La banana di Cattelan divide la critica. Ecco le posizioni di critici e giornalisti che l'hanno commentata


Comedian, l’ormai celeberrima banana che Maurizio Cattelan ha installato nello stand della galleria Perrotin alla fiera Art Basel Miami, oltre a ottenere una vasta eco mediatica in tutto il mondo, ha anche diviso la critica e sono stati molti i critici e i giornalisti che hanno commentato l’opera dell’artista padovano, la prima presentata nel contesto di una fiera dopo quindici anni di assenza.

Il noto critico del Guardian, Jonathan Jones, dice che non bisogna prendersi gioco della banana da 120mila dollari. La banana, scrive Jones, “deride il mercato dal momento che palesemente non vale il prezzo a cui è venduta. Come ha detto Damien Hirst, i mercanti sono persone sgradevoli che vendono merda a degli idioti. Cattelan ha continuato a battere per anni sullo stesso punto, ma in maniera più spiritosa. [...] Cattelan sta mettendo in scena la tragicommedia degli artisti contemporanei. Quando Duchamp ha scelto per i suoi ready-made l’orinatoio o la pala da neve, nessuno pensava che avessero un valore commerciale: i più venivano gettati senza pensarci su. Oggi le versioni esposte nei musei sono state ricreate molti anni dopo l’epoca dei fatti, cioè quando Duchamp diventò un eroe del movimento dell’arte concettuale, negli anni Sessanta. Oggi, l’arte non può staccarsi dal denaro. Il valore dell’opera è tutto ciò che chiunque vuol sapere dell’opera, e i gesti dada fanno parte del miracolo capitalista. [...] Cattelan è un filosofo come il suo eroe Duchamp. Non pensa di poter far crollare il mercato dell’arte. Al contrario, le mordaci opere che concepisce nel suo ruolo di pagliaccio quasi in pensione, suggeriscono una profonda malinconia. Cattelan è il clown che deve continuare per forza a far ridere anche quando sa che i suoi scherzi non serviranno a niente. E Comedian è sicuramente un autoritratto di Cattelan. Ma lui non è contento nei suoi abiti farseschi”.

Jason Farago, critico d’arte del New York Times ha parlato di una “difesa riluttante”: “per quanto riguarda lo status ontologico della banana (se opera d’arte o prodotto agricolo), penso che sia già stato stabilito. Se compri un neon di Dan Flavin e la lampadina fluorescente comincia a tremolare, puoi sostituirla con una nuova lampadina. Se compri un murale di Sol LeWitt e traslochi, puoi cancellare quello vecchio e disegnarne uno nuovo. Una banana richiederà di esser rimpiazzata ancor più di una luce, e Cattelan ha già suggerito ai fortunati collezionisti di sostituire il frutto ogni 7-10 giorni. Sul perché la banana di Cattelan ha catturato l’immaginazione del pubblico, è questione che ha a che fare col prezzo e con l’impressione da ‘vestiti nuovi dell’imperatore’ che aleggia attorno alla classe internazionale dei collezionisti che sta adulando l’opera ad Art Basel. E ha anche qualcosa a che fare con il potenziale comico delle banane. Non credo che un’ananas attaccata alla parete potesse suscitare lo stesso carico di viralità”. Farago conclude però rassicurando il pubblico: “non sei un filisteo senza speranza se trovi che tutto questo sia abbastanza assurdo. L’assurdità, e la frustrante sensazione che una cultura che un tempo incoraggiava opere di sublime bellezza e ora permette solo scherzi stupidi, è il marchio di fabbrica di Cattelan”.

Mark Hudson dell’Independent scrive che “la storia della banana di Cattelan è una storia di persone che urlano le une contro le altre nella patinata bolla del mondo dell’arte. Tutti coloro che ne parlano sono degli insider, e tutti sono vincitori. [...] Lontana dall’annunciare cambiamenti nel mondo dell’arte, la questione è semplicemente un altro esempio di gesto iconoclasta che ha funzionato interamente a vantaggio del mondo dell’arte. Se vuoi scuotere la cultura dalle fondamenta, non farlo in una fiera d’arte".

Per Brian Kelly, critico del Wall Street Journal, la banana di Cattelan non è solo l’ultima derivazione dei ready-made di Duchamp, e il punto non sta neppure nel fatto che il cibo ha molti precedenti nell’arte contemporanea. “La banana”, scrive Kelly, "è stata pensata con l’intento di essere ridicolizzata. Esiste per essere derisa. Il pedigree di Cattelan, del resto, è fatto di opere che prendono si fanno beffe dei ricchi e delle élite. [...] Con il suo nuovo lavoro, Cattelan ha gettato il suo sguardo critico sullo stesso mondo dell’arte, ed è una critica che dovrebbe rappresentare uno shock per il sistema d’indulgenze della scena contemporanea, ma probabilmente non lo farà. Niente può essere più emblematico del divorzio dalla realtà che scialacquare 120mila dollari per un frutto che marcirà su di una parete semplicemente perché il tizio che l’ha realizzata è semi-famoso. E in questo senso la banana avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, perché per l’acquirente non conta l’opera ma conta l’acquisto, e questo è l’ultimo esempio della commodificazione che fin dagli anni Ottanta ha definito il commercio dell’arte".

