebbe esser visto come provocatorio. Questione di prudenza, insomma. Tuttavia, è certo che le motivazioni per prendere posizione contro il monumento non possono essere quelle addotte da Tomaso Montanari nel suo articolo pubblicato lo scorso 2 settembre su Il Fatto Quotidiano, e questo per diverse ragioni, che però si riducono sostanzialmente a una: dal pezzo di Montanari, la figura di Gabriele d’Annunzio esce fortemente semplificata, se non banalizzata, e la complessità del suo rapporto col fascismo è risolta in pochi assunti che non solo non ricostruiscono con il dovuto rigore (che dovrebbe esser massimo anche e soprattutto in un articolo destinato a un pubblico vasto, come quello de Il Fatto Quotidiano) la relazione che d’Annunzio ebbe col fascismo, ma, ancor peggio, tendono a inquadrare questo legame in una sorta di visione manichea della cultura durante il ventennio.

Già esordire con le parole tratte dal Manifesto degli intellettuali fascisti è un’operazione che appare poco opportuna, dal momento che occorrerebbe procedere con le dovute contestualizzazioni, almeno a un livello basilare (per esempio, dividere quanti aderirono per convinzione da chi invece aderì per convenienza: operazione anch’essa sicuramente banalizzante se prodotta con l’obiettivo di stilare un elenco, ma che comunque può dare una minima idea). Specialmente se poi Montanari decide di bollare tutti coloro che aderirono al Manifesto (vengono citati Pirandello, Ungaretti, Corrado Ricci) come “uomini di merda” riprendendo una frase di Piero Calamandrei (“questi sono gli uomini di merda che rappresentano la cultura italiana sotto Mussolini”), estrapolata però dal contesto in cui fu scritta dal grande padre costituente fiorentino: Calamandrei non si riferiva ai firmatarî del manifesto, ma più semplicemente commentava, nel suo diario, un episodio che coinvolse Pietro De Francisci, che nel 1939, anno a cui risale la frase, era presidente dell’Istituto Fascista di Cultura, e ch’era stato oggetto dello scherno di Achille Starace in una riunione di gerarchi fascisti (De Francisci aveva dichiarato che, data la sua età e le sue condizioni di salute, non si sentiva in grado d’affrontare le prove atletiche richieste ai gerarchi, e per tal ragione era stato preso in giro dall’allora segretario del Pnf: il non aver mosso alcuna parola per controbattere a Starace gli era valso lo sprezzante epiteto di Calamandrei, che però nel suo diario decideva di rivolgerlo non già a De Francisci, bensì a una generica pluralità, com’è d’uso in contesti colloquiali).

Un conto, dunque, è parlare, per esempio, di Margherita Sarfatti, ch’ebbe un ruolo pubblico di promozione della cultura fascista particolarmente importante (anche se la storiografia ha di recente riconsiderato i suoi rapporti col regime, dal quale lei stessa fu in seguito colpita), un altro è ricordare un intellettuale come Lionello Venturi, che firmò il manifesto degli intellettuali fascisti, e però nel ‘31, per quanto non ostile al fascismo (“quando io lasciai l’Italia”, avrebbe scritto in seguito, “di esperienza politica antifascista avevo soltanto quella della partecipazione all’Alleanza Nazionale dove ero stato inserito dal mio carissimo amico Lauro de Bosis”), rifiutò di prestare il giuramento al fascismo imposto ai docenti universitarî, e questo comunque sulla base di decisioni piuttosto controverse (a ulteriore dimostrazione dell’insensatezza di dividere i buoni dai cattivi sulla base d’una firma), un altro conto ancora è esaminare il ruolo di Gabriele d’Annunzio che, come dovrebbe essere ormai noto ai più, se non può esser considerato un antifascista (sarebbe ridicolo), allo stesso modo non può neppure essere inquadrato tout court nei ranghi del fascismo (e non bisognerebbe neppure dimenticare che anche parlare genericamente di “fascismo” e “antifascismo” è, di per sé, operazione banalizzante).

