A Vicenza, ecco “Van Gogh tra il grano e il cielo”: l'ultima mostrapanettone di Marco Goldin


Recensione della mostra “Van Gogh tra il grano e il cielo” a Vicenza, Basilica Palladiana, dal 7 ottobre 2017 all'8 aprile 2018.

Prima d’iniziare a parlare della mostra su van Gogh a Vicenza, il nuovo progetto espositivo-imprenditoriale di Marco Goldin e della sua Linea d’Ombra, occorre avanzare una breve premessa: questa volta il punto di partenza non sarebbero state, come per altre sue mostre, atroci accozzaglie sulla falsariga della tremenda “Tutankhamon, Caravaggio, van Gogh”, né raffazzonati accrocchi tematici in stile “gli impressionisti e la neve”, e neppure improbabili e azzardate panoramiche sul ritratto “da Raffaello a Picasso”.

Niente di tutto ciò: per la mostra d’autunno alla Basilica Palladiana, Goldin ha potuto contare su di un nucleo decisamente consistente di disegni e dipinti di Vincent van Gogh (Zundert, 1853 - Auvers-sur-Oise, 1890), provenienti per la più parte dal Kröller-Müller Museum di Otterlo, in Olanda.

Beninteso, niente di particolarmente originale o innovativo, stante l’ormai consolidata e tradizionale abitudine del Kröller-Müller a prestare in blocco ampie porzioni della propria raccolta vangoghiana, e quella di Vicenza è situazione tutt’altro che inedita, dacché pure per la prima grande mostra su van Gogh tenutasi in Italia, quella del 1952 di Palazzo Reale a Milano, si fece largo uso di prestiti provenienti dall’istituto olandese: preme tuttavia sottolineare che l’attributo “grande”, sul quale peraltro pare fondarsi gran parte dell’aggettivazione che accompagna la rassegna vicentina, significa tutto e niente, e stabilire a chi tocchi il primato in “grandezza”, se alla mostra del 1952 o a quella del 2017, è materia da futile combat de coqs da lasciar volentieri a chi ama tal genere di sterili contese. Ad ogni modo, riproporre nel 2017 una mostra di sessant’anni fa (pur col rapporto tra dipinti e disegni invertito: allora furono più i dipinti che i disegni, a Vicenza invece succede il contrario), con tutti gli aggiornamenti del caso, non sarebbe operazione di per sé deprecabile: solo un paio d’anni addietro, la riedizione di Arte lombarda dai Visconti agli Sforza, curata da Mauro Natale e Serena Romano (che vollero programmaticamente ispirarsi all’omonima rassegna del 1958 di Roberto Longhi e Gian Alberto Dell’Acqua), fu operazione meritoria, almeno a nostro giudizio. Non è quindi questo il problema.

L'ingresso della Basilica Palladiana a Vicenza per la mostra su van Gogh
L’ingresso della Basilica Palladiana a Vicenza per la mostra su van Gogh


L'ingresso della mostra su van Gogh
L’ingresso della mostra su van Gogh


Gli allestimenti della mostra su van Gogh
Gli allestimenti della mostra su van Gogh

Con ben centoventinove opere, tra dipinti e disegni di van Gogh e di artisti di confronto (cinque opere in tutto, di Jozef Israëls, Jean-François Millet, Jacob Maris, Anthon van Rappard e Matthijs Maris), allestire un progetto lineare e ragionevole, volto a far entrare il visitatore veramente nel mondo di van Gogh, mettendolo nelle condizioni di comprendere i perché alla base di molte delle opere esposte alla Basilica Palladiana, sarebbe stata, in fondo, operazione neanche troppo complessa, dato anche il fatto che pochissimi artisti della storia dell’arte sono noti nel profondo come van Gogh. Certo, a Goldin non si chiedeva davvero d’addentrarsi troppo nello specifico (probabilmente poco gl’importa di far sapere al suo pubblico, per esempio, in che modo la lettura di Michelet avesse influito sui disegni del Borinage, o come l’approccio al colore da parte di van Gogh fosse cambiato a seguito dell’approfondimento, nel 1884, delle teorie cromatiche di Charles Blanc), ma almeno di dar conto di certi passaggi che la mostra accenna, a cominciare dal perché Millet fosse stato un riferimento costante lungo l’intera carriera dell’artista olandese, o dalle scelte tecniche e compositive dei ritratti di Nuenen, o dal fondamentale contributo che la conoscenza dell’arte di Adolphe Monticelli apportò alla pittura di van Gogh ai tempi della Provenza.

C’è d’interessante che a Vicenza si possono incontrare snodi cruciali della carriera di van Gogh: i disegni del 1880, i primi esperimenti con l’olio condotti sotto l’egida di Anton Mauve, i succitati ritratti di Nuenen, alcune delle opere parigine, la versione di Colonia del Ponte di Langlois e molto altro. Tuttavia il problema è che, al solito, Goldin ha deciso di prendere sistematicamente a calci ogni buon proposito critico e di buttarla nella cagnara dell’“anima”, e se intenzione dichiarata a chiare lettere “non è quella di isolare e commentare in modo catalogatorio i grandi temi che emergono dalle lettere e dalle opere - che pure sono importanti per comprendere la poetica e le motivazioni delle scelte artistiche - quanto piuttosto quella di porsi da una diversa prospettiva, quella dell’anima”, allora ogni ragionamento che tenga conto di aspetti critici, filologici, divulgativi e didattici di un’esposizione diventa necessariamente argomento ozioso. Se i “temi che emergono dalle lettere e dalle opere” sono motivi secondarî, se si ritiene che l’unica alternativa agl’ineffabili palpiti dell’anima sia un “commento catalogatorio”, se un concetto fumoso come la “prospettiva dell’anima” diviene impianto su cui si regge un intero progetto espositivo, tanto vale evitare con cura i pannelli vergati dalla penna di Goldin (il quale smania di farci sapere che il racconto della mostra, tolte le schede di catalogo di Teio Meedendorp brutalmente riportate sulle pareti dell’allestimento, è opera sua: ogni pannello è infatti immancabilmente firmato con nome e cognome) e compiere un’immersione nella pittura di van Gogh senza curarsi di quanti vorrebbero suggerirci quali sentimenti provare. Ciò, ovviamente, se proprio s’avverte la necessità di andare a visitar la mostra (Vicenza, del resto, è più comoda di Otterlo).

