Che fine hanno fatto i capolavori della Collezione Agnelli?


Al centro di una puntata di Report su Rai Tre, le vicende della sontuosa collezione di Gianni e Marella Agnelli da giorni fanno discutere: non è chiaro dove siano finiti i capolavori della collezione, che sono anche al centro di una contesa ereditaria.

Può una madre andare contro i propri figli? Può Sotheby’s battere all’asta per 16 milioni di dollari un quadro falso? Può la ‘famiglia reale italiana’ aver accumulato opere d’arte infrangendo le leggi italiane in materia? È possibile che le soprintendenze non abbiano contezza della presenza e dello stato di conservazione di capolavori assoluti presenti sul proprio territorio? Sono le domande sbigottite che si può porre il telespettatore che ha visto l’inchiesta in due puntate della trasmissione Report di Rai Tre del 15 ottobre (servizio dal titolo “Compra l’arte e mettila da parte” della durata di 38 minuti) e 22 ottobre (servizio dal titolo “Caccia al tesoro” della durata di 12 minuti) dei giornalisti Manuele Bonaccorsi e Federico Marconi, sulla collezione appartenuta a Gianni Agnelli che, dopo la morte sua e quella della moglie Marella Caracciolo, è diventato oggetto di contesa tra la figlia Margherita e i suoi tre figli John, Lapo e Ginevra Elkann.

Non stiamo parlando di un “collezionista di croste” come sarebbe stato, sempre secondo Report, Silvio Berlusconi che nelle notti insonni acquistava quadri alle televendite, ma di un uomo che nel jetset internazionale era sinonimo di eleganza, classe, gusto, che condivideva con la moglie la passione per l’arte. L’Avvocato avrebbe infatti accumulato ben 637 opere d’arte da un valore complessivo stimato in un miliardo di euro per arredare le stanze delle sue magioni. Un Monet per la sala da Pranzo, l’Arlecchino di Picasso (che da solo vale oltre 100 milioni di euro) nel disimpegno del salotto della casa di New York, un De Chirico per la stanza dei ragazzi, un Balla per la sua camera da letto... Tele, sculture e altri oggetti della collezione di Gianni Agnelli che una volta morto nel 2003 è passata alla moglie Marella Caracciolo e alla figlia Margherita dopo un censimento e catalogazione casa per casa, caveau per caveau, per definire la consistenza dell’eredità. Consistenza dell’eredità che però Margherita, una volta morta la madre, contesta, per non essere stata messa a conoscenza, a suo dire, di tutti gli averi di donna Marella passati poi ai nipoti. Cioè i suoi tre figli. E così Margherita Agnelli ha mosso causa a John, Lapo e Ginevra. Marella Caraccciolo Castagneto, figlia dello scrittore e diplomatico Filippo Caracciolo Principe di Castagneto e dell’americana Margaret Clarke, nacque a Firenze nel 1927 ed è morta a Torino a 92 anni, si sposò a Strasburgo nel 1953 con Gianni Agnelli, e prima girò il mondo al seguito del padre e frequentò l’Accademia di Belle Arti di Parigi e l’Académie Julian. Suo fratello ha fondato con Carlo De Benedetti il Gruppo Editoriale L’Espresso-La Repubblica.

Consuete questioni private di famiglia che spesso si ripetono dopo un decesso, se non fosse che stiamo parlando di una famiglia che ha fatto parte della storia di questo paese e che in quella lista figurano capolavori dell’arte moderna e contemporanea dal valore universale e che per questo possono essere tutelati e vincolati ai sensi di una specifica legge, il Codice dei Beni Culturali, per regolarne possesso, conservazione, vendita e eventuale trasporto all’estero (che deve sempre essere autorizzato), e accessibilità per motivi di studio.

Gianni Agnelli. Foto: Archivio Storico Fiat
Gianni Agnelli. Foto: Archivio Storico Fiat
Gianni e Marella Agnelli
Gianni e Marella Agnelli

Dopo la messa in onda della trasmissione e una intervista al sottosegretario del Ministero della Cultura Vittorio Sgarbi è partito il procedimento di richiesta di notifica del ministero ai proprietari per 4 tele. La notifica al ministero infatti sarebbe obbligatoria per opere d’arte considerate degne di tutela, e anche solo per il cambio di sede va chiesto il permesso. L’eventualità che un’opera non venga notificata permette quindi più libertà nell’utilizzo del bene e della sua vendita anche all’estero, tanto che nell’inchiesta di Rai Tre un esperto dichiara che la notifica su un quadro ne comporterebbe in partenza il dimezzamento del valore sul mercato per via delle limitazioni a cui l’opera verrebbe sottoposta. La Procura di Milano stava già indagando per l’accertamento delle opere che non risulterebbero più essere sul territorio italiano.