Gabriele d'Annunzio nel 1904
Gabriele d’Annunzio nel 1904


Gabriele d'Annunzio a Fiume con un gruppo di legionari
Gabriele d’Annunzio a Fiume con un gruppo di legionari


Gabriele d'Annunzio con Benito Mussolini
Gabriele d’Annunzio con Benito Mussolini

Intanto, d’Annunzio non fu, come Montanari parrebbe alludere, un “sostenitore della violenza squadristica di un fascismo che aveva già ucciso Giacomo Matteotti” (peraltro i titolisti de Il Fatto Quotidiano commettono un madornale errore quando attribuiscono a d’Annunzio la citazione sullo squadrismo tratta dal Manifesto degli intellettuali fascisti il cui testo, come tutti dovrebbero sapere, fu redatto da Giovanni Gentile). È vero che molti dei legionarî di d’Annunzio andarono a rimpinguare le fila delle squadre fasciste e che diversi storici (Duggan, Pupo, Tacchi e altri) hanno individuato nell’esperienza di Fiume (e, a tal proposito, occorrerebbe ricordarsi anche della Carta del Carnaro prima di comporre rigide tabelle) alcuni dei prodromi e alcuni dei motivi ispiratori del futuro squadrismo fascista, ma molti concordano anche nell’attribuire a d’Annunzio una sorta di avversione verso la violenza squadrista. Quando nel 1923 d’Annunzio scriveva Il libro ascetico della giovane Italia, si chiedeva se l’invocazione dello spirito potesse aver potere “su tanta carne agglomerata, su tanta soverchieria d’osso e di muscolo, su tanta prontezza di consiglio manesco, su tanta mischia e rissa di dentati appetiti”: s’è voluto spesso intravedere, in questa metafora, una chiara allusione alle adunate fasciste e alla violenza delle sue squadracce.

Allo stesso modo non si può associare negativamente, con tanto granitiche certezze, il nome di d’Annunzio a quello di Matteotti, se è vero che, quando in una lettera inviata il 23 luglio del 1924 al maggiore Enrico Grassi si diceva “molto triste di questa fetida ruina”, il poeta intendeva riferirsi all’assassinio del deputato socialista, come molti hanno interpretato (anche se, per completezza d’informazione, occorrerà specificare che, secondo altri, d’Annunzio, con la sua frase, avrebbe inteso dipingere un rapidissimo affresco della situazione che il fascismo stata vivendo in quel periodo: ad ogni modo è certo che queste sue parole, dopo aver ottenuto risonanza dacché Tito Zaniboni le diffuse pubblicamente, fecero scalpore).

Il punto è che, conoscendo il personaggio e la sua biografia, non ci si può aspettare da d’Annunzio il fraseggio di un assessore, o tutt’al più quello di un osservatore che prende apertamente posizione a favore o contro, fatti salvi rari casi: d’Annunzio fu artista per tutta la vita, anche quando indossava i panni del pubblicitario, del volontario di guerra, del deputato, del maggiore del Regio Esercito, del Comandante della Reggenza del Carnaro. In più, dal 1922 in poi aveva deciso anche di smettere qualsiasi veste che non fosse quella dell’artista (ancora dal Libro ascetico: “ho allontanato da me qualunque bagliore di gloria. Non amo più la gloria; e m’è cruccio e m’è vergogna averla amata, averla seguita. […] Non ho nessuna ambizione di signoria, né di lode, né di favore, né di ricchezza. […] Io ho venduti a gente d’aratro i miei cavalli d’arme”; e più tardi, il 5 settembre 1924, in una lettera aperta alla Provincia di Brescia: “a tutti i politicastri, amici o nemici, conviene dunque ormai disperare di me. Amo la mia arte rinnovellata, amo la mia casa donata. Nulla d’estraneo mi tocca, e d’ogni giudizio altrui mi rido”).

