Libertà di #selfie ai musei: ma così non si aiuta davvero la promozione della conoscenza


Una delle misure del decreto cultura prevede la libertà di fotografare nei musei, purché non ci sia scopo di lucro. Proponiamo una revisione della norma.

Venerdì scorso, cioè il giorno dopo la riunione del Consiglio dei Ministri in cui si è approvato il decreto legge per la cultura, ho frugato tutto il sito del governo italiano alla ricerca del testo del decreto legge: una perdita di tempo, perché il testo di fatto non esiste ancora. Il governo Renzi si è limitato a far uscire un comunicato stampa in cui venivano elencate le misure che saranno presenti nel decreto. Certo, se la prassi di emanare comunicati stampa ancor prima che vengano scritti i testi ufficiali diventerà la pratica ufficiale del governo Renzi, c’è ben poco di simpatico: chi commenta (e, soprattutto, chi vota) deve farlo sulla base di testi che non esistono e che non si sa come saranno nella loro versione definitiva. Ma tant’è.

Un breve cenno sui vari provvedimenti annunciati è doveroso. A cominciare dal cosiddetto artbonus, che garantirà un credito d’imposta del 65% ai privati che decideranno di finanziare un bene culturale pubblico. Secondo la relazione tecnica allegata alla bozza del decreto pubblicata su Tafter, si stima che il provvedimento avrà un impatto di circa 50 milioni di euro suddivisi per quattro anni. Bene, provvedimento interessante perché finalmente introduce un sistema di agevolazioni fiscali per chi decide di aiutare il patrimonio pubblico. Un po’ meno bene se pensiamo al fatto che sarà ovviamente il privato a decidere cosa finanziare, il che può andare benissimo quando si tratta di sostenere istituti, enti o fondazioni. Discutibile invece se pensiamo alle opere di restauro: come faceva notare ieri anche Mario Cobuzzi di Kunst, anche se a proposito dei “Luoghi del Cuore” del FAI, la scelta delle opere da restaurare dovrebbe essere condotta secondo criteri scientifici avendo presenti le priorità di restauro, il tipo di bene, quello che ha più bisogno di manutenzione (anche se, comunque, di ciò sembra si occuperà il “Piano strategico Grandi Progetti Beni Culturali”). Tuttavia, l’artbonus si configura come un compromesso che speriamo possa funzionare. Staremo a vedere.

Bene anche i 50 milioni dati alle Fondazioni Liriche, bene il piano della mobilità turistica (sperando che venga condotto con un occhio di riguardo per il turismo sostenibile e che si concentri davvero sui centri minori come promesso: le grandi “città d’arte” sono sature) mentre non si comprende il senso dei “poteri commissariali” per il “Direttore Generale per il Grande Progetto di Pompei” (da anni Pompei ha visto avvicendarsi manager e commissari senza che siano stati prodotti grossi risultati). Per non parlare dalla renzianissima figura manageriale che affiancherà i soprintendenti, sulla quale ci siamo già ampiamente espressi. Infine, il capitolo che interessa più da vicino la nostra attività qui a Finestre sull’Arte: quello sulla riproduzione fotografica dei beni culturali.

Il testo del comunicato stampa emanato dal governo dice questo: “si introduce una parziale liberalizzazione del regime di autorizzazione della riproduzione e della divulgazione delle immagini di beni culturali per finalità senza scopi di lucro quali studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero, espressione creativa e promozione della conoscenza del patrimonio culturale”. Il che significa che chiunque potrà farsi i selfie davanti all’opera che preferisce: c’è solo da sperare che la pratica non diventi di disturbo per chi va ai musei per vedere le opere d’arte. Ma il punto non è questo: se il decreto introduce la possibilità di fotografarsi davanti alle opere, ben venga (purché, appunto, i visitatori abbiano sempre il tatto e la sensibilità di non approfittarsene troppo, disturbando gli altri): i “maghi del social” ci hanno sempre insegnato che il crowdsourcing è un ottimo mezzo per promuovere qualcosa, nel nostro caso i musei.

Io però penso a chi, come noi di Finestre sull’Arte, ha fatto della promozione del patrimonio culturale una professione (che poi, nel mio caso, è più... una parte di professione, dal momento che nella vita mi occupo anche di altro) e per forza di cose il suo operato deve avere uno scopo di lucro. Perché se si decide di fare promozione del patrimonio culturale a livello professionale, in modo serio e rigoroso, intanto si hanno delle spese che vanno coperte. E poi una professione deve essere in grado di mantenere chi la fa. Quello che voglio dire è che promozione del patrimonio e scopo di lucro sono due concetti che possono tranquillamente coesistere. Con il nostro operato noi facciamo promozione del patrimonio: abbiamo un sito che genera oltre 1.000 visite al giorno (e, comunque, stiamo puntando al raddoppio sul breve-medio termine), abbiamo un vasto seguito sui social (solo su Facebook abbiamo 100.000 fan). Immaginiamoci cosa può voler dire far conoscere un’opera appartenente a un museo pubblico a un parterre di queste dimensioni. Significa incuriosire, significa diffondere cultura, significa stimolare le persone ad andare a vedere le opere dal vivo nei musei e a recarsi a visitare le mostre e, più in generale, tutti i luoghi della cultura. E dai sondaggi che abbiamo condotto in passato sappiamo che c’è una buona parte del nostro pubblico che va al museo perché ha seguito un nostro consiglio o perché grazie a noi ha scoperto un’opera.