Nella lista ricostruita da Report e al centro del contenzioso ereditario ci sono opere di Monet, Picasso, Bacon, Balthus, Klimt, Paul Klee, Schiele, Delaunay, Rothko, Francis Bacon, Pomodoro, Moreau, Canova, Bellini, Jerome, Balthus, Indiana, Matieu, Sargent, De Chirico, Vanvitelli, Balla, Schifano, Ghirri, Goya, Andy Wahrol. Presenti nelle case dell’Avvocato in Italia e all’estero erano esposte alle pareti a beneficio di amici e invitati. Ben più di quanto esposto nella Pinacoteca Agnelli progettata da Renzo Piano (Lo Scrigno) aperta nel 2002 a Torino all’ultimo piano del Lingotto, e che l’Avvocato ha voluto donare all’umanità, visibile per chi lo desidera (ci sono 25 opere straordinarie).

Una lista di cui il Ministero e Soprintendenze non sapevano praticamente quasi nulla. a quanto pare: “Nessuna opera degli Agnelli è stata mai notificata”, dice Sgarbi nell’intervista, e il giornalista aggiunge che “Secondo informazioni provenienti dai legali che hanno lavorato con la famiglia Agnelli, al momento della spartizione dell’eredità le opere sottoposte a tutela a Torino sarebbero state appena quattro, dei bassorilievi di gesso di Canova, che gli Agnelli tenevano in un sottoscala della residenza di Villa Frescot”.

Il sottosegretario Sgarbi, dopo aver ricevuto da Report la lista, ha scritto a Margherita Agnelli, ai tre fratelli Elkann, e alle Soprintendenze ai Beni Culturali di Torino e Venezia, per venire a conoscenza dell’ubicazione di tre opere, oltre i gessi di Canova: si tratta di Salutando di Giacomo Balla, Mistero e malinconia di una strada di Giorgio De Chirico, e La Chambre di Balthus. “In merito alla questione”, scrive Sgarbi nella lettera, “rappresentata nella puntata della trasmissione di Rai3 Report, in data domenica 15 ottobre, sulla consistenza della collezione Agnelli in seguito alle ripartizioni ereditarie, è doveroso indicare la posizione del Ministero della Cultura relativa all’importanza delle opere per il patrimonio artistico italiano. Essa si esprime attraverso il vincolo di particolare interesse, denominato notifica, affidato alla discrezionalità delle Soprintendenze che, nel corso degli anni, hanno preso atto di acquisti, prevalentemente di arte contemporanea, di autori non italiani in gran parte provenienti dal mercato internazionale e conservati all’estero. All’analisi degli elenchi, le opere acquistate soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, come ho tentato di spiegare agli inviati di Report, non avevano né una particolare importanza né più di 50 anni, che all’epoca era il termine per stabilirne lo storico interesse. Tutti i capolavori di autori stranieri risultano in case non in Italia, e non potevano e non possono essere sottoposti ad alcun vincolo. Soltanto quattro casi appaiono oggi, attraverso l’inchiesta giornalistica, meritevoli di attenzione e tali da attivare l’impegno delle Soprintendenze di Venezia e di Torino. Si tratta dei bassorilievi di Canova provenienti da Villa Franchetti Albrizzi di Preganziol (che vanno considerati ‘immobili per destinazione’) sui quali è stata aperta un’inchiesta; gli esiti della quale non possono, in ogni caso, prescindere dalla conoscenza della loro attuale ubicazione. Di sicuro interesse per il patrimonio artistico italiano sono Salutando di Giacomo Balla, del 1908, e Il mistero e la malinconia di una strada di Giorgio De Chirico, del 1914. Infine può meritare attenzione, per la presenza nelle mostre di Venezia nel 1980 e di Roma nel 2015, La chambre di Balthus, del 1954, che pure non ha compiuto settant’anni e non necessita di permessi di libera circolazione. La ricerca di Report, con il reperimento degli elenchi, conduce a queste conclusioni, per le quali si chiede agli attuali proprietari, gli eredi di Gianni e Marella Agnelli, anche attraverso le verifiche delle Soprintendenze di Torino e Roma, di indicare l’attuale ubicazione delle tre opere che, a termini di legge, non risultando importazioni temporanee né richieste di esportazione, dovrebbero essere in Italia. Per gli altri dipinti, di autori non italiani e non conservati in Italia, appare insensata la pretesa di vincolo e di qualsivoglia tutela da parte del Ministero della Cultura”.