E se proprio occorre affibbiargli un’etichetta, la più calzante forse è ancora quella che sarebbe stata cucita da Montanelli negli anni Settanta, quando in un suo saggio sui primi anni del fascismo affermò che d’Annunzio lanciava spesso strali contro il fascismo, senza però rinunciare alla sua parte di “oracolo al di sopra della mischia”: un ruolo, quello dell’“oracolo”, che s’attagliava a lui più che a chiunque altro, e che il poeta cercava d’interpretare con la massima costanza e la massima retorica possibili.

Infine, l’assunto con cui Montanari chiude il suo articolo sembra esser permeato di quel manicheismo di cui si diceva all’inizio: d’Annunzio in privato esprimeva disprezzo per il “fascismo di governo” (assunto peraltro non del tutto veritiero, dal momento che alcune decisioni del regime furono al contrario apprezzate dal poeta), ma in pubblico non parlava. Ergo, d’Annunzio rappresenterebbe “nel modo peggiore il tradimento dell’intellettuale”. Ovviamente la storia andò in modo molto più complesso di come Montanari la riduce nelle battute finali del suo pezzo: nel contesto occorrerebbe parlare anche dei timori che Mussolini nutriva nei confronti di d’Annunzio, del fatto che il poeta riceveva sì sostanziose prebende ma era anche costantemente sorvegliato, del fatto che pur non schierandosi mai dalla parte dei fascisti professò lealtà a Mussolini (salvo poi talvolta non dar seguito alla propria parola, come il caso della lettera al maggiore Grassi dimostra), della sua volontà di ritirarsi dall’agone politico e di professare un lungo isolamento intellettuale (benché di tanto in tanto interrotto).

Certo, siamo tutti d’accordo sul fatto che la figura di d’Annunzio non dovrebbe figurare tra quelle passibili di “santificazione”. Ma dovremmo essere anche d’accordo sul fatto che la complessità della sua vicenda biografica, artistica e politica non si possa ridurre in rapidi e nozionistici schemi suddivisi tra poli positivi e poli negativi.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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1. mario in data 06/09/2019, 17:03:26

Molto interessante. Da citare anche il grande rispetto che Lenin aveva per D'Annunzio e la sua speranza che potesse diventare il leader di una rivoluzione italiana. Non dimentichiamo che l'URSS fu una delle poche nazioni a riconoscere la Repubblica del Carnaro.



2. Luigi Saladino in data 06/09/2019, 18:42:23

D'Annunzio è personaggio complesso,ogni tentativo di riduzionismo ne limita la personalità, che si eleva nel contesto del tempo in cui visse e si espresse: la metà dell'Ottocento e il drammatico Novecento,con la I^ guerra mondiale e la nascita e l'avvento del Fascismo.
Egli fu soprattutto un un'intellettuale che ritenne di dare alla sua vita la caratteristica della inimitabilita'.Così disse:"Io nacqui ogni mattina....dove guacqui rinacqui".
Il D'Annunzio che attraversa la storia del tempo va visto nella sua figura di esteta,sensibile e aperto ad accogliere i molteplici aspetti della cultura europea e a piegarli al suo talento.



3. Serena Cocciante in data 06/09/2019, 19:50:14

Meraviglioso articolo, posso dire Che e' di spessore.
Descrive a pieno e nei minimi dettagli, in maniera obiettiva ed esaustiva l', esperienza del d'Annunzio in quel complesso contesto socio-politico di allora.




4. Quiro in data 06/09/2019, 23:49:35

Effettivamente mi sembra un articolo ben fatto, obiettivo, di un giornalista che finalmente approfondisce senza tediare. Oggi è sempre più difficile esprimere il proprio parere con onestà intellettuale senza essere "partigiani" o prezzolati. Davvero complimenti, nella speranza che si possa parlare ancora di questo ed altri argomenti con apertura mentale e serenità.