Con la dicitura “a scopo di lucro”, il decreto legge ci taglia automaticamente fuori. Fortunatamente ci sono dei musei, come Palazzo Madama a Torino e la Pinacoteca di Brera che già lasciano libertà di fotografare, come dichiarato nelle risposte a questo tweet del ministro Franceschini. Ma ci sono anche tanti musei che non hanno preso posizione. Per pubblicare l’immagine di un’opera del patrimonio pubblico (anche quelle che per la legge sul diritto d’autore sarebbero nel pubblico dominio) sul nostro sito, dovremmo, secondo il Codice Urbani, fare la richiesta all’ente che gestisce l’opera, pagare il canone di concessione (che è tutt’altro che economico, e trasformerebbe automaticamente il nostro progetto in una enorme spesa: pensate che per ogni puntata del podcast parliamo di circa dieci opere di un artista), aspettare la risposta (senza avere ovviamente garanzie sui tempi, e questo per il web è del tutto inefficiente). Si tratta di una pratica anacronistica per chi utilizza il web. E per ovviare a tutto ciò, noi ricorriamo sempre a link verso fonti esterne. E ci domandiamo ancora come dobbiamo comportarci con Facebook dove la pubblicazione di immagini di opere d’arte è la norma per tutti, e non l’eccezione.

Basterebbe semplicemente che dal testo finale del decreto scomparisse la dicitura “a scopo di lucro”. Perché un conto è guadagnare da un’attività di promozione del patrimonio, che fa bene anche al patrimonio stesso. Un conto invece è associare un bene culturale a un marchio o a un’azienda (come nel caso della famigerata pubblicità del David di Michelangelo armato). Eliminando la dicitura “a scopo di lucro” si consentirebbe a chi divulga per professione di farlo in modo più libero, sereno e soprattutto efficace, e da questa attività anche i musei pubblici potrebbero trarre giovamenti. E, d’altra parte, si costringerebbero ancora le aziende che vogliono promuovere prodotti attraverso il patrimonio, a pagare canoni di concessione, in quanto operazioni come quella del David armato non sono né studio, né ricerca, né libera manifestazione del pensiero, né promozione del patrimonio. Si potrebbe discutere su “espressione creativa”, ma basterebbe circoscrivere la norma per consentire a chi si occupa davvero e in modo fattivo di promozione del patrimonio di non essere più sottoposto a vincoli che rendono meno efficiente la propria attività. Chiediamo quindi, a chi di dovere, di prendere in considerazione questa nostra proposta: eliminare la dicitura “a scopo di lucro” dal testo finale del decreto, e circoscrivere gli ambiti di utilizzo delle fotografie delle opere d’arte in modo libero. Potrebbe essere davvero una bella misura, moderna e intelligente, e potremmo giovarne tutti: sia chi fa promozione, sia chi è oggetto della promozione.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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1. Patrizia Casadio in data 27/05/2014, 13:46:44

avrei compreso molto di più se l'articolo-proposta fosse scritto in italiano. ad ogni modo sono felice che mi si offrà l'opportunità di fotografare e a questo punto vorrei anche avere quella di ingressi, mezzi di trasporto, ecc. meno cari.



2. Flora Fedetto in data 27/05/2014, 14:23:44

Bisognerebbe che lanciaste una petizione affinchè possiate portare a conoscienza delle persone che amano l'arte in tutte le sue espressioni e anche se non propriamente non laureati, in modo da raggiungere lo scopo.



3. Sergio Manzo in data 27/05/2014, 21:17:59

Sono pienamente d'accordo sulla più completa libertà di fruizione delle opere d'arte. Quello da evitare è la pura mercificazione del patrimonio culturale. D'accordo sul sostegno alle spese necessarie al mantenimento delle stesse, ma non deve diventare un'attività meramente commerciale. Rischieremmo di ritrovarci con il David in versione uomo-sandwich,



4. pao in data 06/07/2014, 04:48:40

"2. Commento scritto da Silvia Ledda in data 27/05/2014 14:06:05 Non vedo nulla di positivo nella liberalizzazione parziale [..] Se tu entri in casa mia e fotografi il mio patrimonio, che mi costa una fortuna mantenere, non vedo perché non debba pagarmi i diritti." Perchè si tratta di beni culturali di dominio pubblico e non appartenenti ad un privato. Il loro mantenimento è finanziato dalle tasse dirette e indirette, compreso il biglietto di ingresso al museo dove sono custoditi, e dai canoni di concessione per utilizzo COMMERCIALE (il famoso 'lucro').



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