La celebre massima di Leonardo da Vinci “tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro” pare aver guidato gli allievi di Giuseppe Baldini (Livorno, 1807 – 1876), artista livornese che impartì i primi rudimenti in pittura a importanti nomi dell’arte del XIX secolo, tra cui sicuramente i più conosciuti sono Giovanni Fattori e Vittorio Matteo Corcos, ma che conta altri nomi significativi quali quelli di Renato Fucini, Natale Betti, Giovanni Costa. Certo, in questo concetto traspare una fiducia nel progresso, una parabola dell’arte che evolve e non si ferma. Ma vi è anche una vena di tragicità: constatare come il maestro finisca per perdere la propria dignità artistica, la propria autonomia creativa, ridotto quasi a subordinata in una carriera più luminosa. E se è pur vero che non abbiamo alcuna assicurazione del fatto che il nome di Baldini, privato dal legame con i suoi sorprendenti allievi, avrebbe retto la prova del tempo (anzi: è ben probabile che senza quella menzione che gli spetta di diritto nella biografia fattoriana o di Corcos sarebbe stato forse condannato a un completo anonimato), non v’è dubbio che una certa tendenza a ridurre la sua esperienza a poca cosa nasca dal confronto con questi giganti.
La critica, da Christine Farese Sperken a Giuliano Matteucci, da Ilaria Taddei a Fernando Mazzocca, lo ha spesso liquidato con aggettivi come “modesto” o “mediocre”, giudizi divenuti formule ripetute più che risultati di un reale approfondimento. Persino errori di trascrizione del suo nome (“Antonio Bandini”, “Boldini”) testimoniano una certa incuria nel tramandarne la memoria. Ma a pesare più di ogni altro giudizio furono le memorie di Giovanni Fattori, il suo allievo più celebre. Nei carteggi tardi, Fattori ricordava Baldini dapprima con rispetto, riconoscendogli il ruolo di “unico artista pittore” presente a Livorno, ma in seguito lo descrisse con malcelata ironia: “unico genio livornese in quel tempo che aveva fatto gli studi a Roma senza capirci nulla, con la sola boria di essere un grand’uomo, con la barba lunga alla Leonardo che per decenza la ravvoltava e la nascondeva sotto la veste; cappello alla calabrese - bastone ferrato e grosso - sguardo fiero - e infine un pallone pieno di vento - moralità in famiglia non molta. Solo che aveva di buono non era interessato e i primi elementi gli presi da lui e frequentai la sua scuola per alcuni anni senza capire nulla”. Poi nel 1906 il tono nuovamente si stempera: “Ebbi da lui i primi elementi. Non ricordo come fu la mia decisione di lasciare il Baldini e venire a Firenze. Solo so che scrissi una lettera a questo mio buon maestro, ringraziandolo e notificangoli la mia decisione, che egli approvo”.
Come ha osservato Vincenzo Farinella, queste oscillazioni riflettono il bisogno del vecchio Fattori di smarcarsi da un provincialismo livornese e di costruire l’immagine dell’artista “nato”, privo di maestri. Eppure, benché dalle memorie di Fattori emerga un personaggio piuttosto modesto, tanto come pittore quanto come insegnante, la concomitanza di nomi significativi della pittura italiana tra i suoi scolari non può essere una mera coincidenza, che non trova neppure giustificazione dal fatto di essere l’unico artista attivo a Livorno a quella data, poiché erano presenti pittori relativamente noti nell’ambiente toscano come Carlo Chelli, Vincenzo De Bonis, Niccola Ulacacci. Del resto, la bontà di un maestro si misura anche, e talvolta soprattutto, dalla qualità dei suoi discepoli. Il fatto che Giovanni Fattori, Corcos, Costa, Betti e altri abbiano raggiunto traguardi artistici non indifferenti attesta quanto Baldini abbia saputo trasmettere un metodo, una visione e una spinta creativa che continuarono a vivere ben oltre la sua produzione personale. È dunque attraverso questa discendenza che la sua eredità assume un valore storico e formativo che eccede il mero giudizio stilistico sulle sue tele. La formazione offerta da Baldini risulta decisamente lontana dagli standard delle accademie romantiche del tempo, fondate sulla pratica in studio e sulla copia dall’antico. Come ricordato da Fucini nella sua autobiografia Foglie al vento, i cui ricordi di Baldini sono decisamente più positivi, il maestro era solito portare i suoi allievi a “pescare lungo i fossi più remoti della città”, oppure li conduceva in visita negli studi di altri artisti, come quello dello scultore Temistocle Guerrazzi o a fare passeggiate e bagni durante la bella stagione, lungo le spiagge tra il Marzocco e il Calambrone, mentre lui stesso traeva disegni dai loro “nudi asciutti e abbronzati”. Altre volte chiedeva loro di soffermarsi ad “ammirare le nuvole di un bel tramonto”. Questa sorta di “libera scuola del disegno”, come ipotizza Vincenzo Farinella, potrebbe essere stata il modello a cui si ispirò lo stesso Fattori per definire il proprio metodo didattico, una volta ottenuta la cattedra presso l’Accademia fiorentina.
