Scoperto un frammento della prima mappa delle stelle, il catalogo di Ipparco, ritenuto perduto


Con tecniche di ricerche innovative, che adesso aprono a ulteriori ed emozionanti scoperte, tre studiosi hanno scoperto un frammento della prima mappa delle stelle, il catalogo stellare di Ipparco di Nicea, che si riteneva perduto. Era celato tra le pagine di un codice cancellato e riscritto in un monastero egiziano.

Tre studiosi hanno scoperto un frammento del catalogo stellare di Ipparco di Nicea (Nicea, 190 a.C. circa - Rodi, 120 a.C. circa), celebre astronomo greco che si ritiene sia stato il primo a realizzare una mappatura delle stelle. Si riteneva che il suo catalogo delle stelle che si possono vedere nel cielo notturno fosse andato perduto: gli studiosi Victor Gysemberg del CNRS (Centro Nazionale delle Ricerche della Francia), Peter J. Williams del centro ricerche Tyndale House di Cambridge ed Emanuele Zingg della Sorbona di Parigi hanno invece ritrovato il catalogo stellare nascosto letteralmente sotto le pagine di un manoscritto cristiano del 337 d.C. proveniente dal monastero greco-ortodosso di Santa Caterina sul Monte Sinai in Egitto: i fogli su cui era compilato il catalogo stellare di Ipparco vennero infatti riutilizzati per produrre un nuovo testo, il Codex Climaci Rescriptus, un palinsesto (ovvero un manoscritto antico il cui testo originario fu cancellato per riutilizzare i fogli) contenente raccolta di scritti in siriaco. Per lo storico dell’astronomia James Evans, che ha fatto pervenire il suo parere alla rivista Nature, si tratta di una scoperta “rara” e “notevole”.

“Il perduto catalogo delle stelle di Ipparco”, scrivono Gysemberg, Williams e Zingg nel loro studio scientifico, pubblicato sul Journal for the History of Astronomy, “è famoso nella storia della scienza come il primo tentativo conosciuto di registrare coordinate accurate di molti oggetti celesti osservabili ad occhio nudo. Tuttavia, contrariamente al successivo catalogo stellare di Tolomeo come conservato nell’Almagesto e nelle Tavole Handy, le prove dirette del catalogo di Ipparco sono scarse. La sua unica prova esistente è il Commentario ai Phaenomena, una discussione sui precedenti scritti sull’astronomia posizionale di Eudosso di Cnido e Arato di Soli. Solo pochi riferimenti in autori successivi riflettono coordinate stellari che risalgono a Ipparco (si trovano principalmente nell’Aratus Latinus, una traduzione latina dei Phaenomena, un poema astronomico di Arato, e in materiale correlato)”.

Attraverso l’imaging multispettrale (una tecnica di analisi digitale che consente di sondare immagini per osservare dettagli impossibili da vedere a occhio nudo) del Codex Climaci Rescriptus è stato possibile ottenere nuove prove dell’esistenza del catalogo stellare. È tutto partito da un’osservazione, risalente al 2012, di Jamie Klair, allora studente universitario all’Università di Cambridge, che ha notato per la prima volta la natura astronomica di alcune parole in greco che si intravedevano tra quelle del testo riscritto (stava studiando il manoscritto cristiano nell’ambito di un progetto estivo), mentre Peter Williams ha osservato per la prima volta la presenza di misurazioni astronomiche nel 2021. In effetti, alcuni dei fogli in questo manoscritto (quelli che vanno dal 47 al 54 e il foglio 64) derivano da quello che in origine era un antico codice contenente i Phaenomena di Arato e materiale correlato.