Vincent van Gogh, Due zappatori (da Jean-François Millet)
Vincent van Gogh, Due zappatori, da Jean-François Millet (1880; matita e gesso nero su carta velina, 37,5 x 61,5 cm; Otterlo, Kröller-Müller Museum)


Vincent van Gogh, Interno di un ristorante
Vincent van Gogh, Interno di un ristorante (1887; olio su tela, 45,5 x 56 cm; Otterlo, Kröller-Müller Museum)


Vincent van Gogh, Il ponte di Langlois ad Arles
Vincent van Gogh, Il ponte di Langlois ad Arles (1888; olio su tela, 49,5 x 64,5 cm; Colonia, Wallraf-Richartz-Museum & Fondation Corboud)


Vincent van Gogh, Covone sotto un cielo nuvoloso
Vincent van Gogh, Covone sotto un cielo nuvoloso (1890; olio su tela, 63,3 x 53 cm; Otterlo, Kröller-Müller Museum)

Il rischio, altrimenti, è intanto quello di perdersi negli svenevoli racconti in prima persona di Goldin, tra “l’aria secca e tutta incisa di un’emozione che travolge, scuote dal di dentro, si deposita nella profondità del cuore”, l’“ondeggiare dello sguardo e del respiro” e le pennellate che diventano “vere e proprie pietre preziose sospese nell’aria chiara di Provenza” (giusto per citare alcuni passaggi dalle schede delle opere nel volume a corredo della mostra che, saggiamente, in seconda di copertina è definito “libro” e non “catalogo”, perché chiamarlo “catalogo” sarebbe stato un affronto ai cataloghi veri: si salvano solo alcune schede redatte, pur senza alcuna bibliografia - assenza che contraddistingue l’intero volume - da studiosi di van Gogh, come il già citato Meedendorp o Cornelia Homburg). Basta esser consapevoli del fatto che un prodotto del genere è l’equivalente storico-artistico d’un cinepanettone, e trovarsi di fronte a un racconto di van Gogh condotto in tali termini è un po’ come immaginarsi Cipollino nelle vesti di protagonista de Il cielo sopra Berlino, tanto per dare un’idea. Oppure, per suggerire ancor meglio il (personalissimo, s’intende) senso di fastidio provato da chi scrive (dato che tocca parlar d’emozioni), è un po’ come ascoltare un disco di Leonard Cohen mentre il vicino di casa attende alla tosatura del proprio giardino col più rumoroso tagliaerba a scoppio disponibile sul mercato. E comunque, non c’è niente di male: è sufficiente proceder cauti coi termini, ed evitare d’usare altisonanti locuzioni come “consacrazione della vocazione della Basilica Palladiana come luogo dove vivere l’arte” per rivestire d’una patina culturale che non gli s’attaglia quello che è, a tutti gli effetti, un prodotto d’intrattenimento.

E poi c’è il pericolo di dover vedere il povero van Gogh ridotto al ruolo di spalla triste e derelitta del curatore-mattatore: perché Goldin non ha soltanto curato la mostra e scritto il “libro”. E non si è neanche limitato a fare ciò che meglio sa fare, ovvero l’imprenditore che col suo ben sperimentato marketing delle emozioni è stato capace di creare a duemila persone al giorno il bisogno d’andare a Vicenza a sorbirsi il suo racconto del “laboratorio dell’anima” di van Gogh. No: Goldin è anche autore dei pannelli disposti lungo il percorso, ideatore e curatore dell’audioguida, curatore di un’edizione delle Lettere di van Gogh ovviamente pubblicata da Linea d’Ombra, drammaturgo autore del monologo teatrale che ha ispirato i dipinti di Matteo Massagrande che occupano la penultima sala della mostra, e ancora sceneggiatore, regista, produttore e narratore del docu-film che viene proiettato nell’ultima sala, allestita a mo’ di cinema da novanta posti. Protagonismo e ridicolo sono due concetti spesso molto vicini. E poi, probabilmente Goldin è anche l’ideatore del plastico di venti metri quadrati che riproduce la clinica di Saint-Paul-de-Mausole e che il visitatore si vede piombare verso la fine del percorso a guisa di baracconata trash che giunge per chiudere definitivamente il cerchio attorno al progetto “van Gogh a Vicenza”. All’anteprima per la stampa, Goldin ha assicurato di “aver preso van Gogh dalla parte dell’anima”: c’è da domandarsi se non l’abbia semmai preso in giro. Il povero Vincent, in fondo, aveva già sofferto fin troppo in vita.

Il plastico della clinica di Saint-Paul-de-Mausole
Il plastico della clinica di Saint-Paul-de-Mausole


La sala-cinema
La sala-cinema



Federico Diamanti Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Diamanti Giannini

Giornalista d'arte, ho fondato Finestre sull'Arte nel 2009 con Ilaria Baratta. Sono nato a Massa nel 1986 e ho ottenuto la laurea specialistica a Pisa nel 2010. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier.

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