Addio a Dan Graham, uno dei padri dell'arte concettuale


È scomparso a New York, all’età di 79 anni, l’artista statunitense Dan Graham, uno dei padri dell’arte concettuale.

È scomparso ieri a New York, all’età di 79 anni, l’artista statunitense Dan Graham, considerato uno dei padri dell’arte concettuale. Artista, scrittore, fotografo, architetto, regista e performer, è stato una figura molto influente, con i suoi lavori che, a partire dagli anni Sessanta, hanno lasciato un segno importante sull’arte contemporanea. A dare l’annuncio della scomparsa sono stati i suoi galleristi Marian Goodman Gallery, Lisson Gallery, 303 Gallery e Regen Projects. L’artista lascia la moglie Mieko Maguro, anche lei artista.

Nato a Urbana, nell’Illinois, il 31 marzo del 1942, non ebbe mai un’istruzione formale e cominciò la propria carriera artistica nel 1964, all’età di 22 anni, iniziando a dar forma alle sue prime opere concettuali, esposte alla John Daniels Gallery di New York, della quale per qualche tempo fu anche direttore. Lavorò tra gli anni Sessanta e Settanta al fianco dei grandi artisti del minimalismo, come Carl André, Sol LeWitt, Donald Judd, Dan Flavin, Robert Smithson. Nonostante di recente abbia disconosciuto il termine “arte concettuale”, è universalmente riconosciuto come uno dei pionieri di questa forma d’arte, per via soprattutto dei suoi primi lavori basati su testo, pezzi tipografici da parete e poesie, nonché per la pubblicazione Homes for America del 1966, considerata una delle basi teoriche dell’arte concettuale.

Dalla fine degli anni Settanta, Graham aveva realizzato una serie di installazioni architettoniche pubbliche, che chiamò “padiglioni”, derivate da forme geometriche ed eseguite in lastre di vetro, specchi e armature d’acciaio. Graham voleva che i suoi padiglioni funzionassero come segni di punteggiatura, mettendo in pausa o alterando l’esperienza dello spazio fisico, fornendo un momentaneo diversivo dedicato al romanticismo o al gioco, oppure come luoghi in cui approfondire altre attività, come leggere o guardare video. Queste strutture apparentemente semplici ricordano molti dei primi esperimenti dell’artista con la percezione, la riflessione e la rifrazione, ma si discostano da questi nella loro impostazione non da galleria, bensì come aggiunte a lungo termine al paesaggio.

“Le opere di Graham”, ha scritto Alessandro Rabottini, “innescano una profonda riflessione sulla nostra percezione del tempo e sulla memoria, nonché sull’esperienza del nostro corpo nello spazio. Tale ricerca assorbe l’interesse dell’artista per tutti gli anni Settanta ed è espressa attraverso numerose installazioni e performance in cui ricorre l’uso di telecamere a circuito chiuso, video, specchi e altri dispositivi che esplorano i concetti di spazio, tempo, identità e percezione. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta queste tematiche generano un’ambiziosa serie di installazioni sospese tra lo spazio della scultura e quello dell’architettura, i cosiddetti Pavillions (’Padiglioni’), strutture in vetro, ferro e materiali specchianti, costruite in luoghi pubblici e accessibili ai visitatori. Anche nel caso di queste installazioni – di cui qui si espongono in collezione i modellini originali costruiti da Graham per commissionarne la produzione – il pubblico è invitato a prendere parte a un dialogo con l’opera e con lo spazio-tempo in cui essa è collocata. Le superfici di questi ambienti giocano con gli effetti specchianti o di trasparenza del vetro e con la distorsione creata dalle superfici curve, modificando così la nostra percezione e conducendo lo spettatore a un esercizio di consapevolezza del proprio corpo nello spazio e nel tempo”.

Tra le opere più famose si ricordano i Pavillions come Two adjacent pavilion (1978-1982), Two-way mirror cylinder inside cube (1981-1991), Fun House (1997), Children’s day care, CD ROM, cartoon and computer screen library project (1998-2000), e poi ancora il video Performer / Audience / Mirror (1975, fa parte anche della collezione del Castello di Rivoli) e la performance Public Spaces/Two Audiences (1976).

“Graham”, ricordano i suoi galleristi, “aveva una sfera enciclopedica di riferimenti e scriveva di tutto, da Dean Martin alla musica rock, dall’astrologia all’architettura urbana. La sua arguzia, la sua generosità e la sua irascibilità mancheranno molto a tutti coloro che lo hanno conosciuto. Le nostre più sentite condoglianze vanno alla sua famiglia e ai suoi amici”.

Addio a Dan Graham, uno dei padri dell'arte concettuale
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