Claude Monet, Glaçon effet blanc
Claude Monet, Glaçon effet blanc
Giacomo Balla, Scala degli addii
Giacomo Balla, Scala degli addii
Balthus, La chambre
Balthus, La chambre

Tra documenti incrociati e colpi di scena (e telecamere nascoste all’insaputa dell’ignaro interlocutore) Report scopre che le opere della lista completa, su cui si consumava la trattativa e che indicava per ognuna di esse le caratteristiche tecniche e l’ubicazione, risultavano in passato in luoghi differenti senza avere evidentemente ricevuto il nulla osta del Ministero e addirittura una di esse sarebbe stata venduta all’asta a New York da Sotheby’s per 16 milioni di dollari nel 2013: si tratta del Glaçon effet blanc di Monet, una delle opere più importanti della collezione Agnelli che teneva appeso nella sala da pranzo di Villa Frescot a Torino, ma che, secondo quanto riferisce Report, nelle carte degli inquirenti della Procura di Milano sarebbe in Italia in possesso di Margherita Agnelli: “Sul Monet”, spiega il giornalista Manuele Bonaccorsi che ha curato l’inchiesta, “oggi indaga la procura di Milano: ipotesi di reato ricettazione. Tutto nasce da un esposto presentato da Margherita Agnelli, che rivendica la proprietà di questa e altre dozzine di opere”. In sostanza Margherita Agnelli rivendica la proprietà di quei quadri come eredità e quindi l’accusa di ricettazione è rivolta ai figli che le avrebbero sottratto opere sue per asse ereditario paterno. Mentre la posizione dei tre figli sarebbe che quei quadri erano solo della nonna Marella e quindi non ereditati dalla madre alla morte del nonno, Gianni Agnelli.

“Report può rivelare che secondo una testimonianza agli atti dell’inchiesta il Monet si troverebbe ancora in Italia. Quello venduto da Sotheby’s sarebbe un falso. Per verificarlo la casa d’asta avrebbe confrontato il quadro posseduto dagli Agnelli con quello venduto in America. E l’originale lo possedevano i discendenti del patron di Fiat. Abbiamo scritto alla casa d’aste la quale ci risponde solo che ‘Sotheby’s ha investigato la materia approfonditamente ed è sicura che tutte le procedure corrette siano state seguite’” . Sigfrido Ranuci si chiede “com’è finito alla casa d’aste più famosa al mondo” che “ha potuto batterla per 16 milioni di dollari? Fino a prova contraria gli crediamo, anche perché ricordiamo che l’esportazione illegale di opere d’arte avvenuta senza l’autorizzazione del ministero della Cultura è punibile fino a otto anni di carcere e 80mila euro di multa e anche la confisca del bene”.

Ma non solo. Per indagare sulla sparizione delle opere “Margherita ha assoldato un investigatore privato svizzero”, che davanti alle telecamere con il volto camuffato afferma che “Varie dozzine di opere d’arte sono sparite. Dalle ville, dai palazzi”.

È sparito pure un “Giacomo Balla, il più importante autore del futurismo italiano. Si chiama la Scala degli addii, datato 1908. Acquistato all’asta a New York nel 1990 per 4 milioni di dollari da Gianni Agnelli, viene esposto poi nella casa romana, in camera da letto” e nella lista ce ne sarebbe anche un altro quadro di Balla, molto importante: Vecchio Falegname, un olio su tela”. E dando la notizia a Elena Gigli, storica dell’arte e redattrice del catalogo di Giacomo Balla la reazione è stata di stupore: “Questa è una bella scoperta da parte vostra. E mi fate questa domanda perché io il quadro l’ho schedato però senza le misure, che non conoscevo per niente”. E alla domanda su quando è stato esposto l’ultima volta in pubblico risponde: “Credo solo agli amatori e cultori del 1904”.

Ranucci in chiusura dà conto della reazione degli interessati: “John, Lapo e Ginevra ci hanno scritto che ‘che la nostra richiesta non riveste alcun interesse pubblico’ e che loro ‘hanno operato nel rispetto delle norme applicabili e che non commentano oltre perché è una vicenda di natura privata’. Ci ha scritto anche Margherita attraverso i suoi legali e ci ha detto che ‘non commentano per ragioni di riservatezza e sicurezza’ ma sottolineano che lei non si è opposta all’accesso agli atti” chiesto da Report al Mic per conoscere quali fossero le opere notificate e quali quelle non più in Italia in base ai dati presenti negli registri del Ministero. All’accesso agli atti si sono opposti gli Elkann con un ricorso al Tar sostenendo che si tratta di questioni riservate, personali e non pubbliche. E qui si può aprire il dibattito sul confine tra proprietà privata e interesse pubblico di un’opera d’arte. La prossima udienza è fissata per il 31 ottobre.

È bene ricordare che opere d’arte in questione sarebbero quelle presenti in tre case appartenute all’Avvocato passate in usufrutto alla moglie Marella alla sua morte: a Torino Villa Frescot e Villar Perosa e un grande immobile di fronte al Quirinale a Roma. Tutti e tre questi immobili sono stati svuotati e posti in vendita da Margheria (sia secondo Report che secondo un articolo di Il Foglio). Secondo il testamento di Gianni Agnelli tali case sarebbero andate “per l’usufrutto vitalizio a mia moglie Marella e per la nuda proprietà ai miei due figli Margherita e Edoardo”.