5. Jessica Consalvi in data 07/09/2019, 02:24:13

Ridicolo, che autogol che si sta facendo Montanari solo perché è nato in Toscana e crede che la sinistra sia buona.
Gli italiani sono stati fascisti, punto e basta.
Le migliori personalità, tutti lo erano; i banditi erano i partigiani.
Studiare per credere.
Inoltre, il nostro D'Annunzio è una personalità molto ma molto interessante, promotore dell'estetica.
Non si può escludere dalla NOSTRA storia. Oppure dovremmo parlare di Dante che è palesemente razzista?
Per rispondere a Montanari: il patrimonio mondiale non esiste.
O è italiano o è il nulla.



6. Federico in data 07/09/2019, 08:17:55

"Teco porti lo specchio di Narciso " fu l'accoglienza per Mussolini al Vittoriale. Il Vate andò per lo più dove la ragione lo portava .



7. laura55 in data 07/09/2019, 08:19:13

Si impara sempre molto da Giannini. Ho apprezzato l’articolo sia per la messe di informazioni sia per la lettura critica con cui mette in prospettiva una vicenda complessa come quella di D’Annunzio “pubblico”. E soprattutto questo articolo ci fa vedere che cosa vuol dire documentarsi, tornare alle fonti con acribia.



8. Paola Cazzola in data 09/09/2019, 09:00:29

Bravissimo Federico Giannini, eccellente , come sempre!!



9. Roberto in data 09/09/2019, 10:07:39

Caro Giannini,
stimo il tuo lavoro di critico e storico dell'arte, ma queste tue puntualizzazioni su D'Annunzio appaiono talmente incerte e, nel migliore dei casi, "di contorno", da avvalorare, più che correggere, le posizioni "manichee" a proposito del Vate. La cui vicenda personale e storico-politica è perfettamente inserita - in maniera certamente del tutto peculiare per articolazione, qualità e rilievo - in quella "autobiografia nazionale" che Piero Gobetti seppe individuare nel fascismo. Ed è bene si smonti l'idea semplificatoria, antistorica, del fascismo e dei suoi attori (protagonisti, comprimari, coristi e comparse) come fenomeno granitico; perché così si rafforzano gli anticorpi, le armi della consapevolezza e della responsabilità di tutti e di ciascuno contro il periodico risorgere, in forme rinnovate, della lue totalitaria. Ma ricercare e rivelare il carattere "umano, troppo umano" del Ventennio, scavarlo fin nei dettagli (so che sarai d'accordo con me), non può trasformarsi in un alibi per mutare il giudizio complessivo. Quanto al monumento che oggi si vagheggia a Trieste, oltre e forse più che alla relazione tra d'Annunzio e il fascismo storico occorrerebbe far partire una discussione, meno accademica, sul presente contesto politico, nazionale e regionale, nel quale si inserisce una proposta non certo "poetica", ma inequivocabilmente strumentale e altamente provocatoria.



10. Jessica Consalvi in data 10/09/2019, 03:38:18

ROBERTO

Non si usa la storia per fini politici.
Proprio il fascismo faceva questo...
Non so se riuscite a fare 1+1




11. Maria Daniela Lunghi in data 13/09/2019, 22:25:22

Come sempre Federico sai rimarcare la superficialità di certi giudizi inutili e troppo affrettati.
Ho letto quasi tutto ciò che ha scritto Gabriele D'Annunzio e lo ritengo una figura importante per la cultura italiana. Per la letteratura, per la poesia, il teatro e per l'influenza che ha avuto sul costume in generale.
Non è più tempo di erigere 'monumenti' - utili solo ai graffitari e lauto pasto per i vandali - ma di leggere ciò che ha scritto , ne vale sempre la pena.






12. Mario Paluan in data 14/09/2019, 13:29:58

La contestazione rivela quanto sia ancora viva e ricca di fermenti la sua figura. Alzi la mano chi può dire di aver studiato tutta l’opera di Gabriele D’Annunzio. Staremmo forse sulle dita di una mano. Voi ed io. Ho dato la mia tesi di laurea su Gabriele d’Annunzio, relatore il professor Marziano Guglielminetti, Palazzo Nuovo Torino, luogo di intense contestazioni rosse ai tempi del Sessantotto e oltre. Trieste: Statua si statua no?