Ma seguire Baldini significava anche essere introdotti a un orizzonte etico e politico. Uomo di ardenti convinzioni mazziniane, Baldini partecipò alle cospirazioni risorgimentali, come attestano i rapporti di polizia del 1838, che lo segnalano in contatto con Francesco Domenico Guerrazzi e altri patrioti. Frequentava luoghi di incontro attenzionati dalla polizia granducale dove si discuteva d’Italia e libertà, spesso in compagnia dei suoi allievi. Fu corrispondente anche di Giuseppe Mazzini ed eletto capitano in seconda della guardia civica e con tale ruolo probabilmente prese parte alla resistenza del 1849 del popolo livornese contro i soldati austriaci che volevano restaurare il potere granducale dei Lorena. Lo scrittore Francesco Ferrero lo ricordava come “bellissima figura di ardente mazziniano”.
È plausibile che Fattori e Fucini abbiano respirato da lui quel senso civile e quell’impegno morale che traspare nelle loro opere e nei loro scritti. In tal senso, si noti, come tra i suoi alunni, figurava anche il grossetano Pietro Pifferi, giunto a Livorno a seguito dello zio Paolo, parroco nella chiesa di San Jacopo, che cadde in battaglia a Montanara nel 1848, ed è ricordato come uno dei martiri del Risorgimento. Queste sue velleità patriottiche sono confermate anche dai ricordi del poeta Renato Fucini, che ricordava “i suoi begli occhi addolorati quando nel silenzio di quei fossi passava in barca una pattuglia di soldati austriaci che ci guardavano duri e sospettosi”.
Veniamo ora alla sua attività di pittore che, sebbene non rilevi caratteri di eccezionalità, appare più che dignitosa, anche se purtroppo rare sono le notizie in merito, e ben altri studi meriterebbe che il presente articolo. Nato a Livorno il 5 gennaio 1807, Baldini mostrò fin da giovane un talento naturale per il disegno, che lo condusse all’Accademia di San Luca a Roma, dove studiò sotto Tommaso Minardi, figura centrale del Purismo italiano. Sebbene costretto ad abbandonare gli studi per difficoltà economiche, si distinse nei concorsi accademici, vincendo nel 1827 il secondo premio per un disegno del Laocoonte, lodato dallo stesso Minardi: “Fece nel disegno si rapidi progressi, che superò molti e giunse tra i migliori alunni”.
Tra i primi interventi noti di Baldini, sappiamo che intorno al 1830 fu coinvolto da Andrea Gambassini, ebanista livornese diventato celebre per i suoi modelli in legno di alcuni monumenti italiani, per la realizzazione della parte pittorica della riproduzione della basilica di San Pietro, modello che ebbe largo successo, venendo portato in tournée in Italia, Francia, Russia e perfino negli Stati Uniti.
Tra la metà degli anni Trenta e i primi anni Quaranta, Baldini ricevette numerose commissioni per affreschi nei palazzi che la nuova borghesia livornese aveva iniziato a costruire, tra cui quelli che decoravano alcuni ambienti del più sontuoso edificio cittadino, voluto dal ricco imprenditore francese Francesco De Larderel. Per il fastoso palazzo, Baldini realizzò dipinti nel Gabinetto Gotico e affrescò la volta del Salotto Rosso con un ciclo dedicato alle arti e alle fonti produttive. In un’allegoria dell’Industria compaiono Cerere, Minerva e Mercurio, con un soffione boracifero sullo sfondo, simbolo della fortuna familiare. Nel salotto rococò dipinge invece l’Allegoria della Fama sulla volta. L’attribuzione di questi cicli a Baldini, avanzata da Maria Teresa Lazzarini, si basa su fonti documentarie e confronti stilistici, anche se appare quantomeno inconsueta per il marcato stile neoclassico, distante da altre sue opere note.