Il figlio Edoardo è morto nel 2000 suicidandosi e Margherita nel 2004 decide di sottoscrivere un accordo transattivo sull’eredità del padre e un patto successorio con la madre, rinunciando alla sua futura eredità in cambio di circa 1,4 miliardi di euro come rivelato dal Corriere della Sera nel 2009. E alla morte della madre Marella, nel 2019, però, una volta entrata in possesso dei tre immobili che nel frattempo aveva concesso in uso figli scatta la lunga battaglia familiare. Quei quadri infatti, viene contestato a Margherita, erano stati acquistati dalla madre Marella direttamente e quindi per volere testamentale della nonna Marella erano destinati soltanto ai tre nipoti Elkann. Nell’elenco di “opere non rinvenute”, scrive il Corriere del 14 ottobre, “ci sono quadri di Balla, De Chirico e Gérôme a Roma; Monet e due Bacon a Villar Perosa e Villa Frescot. I fratelli Elkann replicano quadro per quadro. I Balla, de Chirico e Gérôme? L’inventario dei ‘beni contenuti nell’immobile di Roma’, firmato da Marella e da Margherita, e confluito dell’allegato 2A dell’Accordo Transattivo, non contiene volutamente la pagina 75, espunta, nella quale erano stati indicati tali quadri”.

Opere della collezione Agnelli. Da Report, Rai Tre
Opere della collezione Agnelli. Da Report, Rai Tre
Opere della collezione Agnelli. Da Report, Rai Tre
Opere della collezione Agnelli. Da Report, Rai Tre
Opere della collezione Agnelli. Da Report, Rai Tre
Opere della collezione Agnelli. Da Report, Rai Tre
Opere della collezione Agnelli. Da Report, Rai Tre
Opere della collezione Agnelli. Da Report, Rai Tre
Opere della collezione Agnelli. Da Report, Rai Tre
Opere della collezione Agnelli. Da Report, Rai Tre
Opere della collezione Agnelli. Da Report, Rai Tre
Opere della collezione Agnelli. Da Report, Rai Tre

Qui abbiamo parlato della potenzialmente più importante pinacoteca d’arte moderna italiana allestita da privati, che con le sue centinaia di pezzi sarebbe un unicum nella sua completezza e unicità. Che pur essendo privata ha motivazioni nell’essere tutelata. Qui abbiamo dato conto solo delle opere d’arte ma, come nella “Guerra dei Roses”, la disfida testamentaria non si è fermata solo a queste (con anche ventilate minacce di rivelazione dei segreti economici allusivamente nascosti) investendo anche altre consistenze del patrimonio della famiglia fino alla detenzione delle quote per il controllo della società a capo delle aziende del Gruppo. Chissà cosa avrebbe detto l’Avvocato vedendo questo accapigliamento.

Due sono gli aneddoti che vengono alla mente di chi scrive. Quando alcuni anni fa Lapo fu arrestato dalla polizia di New York durante una notte a casa di una escort transessuale simulando un sequestro di persona, era il 2016 (11 anni dopo che in analoga situazione di sesso e droga finì in coma), la notizia con tutti i suoi dettagli fece il giro del mondo e in una trasmissione radiofonica chiesero un commento a uno storico collaboratore e amico del nonno Gianni Agnelli, Jas Gawronski: “L’Avvocato diceva sempre: fate tutto nella vita ma ricordate una cosa: fatelo con classe”. Pensando invece al rapporto di coppia tra il Senatore a vita e la principessa Caracciolo accomunati dalla passione per l’arte tanto da (poter) spendere cifre esorbitanti per quadri come quelli citati, fa sorgere spontanea la domanda su cosa spinga l’uomo, in questo caso uno che ha tutto dai soldi al potere, ad acquistare opere di così grande valore disseminandole tra case e caveau che probabilmente vedrà qualche ora l’anno. È il gusto di sapere di averli anche se non se ne gode la vista ogni giorno. All’uomo, che è desiderio di infinito, non potrà mai bastare ciò che ha neppure quando si arriva a certi livelli. Emblematico un episodio: Agnelli era capace di fare colazione a Villa Frescot poi prendere l’elicottero ed essere a Parigi per pranzo per poi tornare a Sankt Moritz per l’aperitivo. E un giorno, in uno di questi spostamenti sull’elicottero sorvolando un lago di montagna improvvisamente aprì il portellone e si buttò di sotto, nell’acqua. Quando fu tirato a riva e gli venne chiesto come mai avesse compiuto un gesto del genere, semplicemente e lapidariamente rispose “Volevo sentire che sensazione si provasse”.


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