Una parte del Codex Climaci Rescriptus sotto la quale si celava il catalogo stellare di Ipparco
Una parte del Codex Climaci Rescriptus sotto la quale si celava il catalogo stellare di Ipparco
Le frasi del catalogo stellare messe in evidenza
La stessa parte con le frasi del catalogo stellare messe in evidenza

Così, nel 2017, le pagine sono state analizzate con la tecnica dell’imaging multispettrale: si è resa necessaria la messa a punto di diversi algoritmi che, dopo numerose prove su diverse lunghezza d’onda e diverse condizioni di luminosità, rivelassero al meglio il testo che si nascondeva tra le pagine riutilizzate dai copisti che scrisseo il Codex Climaci Rescriptus. Da queste analisi è stato possibile ottenere le prove dell’esistenza del catalogo stellare di Ipparco. In particolare, il passaggio superstite, che messo assieme è lungo circa una pagina, indica la lunghezza e l’ampiezza in gradi della costellazione della Corona Boreale (nel testo greco originale o stéphanos en to boréio), e fornisce le coordinate per le stelle al suo estremo nord, sud, est e ovest: “La Corona Boreale, situata nell’emisfero boreale”, si legge nel testo di Ipparco, “in lunghezza va da 9°¼ dal primo grado di Scorpione a 10°¼ 8 nello stesso segno zodiacale (cioè in Scorpione). In larghezza si estende per 6°¾ da 49° dal Polo Nord a 55°¾. Al suo interno, la stella (β CrB) a Ovest accanto a quella luminosa (α CrB) conduce (cioè è la prima a sorgere), trovandosi a 0,5° in Scorpione. La quarta stella 9 (ι CrB) ad est di quella luminosa (α CrB) è l’ultima (cioè a sorgere) [...] 10 49° dal Polo Nord. Il più meridionale (δ CrB) è il terzo contando da quello luminoso (α CrB) verso Est, che dista 55°¾ dal Polo Nord”.

Ipparco, spiega Nature, “fu il primo a definire le posizioni delle stelle usando due coordinate e a mappare le stelle in tutto il cielo. Tra le altre cose, fu lo stesso Ipparco a scoprire per primo la precessione della Terra e a modellare i moti apparenti del Sole e della Luna. Gysembergh e i suoi colleghi hanno utilizzato i dati che hanno scoperto per confermare che le coordinate di altre tre costellazioni stellari (Orsa Maggiore, Orsa Minore e Draco)”, quelle che si trovano nell’Aratus Latinus, devono provenire anche direttamente da Ipparco. “Il nuovo frammento lo rende molto, molto più chiaro”, afferma Mathieu Ossendrijver, storico dell’astronomia presso la Libera Università di Berlino. “Questo catalogo stellare aleggiava nella letteratura come una cosa quasi ipotetica è adesso diventato molto concreto”.

I tre studiosi ritengono che il catalogo stellare di Ipparco, come quello di Tolomeo, avrebbe incluso le osservazioni di quasi tutte le stelle visibili nel cielo. Senza un telescopio, dice Gysembergh, doveva aver usato probabilmente una diottra o una sfera armillare. Secondo James Evans, la scoperta “arricchisce la nostra immagine di Ipparco. Ci dà uno sguardo affascinante su ciò che ha effettivamente fatto“. E così facendo, fa luce su uno sviluppo chiave nella civiltà occidentale, la ”matematizzazione della natura", in cui gli studiosi che cercano di comprendere l’Universo sono passati dalla semplice descrizione dei modelli che hanno visto all’obiettivo di misurare, calcolare e prevedere. Adesso, la speranza degli studiosi è che, con lo sviluppo e il miglioramento delle tecniche di imaging, sia possibile giungere a ulteriori scoperte finora ritenute impensabili. Anche perché ci sono ancora diverse parti del Codex Climaci Rescriptus che non sono state ancora decifrate. È anche possibile, secondo i tre studiosi, che altre pagine del catalogo stellare sopravvivano nella biblioteca di Santa Caterina, che contiene più di 160 palinsesti. Gli studi per leggere i testi cancellati hanno già rivelato testi medici greci precedentemente sconosciuti, comprese ricette di farmaci, istruzioni chirurgiche e una guida alle piante medicinali. L’imaging multispettrale dei palinsesti sta infatti aprendo un nuovo e ricco filone di testi antichi negli archivi di tutto il mondo. “Solo in Europa, ci sono letteralmente migliaia di palinsesti nelle principali biblioteche”, afferma Gysembergh. “Questo è solo un caso, molto eccitante, di una possibilità di ricerca che può essere applicata a migliaia di manoscritti con scoperte sorprendenti ogni volta”.


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