Jerry Saltz, il celeberrimo critico del New York Magazine, ha affidato ai suoi account social le proprie considerazioni sull’opera di Cattelan. “Il mondo dell’arte per come lo abbiamo conosciuto ormai non esiste più, eccetto che per pochi ricchi. Le crepe sono visibili. Il marcio. Tutto questo rappresenta l’1% dell’1% dell’1% del mondo dell’arte, Nel frattempo noi altri del 99,999% continuiamo a picchiarci controcorrente in questa bella caccia. [...] L’arte continuerà a essere bella, e continueremo a esserlo anche noi. Ma l’arte-scherzo, l’arte provocazione, l’arte sull’arte sull’arte: tutto questo è ormai fuori tempo massimo da più di dieci anni. Sicuramente gli artisti, i collezionisti, i mercanti e i critici idioti non vedono che prendere tutto ciò sul serio equivale a puntare la pistola contro se stessi. Risposte facili. Sono in corso delle migrazioni - l’arte è in movimento. Baci”.

È negativo anche il critico Francesco Bonami, che ad ARTnews ha dichiarato: “tutti, come sempre succede quando Cattelan fa qualcosa, ne hanno parlato. Pare che qualche idiota l’abbia anche comprata. Il punto è che l’opera non esiste. L’opera è il fatto che se ne parli. Se vado a una fiera d’arte e rimango lì senza pantaloni o senza mutande mi aspetto che le persone ne parlino, e scrivano di me, e continuino a parlare di me. La domanda è, tutto ciò aggiunge qualcosa al dibattito sull’arte, sulla cultura, o sulla società odierna? Cattelan è un genio, ma Cattelan che presenta la banana è come Leonardo da Vinci che fa la punta a una matita... totalmente irrilevante... folklore. Come un artista di strada che fa bolle di sapone giganti. Sono sicuro che l’artista di strada sarebbe molto felice di ricevere 120mila dollari per una delle sue bolle di sapone. E a volte mi domando perché i collezionisti non facciano qualcosa di provocatorio, invece di fare sempre la parte dei tirapiedi dei soliti artisti. E paragonare la banana al Salto nel vuoto di Yves Klein è idiota e anche leggermente offensivo nei confronti della storia dell’arte”.

Melissa Chen, dalle colonne dello Spectator USA, parla di “BananaGate”: la faccenda, secondo la giornalista, "sembra aver attivato la stessa ondata di anti-elitismo e di sfiducia nei confronti del potere che sta alimentando i movimenti populisti come quelli della Brexit e dei gilet gialli che da un anno si accaniscono sulle strade di Parigi. Come i mutui e i credit default swap che hanno accompagnato la crisi del 2008, la banana attaccata al muro è una provocazione interna al mondo dell’arte, uno strumento complesso che arricchisce le folle di collezionisti bevitori di champagne che poi si rivolgono a noi, rozzi filistei, che non possiamo capire queste sottigliezze. Comedian è riuscita con successo a provocare emozioni, a generare hype e ad attivare discussioni. Ha permesso ad Art Basel di monopolizzare i media nazionali e le discussioni online, e ha portato così tanto pubblico che la galleria Perrotin ha deciso di rimuovere la banana l’ultimo giorno di fiera per ragioni di sicurezza. [...] Nell’era dei troll, Maurizio Cattelan ha messo in atto l’ultimo scherzo".

Della banana di Cattelan parla anche Roberto Ago su Artribune: “iIl senso delle arti visive di ogni epoca e luogo è antropologico e rituale, prima che estetico, l’opening e la chiacchiera contano oggi più del soppesare con acribia feticci progressivamente logori, tanto che la critica si è pressoché estinta. Quanto più l’artista farà discutere, anche cavalcando opere dopate o equivocate, tanto più sarà ritenuto valido e performante. La logica della pubblicità e della comunicazione è in fondo la stessa del consenso religioso, cambiano solo le réclame. Comedian condensa tutto ciò, ne è per così dire il totem antonomastico, mentre il Cattelan 2.0 appare in splendida forma. Questo non significa che ogni sua opera faccia centro con il medesimo godimento dello spettatore, il quale si aspetta, da un professionista dell’arte come lui, qualche accortezza erotica in più”.

Un commento, infine, anche su Finestre sull’Arte, da parte di Federico Giannini, secondo cui “Comedian è opera che, comunque la si voglia pensare, trova una collocazione estremamente coerente nel percorso di Cattelan: è puro teatro, è uno spettacolo nello spettacolo, è un nuovo dramma di cui Cattelan è il regista (un regista di quelli che forse poco o niente si curano della reazione del pubblico), e del quale noi siamo spettatori cui spetta decidere come trovare la pièce: possiamo essere divertiti, tristi, serî, annoiati, furiosi, saccenti, indifferenti, astiosi, frustrati. Non ha importanza. E ugualmente poco cambia se l’opera sia stata effettivamente venduta o meno, o se il lavoro di Cattelan venga ritenuto, tutto sommato, poco innovativo quale in effetti è, o inevitabilmente ancorato al suo linguaggio postmoderno: del resto, anche quando visitiamo qualsiasi museo di storia dell’arte vediamo schiere di artisti poco o per niente innovativi. L’interesse che Cattelan continua a suscitare sta anche nel fatto che tutti siamo pronti a diventare spettatori più o meno coinvolti d’ogni più minuscola azione che gli baleni nella mente”.

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