La scoperta eccezionale di Pompei: un “semi-tarocco” per promuovere un documentario francese?


La scoperta eccezionale del termopolio di Pompei? Secondo il giornalista Giorgio Gandola è un ’semi-tarocco’ che è servito a promuovere il documentario (francese) sul parco.

Altro che scoperta eccezionale. Comincia a delinearsi il quadro della breaking news di Santo Stefano, quando tutti i media hanno dato notizia di quella che era stata da più parti definita come una “scoperta eccezionale”, il termopolio decorato riemerso dallo scavo della Regio V nel Parco Archeologico di Pompei. In realtà non si trattava di una novità: il termopolio, come spiegavamo nel nostro articolo della mattina del 26 dicembre (tra i primi a diffondere la notizia), era stato semplicemente esplorato più a fondo (e ciò ha effettivamente portato alla rivelazione di nuove decorazioni, le cui immagini sono state diffuse per la prima volta il 26 dicembre), ma era stato scoperto già un anno e mezzo prima. Senza calcolare che a Pompei esistono circa un’ottantina di termopoli: magari non sontuosi come quello rinvenuto nel 2019, ma comunque la scoperta di un termopolio di per sé non rappresenta alcunché di eccezionale. L’eccezionalità sta, semmai, nelle possibilità di studio offerte dai materiali rinvenuti, dato che, a quanto sostengono i tecnici del parco, un ambiente simile non è mai stato scavato con altrettanta profondità.

Poche testate hanno sottolineato questi aspetti: si è distinta soprattutto Artslife che, in un articolo di Massimo Mattioli, oltre a stigmatizzare la “superficialità dei giornalisti che [...] si guardano bene dal verificare le comunicazioni”, si domandava come fosse possibile trovare le immagini del termopolio “‘venduto’ come una clamorosa scoperta” in un “documentario che certamente ha richiesto mesi di produzione”. In effetti, la notizia della scoperta è arrivata il giorno prima della messa in onda, su Rai Due, del docu-film Pompei ultima scoperta, un documentario che ha visto nei panni di protagonista e narratore lo stesso direttore del Parco (oggi ad interim), Massimo Osanna, in cui si dava conto, con certa enfasi, delle scoperte pompeiane degli ultimi anni. E poi ancora l’associazione Mi Riconosci secondo cui il clamore distoglie l’attenzione dalle magagne, e Il Manifesto, con un articolo di Valentina Porcheddu, che metteva in relazione la cosiddetta “scoperta” alla protesta dei lavoratori di pochi giorni prima: “le immagini del termopolio”, scriveva la giornalista il 27 dicembre, “sono rimbalzate sui media a breve distanza dalla protesta dei lavoratori delle biglietterie dei Parchi archeologici di Pompei ed Ercolano, i quali (a causa della prolungata chiusura dei siti dovuta alla pandemia) non ricevono la cassa integrazione da mesi. Così, mentre stupisce col vacuo sensazionalismo, l’archeologia pompeiana prova a celare ancora una volta i gravosi problemi che affliggono i lavoratori della cultura”.

Ad ogni modo, comunicativamente non si tratta di alcunché di particolarmente nuovo per l’attuale direzione del Parco: anche in occasione di un recente rinvenimento (i resti di due vittime) era stato fatto molto sensazionalismo per una notizia che altri esperti hanno definito “ridicola” in relazione al clamore che ha suscitato. Eppure, anche allora, grande spreco di titoloni sui giornali.

Si aveva dunque la sensazione che la “notizia” del termopolio già scoperto fosse una sorta di roboante “trailer” del documentario che sarebbe stato trasmesso il giorno successivo. A completare il quadro adesso arriva anche un articolo di Giorgio Gandola sul quotidiano La Verità, che si concentra sulla correlazione tra la... scoperta ripetuta a distanza di un anno e mezzo (una “brioche rafferma”, l’ha definita Gandola), e il documentario. “Sembrava che il Thermopolium”, ha scritto Gandola, “fosse stato portato alla luce da Babbo Natale in persona e consegnato come cadeau al ministro della Cultura, Dario Franceschini, che nelle dichiarazioni e nelle interviste dei giorni scorsi si è dimenticato di sottolineare un dato rilevato ieri con sagacia da Italia Oggi: il ritrovamento è vecchio di almeno un anno e mezzo ed è stato utilizzato a orologeria per lanciare un documentario francese su Rai2”.

Per Gandola si tratta dunque di un “semi-tarocco”, di un “furbo battage pubblicitario” che però è riuscito a far raggiungere al documentario uno share dell’11,4%, con 2.976.000 telespettatori incollati alla televisione mentre scorrevano le immagini di Pompei. Certo, qualcuno potrà dirà che è stato bene fare clamore e sensazionalismo se il fine era quello di pubblicizzare il Parco. Ovviamente da un punto di vista giornalistico l’informazione dovrebbe sempre essere corretta, anche se l’intento del “semi-tarocco” è quello di diffondere cultura (non si può comunque derogare alla correttezza dell’informazione sulla base della nobiltà degli intenti). Ma secondo Gandola ci sono anche altri aspetti che andrebbero approfonditi, a cominciare dal fatto che Pompei ultima scoperta non è una produzione italiana: si tratta infatti di Les dernières heures de Pompéi, che in Francia è peraltro già stato trasmesso nel marzo del 2020. Su Rai2 è stato riproposto lo stesso film, con in aggiunta i minuti introduttivi iniziali, che si sono avvalsi delle nuove immagini, quelle diffuse sui media il 26 dicembre. Un docu-film prodotto da Gedeon Programmes, in co-produzione con la Rai, il Parco Archeologico di Pompei, l’azienda americana CuriosityStream, la belga AT Prod, la RTBF (ovvero la televisione pubblica del Belgio), e il fondo di co-produzione EBU (Unione Europea di Radiodiffusione). E trasmesso in diversi paesi (Francia, Belgio, Germania) molti mesi prima che in Italia, dove è arrivato solo lo scorso 27 dicembre.

La RAI, “la massima azienda culturale italiana”, scrive Gandola, “ha acquistato il documentario, ha costruito l’incipit sul fast food del primo secolo dopo Cristo, lo ha mandato in onda ed è passata a incassare i complimenti. Tecnicamente, come ha spiegato il direttore Giammaria, ‘lo abbiamo attualizzato con l’équipe interna’”. Ed è curioso, afferma Gandola, “notare che una sezione come Rai Documentari, dedicata e finanziata con denari pubblici, si limiti ad attualizzare iniziative altrui dopo averle lautamente pagate. Si attendono segnali di risveglio dalla Commissione parlamentare di Vigilanza”. Tutto ciò arriva peraltro in un periodo in cui si viene a sapere che la famosa “Netflix della cultura”, pallino del ministro Franceschini, è in corso di realizzazione fuori dalla Rai, in collaborazione con un’azienda privata e con costi non proprio contenuti. “Franceschini”, chiosa Gandola, “pensa alla sua Netflix fuori dalla Rai, o comunque sfruttandone solo in minima parte le risorse interne. Orgoglioso della sua legion d’onore, ha un occhio di riguardo per la cinematografia francese anche se si tratta di illustrare Pompei. Di conseguenza i costi pubblici lievitano e la struttura mormora”.

Nell’immagine (credit Parco Archeologico di Pompei), i tecnici al lavoro sul termopolio scoperto nel 2019.

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