Ma è sicuramente all’interno dei templi livornesi che Baldini lasciò le opere più importanti della sua produzione (anche se, purtroppo, diverse sono state distrutte dalla guerra: è il caso degli affreschi realizzati tra il 1844 e il 1846 per la chiesa armena di San Gregorio Illuminatore a Livorno, dove Baldini realizzò per la calotta dell’abside l’immagine del Padre Eterno e nei peducci della cupola gli Evangelisti). In tutte e tre le grandi chiese ottocentesche livornesi Baldini realizzò alcune pale d’altare e dipinti. Nella chiesa di San Giuseppe tra gli anni Quaranta e Sessanta realizzò Il martirio dei Santi Crespino e Crespiniano, che prima di essere collocato sull’altare figurò all’Esposizione degli oggetti di belle arti dell’Accademia Fiorentina del 1843, e commentato come “quadro d’effetto, non privo di alto intendimento nell’esecuzione di una sentita idea religiosa”. A Livorno però non raccolse i medesimi successi e fu irriso su un giornale locale: “uno de’ forti atleti è già caduto scannato a piè dell’aria… l’altro è per ricevere il colpo dal carnefice… il sacerdote inflessibile alle preghiere di tenera donzella, e di un vecchio piangente, accenna il simulacro, quasi dica: è sacrifichi, e sarà salvo”. Eppure, si tratta forse di una delle opere più convincenti del Baldini, riconducibile certo al romanticismo storico venato di intendimenti etico-morali, ma nobilitato da una grande attenzione per un sapiente uso del chiaroscuro e la messa in risalto plastica delle figure che possono richiamare una tradizione seicentesca e caravaggesca filtrata attraverso la pittura accademica ottocentesca, che si riverbera soprattutto nella resa del carnefice.
Nonostante le polemiche, Baldini realizzò altre due opere per la chiesa di San Giuseppe, una tela raffigurante la Consegna delle chiavi a San Pietro e Gesù orante nell’Orto. Mentre l’ultima risulta distrutta e nota solamente attraverso fotografie in bianco e nero, la seconda esiste sempre pur presentandosi in condizioni conservative miserabili. L’opera, sebbene fosse giudicata positivamente da Cesare Venturi per la magistrale perizia nel disegno, “l’ineccepibile naturalezza” dei corpi e la composizione costruita “con solidità e geniale buon gusto”, appare in realtà la più debole tra quelle presenti nella chiesa di piazza Due Giugno e, forse anche al confronto con gli altri suoi dipinti conservati nelle chiese livornesi, risulta essere frutto di un purismo nazareno stanco, freddamente statico e venato di accenti patetici. Intorno al 1860 per il tempio di Santa Maria del Soccorso, la più grande chiesa livornese e autentico museo della pittura ottocentesca con opere di Enrico Pollastrini, Giovanni Bartolena, Nicola Ulacci e Ferdinando Folchi, Baldini realizzò un grande quadro alto circa quattro metri raffigurante San Pietro Apostolo. L’opera, come del resto l’intera cappella, fu commissionata da Alessandro Malenchini, gonfaloniere di Livorno tra il 1844 e il 1846, e figura di spicco di quegli ambienti democratici tanto cari al pittore.
Si tratta di una buona prova in cui la figura monumentale del santo emerge con forza plastica da un fondo scuro, avvolta da una luce propria che ne sottolinea la sacralità. L’impianto tradisce una reminiscenza barocca per la vibrazione luminosa, ma è epurato da ogni eccesso patetico o retorico, in linea con il purismo accademico di Baldini. L’insieme risulta equilibrato e solenne, rappresentando la tensione tra memoria barocca e purezza formale, tratto distintivo della pittura sacra di Baldini.
Attribuita a Giuseppe Baldini è anche una tela raffigurante Don Giovanni Battista Quilici conservata nell’Istituto Santa Maria Maddalena di Livorno, che affianca la chiesa di San Pietro e Paolo. Fu dipinta pochi anni dopo la morte del religioso, ma le cronache ricordano come l’opera fu criticata da monsignor Giovanni Battista Bagalà Blasini, perché la trovava poco rassomigliante e non rappresentante la giovialità del Quilici.
Nel 1864, su commissione del pievano don Alessandro Pannocchia, Baldini realizzò una nuova pala d’altare, forse l’ultima destinata ad ornare le chiese livornesi, raffigurante San Martino Vescovo di Tours che resuscita un giovinetto, per la chiesa di San Martino nel quartiere Salviano, che fruttò al Baldini 2169 lire. L’opera, di cui Venturi evidenziava i pregi, in particolare la cura con cui erano delineate e caratterizzate le numerose figure, era dallo stesso autore criticata per una colorazione non all’altezza del disegno tanto da apparire “fiacca”. Il dipinto sembra rielaborare alcuni gruppi figurativi presenti nella celebre opera di Enrico Pollastrini, conservata nella chiesa di Santa Maria del Soccorso e raffigurante Il miracolo della resurrezione del figlio della vedova di Naim del 1839.