D’Annunzio appare in posa dimessa, mi pare di scorgere. Siete stati al Vittoriale? Vi siete auto inflitti la lettura della sua opera e le Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi? Avete letto il Notturno e Meriggio? E la morte del cervo? D’Annunzio fascista? Atrocemente falso! Un falso storico che non so a chi interessi sostenere. Ovvero le distorsioni di un mito. Una volta per tutte: Nella sua opera tutto parla di eroicità, di mito, di eroismo, di proclami, di riesumazione e promozione dell’ antica Gloria italica che col Fascismo (quel fascismo) ci stanno come i cavoli a merenda. Alla stessa stregua condanniamo Giulio Cesare e le sue legioni, ovvero gran parte del nostro passato. Qualcuno se la sente? I suoi diretti riferimenti sono il mito del superuomo, anzi, dell’ultrauomo, del resto Friedrich Wilhelm Nietzsche aveva appena deposto i suoi frutti (avvelenati) a proposito dell’uomo nuovo, allora perché non mettiamo all’indice anche il filosofo tedesco, così il professor Gianni Vattimo si mette a strepitare, e a ragione. Grandissimo D’Annunzio, solo in alcuni suoi lavori (ma questo discorso esula dal tema attuale della contestazione. Oppure visto che nutriamo (ancora!) dubbi sulla sua appartenenza al regime, (e solo per quello!) diciamo che i suoi versi regali valgono poco! Bestemmia! Non ci sto.

D’annunzio uomo di pace rappresentato mentre sommessamente e malinconicamente sfoglia un libro su una pila di libri? Questa è  la statua contestata? Semmai è  la statua a dover essere commentata e l’atteggiamento del poeta perché me lo presenta rinunciatario, non perché sarà collocata dove deve esserlo. Una statua che gli corrisponde solo in parte perché presenta D’Annunzio come uomo di pace, che D’Annunzio non fu mai, anche se alla fine prenderà le distanze dal suo attivismo sfrenato, dalla gloria, dall’eroe, dalla sua indole stessa. A chi non capiterebbe dopo aver tanto vissuto? Ma non è un rinnegarsi il suo, se mai un ripiegarsi. Non fu mai uomo di pace D’Annunzio, non sarebbe stato l’erede di antichi miti in cui voleva specchiarsi, sostenerlo significa imbrattare il vero storico con menzogne tendenziose e insostenibili e danneggiare la sua grandezza ammirata all’estero che ne fa un binomio inscindibile di poeta soldato. Preferisco D’Annunzio in compagnia di Natale Palli su un biplano nel cielo di Vienna o a cavallo, a Fiume fra i suoi legionari. D’Annunzio da fastidio al PD? Siamo ancora a questo punto? Non ci posso credere! Tu da che parte stai? Destra, sinistra? Se sei di destra sei un fascista reazionario, bombarolo, massacratore e tiranno, se sei di sinistra un bolscevico esecrabile che giustificava i crimini di Stalin e Mao. Questi sono I giudizi che vogliamo? Tutto ciò che attiene o si riferisce o ricorda quel tipo di antagonismo storico politico, ancora oggi va criticato e ostacolato e messo all’indice dalle parti avverse, a quanto pare ancora oggi inconciliabili. D’Annunzio suscita ancora polemica e il suo nome va rimosso dalle strade! Allora rimuoviamo qualche centinaio di nomi nostrani. Magari anche quello di Machiavelli. Ma noi non siamo Americani ai quali basta rimuovere qualche statua per sentirsi in pace con la coscienza; viva D’Annunzio sono tentato di gridare. Ma non voglio farlo. Uomini come lui non finiranno di sollevare domande, di porre in dubbio verità di parte, o ancora, evidentemente troppo vicine per potersi definire vera storia. La polemica va colta nel suo aspetto positivo, ma va scissa dalla condanna tout court perché: D’Annunzio fiumano, guerrafondaio, capo di un manipolo di sfegatati col pugnale sguainato. Così non fu, o meglio: non fu solo così. Offendere le terre giuliane dal delicato equilibrio socio politico? altro errore! Il dente duole ancora? Protestiamo forse Fiume che ridiventi italiana per qualche bandiera di troppo? Un gesto incongruo e insostenibile che nuoce alla comprensione. Una buona volta occorre riguardare al passato non con spirito di parte o con atteggiamento preconcetto. È tempo di farlo.

A me sarebbe piaciuto che a sollevare contestazioni fossero stati non appartenenti al PD, vorrei dei contestatori capaci con cui confrontarmi, non i petulanti contestatori di una statua, vorrei tentare un dibattito, serio, definitivo, scrupoloso, anche se difficilissimo, dicendo anche a me stesso che se ti piace il nero non può piacerti il rosso e viceversa, ma non ha semplicemente alcun senso denigrare ciò che è grande di suo e a prescindere, intoccabile, invidiato da mezza Europa, cioè il nostro poeta soldato solo perché ha usato il Fascismo, e voleva divertirsi ancora un po’ con mitraglie, siluri e aerei, e il bel gesto e le pose col pugnale sguainato, non sono pose fasciste ma “romane”, andate a leggere la carta del Quarnaro, non a discolpa sua ma a spiegazione delle sue gesta. D’Annunzio non ha bisogno di essere scusato, condannato, osteggiato, ma solo studiato e compreso. Ce la facciamo una buona volta a non prendere posizioni a priori? Gli stranieri farebbero carte false per avere fra le loro memorie gente come lui. Lo sa il PD questo? Ho amicissimi e parenti stretti che hanno militato in Lotta Continua e stimati professori (defunti) ex comunisti ammiratori di Togliatti, ma che mai si sarebbero sognati di denigrare il nostro D’Annunzio. Farei carte false per sentire dire a un ex comunista italiano (quelli veri, non la confusa melassa di oggi): amo D’Annunzio per quello che ha scritto e farei ugualmente carte false per sentire uno di destra dire: ho studiato Gramsci, ho studiato Engels, apprezzo molto del loro pensiero. Da li bisogna partire per il confronto.
Il partigiano comunista parente di una mia amica ed ex collega di lavoro, ammazzato inseguendo il sogno di una internazionale rossa sulle barricate di Parigi, contro i nazisti, lo ammiro e lo rispetto per la fedeltà alla sua idea (anche se dovessi suscitare scandalo) e tuttavia mi soffermo e rifletto sulle pagine di Julius Evola, che considerava D’Annunzio un teatrante che badava alla cornice. Evola, il filosofo della Tradizione, che intimorisce ancora in Italia, (ma non all’estero) che si rivoltava contro il mondo moderno, condannando sia il comunismo che il capitalismo. Ce la facciamo, dico io, tutti quanti a tornare grandi, invidiati, ammirati, come un tempo, Italiani, degni del nostro nome, e perché no? insieme ai nostri vicini amici slavi, ma occorre deporre le fionde di cui disponiamo e smetterla di tirarci sassi.

Quelli del PD che lo vogliano o no devono sapere che Gabriele D’Annunzio appartiene anche a loro. E per la cronaca:
In Francia la biografia del Vate è stata scritta dall’Ambasciatore Maurizio Enrico Serra, rappresentante permanente presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra, insigne studioso di cose letterarie, che con il volume dedicato a D’Annunzio termina la personale ‘trilogia italiana’.
Sono oltre 700 pagine sotto il titolo D’Annunzio le Magnifique (Grasset 2018, euro 30), con scheda editoriale audace: “Gabriele D’Annunzio fu lo scrittore-personaggio più imitato del suo tempo. Henry James, Shaw, Stefan George, Heinrich e Thomas Mann, Karl Kraus, Hofmannsthal, Kipling, Musil, Joyce, Lawrence, Pound, Hemingway, Brecht, Borges e tutti i francesi – da Remy de Gourmont a Cocteau, Morand Yourcenar – tre generazioni di intellettuali lo hanno letto, studiato, copiato.