La produzione di Baldini però conta anche dipinti di tematica profana, tra cui due autoritratti, attribuiti al pittore, conservati al Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno. Il primo, oggi in restauro, è un olio datato tra il 1825 e il 1835, ma Vincenzo Farinella ne propone una più tarda collocazione verso il 1840. Nonostante lo stato conservativo compromesso, rivela un certo vigore disegnativo, che si fa più evidente nel secondo autoritratto a carboncino, esposto nella mostra livornese Giovanni Fattori una rivoluzione in pittura, dove lo sguardo diretto e la posa restituiscono l’immagine di quell’uomo fiero e anticonvenzionale che le memorie dei suoi allievi tramandano. Due ulteriori dipinti completano il nucleo più noto della produzione profana. Ritratto di signora, analizzato dalla studiosa Isabella Tronconi, e l’Allegoria della Vittoria. Il primo è probabilmente un frammento di una scena più ampia, e appartiene a quella dignitosa ritrattistica borghese livornese di metà secolo, nota grazie ad alcune fotografie che accompagnano il saggio di Venturi su Baldini, eseguita con sobria eleganza e misura, con una certa attenzione alla restituzione dei dati fisiognomici. Allegoria della Vittoria, conservato nei depositi di Palazzo Pitti, rivela un tono più idealizzato e rimanda alla levigatezza formale appresa dal maestro Minardi, ma con accenti classicisti personali.
Accanto a questi lavori, Baldini si cimentò in una pittura più intima e spontanea, oggi in gran parte non rintracciabile: ritratti della moglie Baluganti, del figlio Eugenio e di alcune modelle, dove l’artista abbandona l’idealizzazione accademica per una resa più viva e naturale. In questi brani, come osservava Farinella, emerge “una franchezza di approccio al reale” che anticipa una sensibilità più moderna. A completare il suo catalogo, si conoscono alcuni paesaggi, noti solo da riproduzioni, che secondo Dario Durbè mostravano affinità con i modi di Serafino De Tivoli, e una marina apparsa in asta, più vicina al romanticismo che al naturalismo macchiaiolo.
Infine, tre piccole opere passate sul mercato estero, attribuite al livornese, rivelano un lato meno noto del pittore: un interno con una donna assorta davanti a uno specchio; un olio su cartone datato 1870 intitolato The Artist Studio; e un interno con figura maschile e femminile in costume settecentesco. Il primo mostra una scena finemente dettagliata di un ambiente domestico borghese e pare non distante da altre opere già citate nell’articolo. Sono invece più insolite le altre due opere: The Artist Studio, forse ispirato al Connoisseur di Giovanni Boldini, appare come uno studio rapido e bozzettistico; mentre l’ultimo dipinto, più curato, si inserisce in quel filone di pittura di genere in costume, elegante e salottiera, che conobbe larga fortuna presso la committenza straniera tra Otto e Novecento. È probabile che Baldini, sensibile alle esigenze del mercato internazionale, particolarmente vivo a Livorno, porto cosmopolita e frequentato da viaggiatori inglesi del Grand Tour, si sia orientato anche verso una produzione destinata a quel pubblico, affine a quella di artisti come Pompeo Massani, Arturo Ricci o Frédéric Soulacroix. Senza rappresentare il versante più alto della sua attività, queste opere rivelano tuttavia la versatilità di un artista capace di adattarsi a linguaggi diversi, mantenendo una qualità disegnativa costante e un gusto decoroso, sempre misurato.
Giuseppe Baldini non fu certamente il pittore più à la page presente su Livorno, tanto meno si caratterizzò per una spiccata propensione alla sperimentazione, ma fu certamente uomo dai molteplici interessi, capace forse di affrontare pittura di gusto neoclassico così come romantico, interessato tanto allo storia quanto all’attualità, predisposto alla tecnica dell’affresco e dell’olio ma senza disdegnare il suo intervento su opere di arte applicata; impegnato in grandi opere pubbliche ma anche in brani smaccatamente realizzati per un mercato privato.
L'autore di questo articolo: Jacopo Suggi
Nato a Livorno nel 1989, dopo gli studi in storia dell'arte prima a Pisa e poi a Bologna ho avuto svariate esperienze in musei e mostre, dall'arte contemporanea alle grandi tele di Fattori, passando per le stampe giapponesi e toccando fossili e minerali, cercando sempre la maniera migliore di comunicare il nostro straordinario patrimonio. Cresciuto giornalisticamente dentro Finestre sull'Arte, nel 2025 ha vinto il Premio Margutta54 come miglior giornalista d'arte under 40 in Italia.Per inviare il commento devi
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