Occorre smetterla col denigrare i protagonisti della nostra trascorsa grandezza. Tanto grandi rimangono, nonostante le nostre diatribe. Un italiano grande, unico, “mitico” e imparagonabile fu D’Annunzio. Senza se e senza ma.

Non è infine per spirito polemico che cito un altro “grande” italiano….forse l’ultimo grande, sebbene atipico: Pier Paolo Pasolini, ma forse ne’ a lui ne’ al Vate giovano le statue, bensì  lo studio, la lettura imparziale del loro pensiero oltre al rispetto, infine l’orgoglio di sentirli nostri e italiani.

La dialettica degli opposti può anche rimanere inconciliabile (con pace precaria di tutti) ma il livello del confronto non deve comunque situarsi all’infimo gradino su cui posa un quesito effimero: statua si, statua no. Se no, facciamo ridere l’Europa, che ci invidia d’Annunzio. E l’ignoranza dei molti non è mai stata buona consigliera.

Il sottoscritto Mario Paluan, esule italiano e auto confinato volontariamente oltremanica si rivolge direttamente a:
Vittorio Sgarbi
, Claudio Magris,
 Giorgio Rossi, assessore alla cultura 
Veit Heinichen, intellettuale politicamente corretto e giallista, 
Alessandro De Vecchi, promotore della petizione anti statua
, Borut Klabjan, studioso triestino,
Roberto Di Piazza, sindaco di Trieste, 
Kolinda Grabar Kitarovic Presidente croata
Vodka Obersnel sindaco di Fiume, 
capi del PD locale di Trieste

A queste persone va il mio ringraziamento per essersi interessati e aver preso parte a una polemica dibattito rinnovando così il mito e la figura del Vate.

Mario Paluan






13. Jessica Consalvi in data 14/09/2019, 22:55:16

MARIO Pensa che a me dà più fastidio Pasolini, che fu un maledetto pedofilo, che D'Annunzio, che era fascista, esattamente come lo furono tutti all'interno del suo periodo storico. Non si scherza col passato. Non si può censurare la storia: se lo si fa, è peggio. Se il comune di Trieste vuole una statua di D'Annunzio nel suo comune non c'è niente di male, inutile montare morali sinistroidi. Montanari vuole educarci a essere 'umanisti', aperti con tutte le culture, a ricordarci quanto furono cattivi i fascisti, ma questo significa solo auto-distruzione della propria identità e regalare il nostro paese agli stranieri che una cultura come la nostra se la sognano e, soprattutto, la vogliono. Purtroppo la verità è che l'arte è in mano alla sinistra, e questo è fortemente pericoloso per la conservazione della nostra memoria: allora non studiamo più Dante, né Michelangelo, né Ungaretti...



14. Maria Daniela Lunghi in data 19/09/2019, 11:24:36

Mi è piaciuta molto la lettera di Mario Paluan piena di fuoco, come il Fuoco di D'Annunzio. Avevo letto l'opera del Vate per un esame di Letteratura Italiana sostenuto all'Università Degli Studi di Genova, anni '80.
Mi aveva appassionato e non avevo mai pensato di ridurlo ad un bieco fascista, pur essendo io un'ex sessantottina. Era una persona coraggiosa, sensibile alla bellezza, di grande cultura. Non riesco a capire le attuali polemiche, erano fascisti anche tanti altri artisti del tempo. Sironi scrisse 'dovevo mangiare'... Abito a Genova, Piazza della Vittoria, il quartiere della Foce sono opere di quel tempo e sono belle nella loro razionalità.
Sul monumento ho cambiato idea: sì si deve fare e dovrà essere un capolavoro!







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