... ed ebbero il coraggio di chiamarla mostra. Ma le colpe vanno cercate altrove


Un'analisi della mostra L'Accademia di Belle Arti di Carrara e il suo patrimonio, in corso a Carrara fino a settembre.

A Carrara è iniziata da pochi giorni l’edizione 2014 di Marble Weeks e, in modo ancora una volta molto originale, è stata allestita una mostra sui gessi dell’Accademia di Belle Arti. La terza negli ultimi quattro anni: mi stupisco solo del fatto che l’anno scorso abbiano saltato. E comunque. La mostra, dall’altisonante titolo L’Accademia di Belle Arti di Carrara e il suo patrimonio, è stata annunciata con toni esaltanti: “l’Accademia di Belle Arti di Carrara mette in mostra se stessa attraverso il nuovo allestimento del suo patrimonio: opere in marmo, opere in gesso e dipinti, disposti nello scalone d’onore, nelle sale, nel chiostro, nell’ex Teatro Anatomico e nei corridoi, vengono così restituiti alla visione pubblica secondo un criterio filologico”. Insomma, per tradurre: non è altro che l’apertura temporanea al pubblico del work in progress (perché tale sembra) di quello che dovrebbe essere una sorta di percorso museale che da temporaneo dovrebbe, in un futuro nebuloso e sconosciuto, diventare permanente.

Tuttavia, la prima domanda è: stando alla filologia, le sculture devono essere esposte sopra i pallet di legno, come se fossero casse di frutta e verdura del Carrefour, oppure possono usufruire di basi un pelino più decorose? Ma a parte ciò: chi ha chiamato “mostra” questa... iniziativa (non riesco a trovare altro termine), è davvero un temerario. Oppure, semplicemente, è qualcuno che non ha pensato al fatto che a Carrara c’è anche qualcuno che di mostre (sì, quelle che possono definirsi “mostre”) ne vede diverse all’anno, in tutta Italia e anche all’estero. E il confronto non può che essere impietoso.

Tanto per iniziare, il requisito minimo che una mostra deve possedere per poter essere considerata tale, è avere un titolo. E qui, l’iniziativa dell’Accademia di Carrara risponde in modo positivo. Il problema è che né in città, né in Accademia, c’è traccia di uno straccio di cartello o pannello illustrativo che dia indicazioni, non dico su come arrivare all’Accademia (perché tanto ormai ci siamo da diverso tempo arresi al fatto che le amministrazioni locali non hanno il benché minimo interesse o la benché minima voglia di attirare visitatori da fuori Carrara), ma anche solo sul fatto che in questi giorni, e fino a settembre, è in corso una mostra. Ma non è tutto: quando arrivi all’Accademia non esiste alcun pannello che ti indichi da dove tu debba iniziare il tuo percorso di visita. Così, la mostra esclude automaticamente diverse categorie di visitatori: quelli che non sono mai stati all’Accademia, i non esperti, quelli che visitano le sale senza una guida.

Decido di iniziare la mia visita dal piano superiore, e noto che in realtà qualche spiegazione c’è: sono le descrizioni delle sale con gli elenchi delle opere (senza neppure un accenno di veste grafica, anche minimalista: sembrano circolari scolastiche), stampate su fogli A4 attaccati ai muri (chissà se provengono dalla stampante di qualche dipendente dell’Accademia che si è portato il lavoro a casa), oppure a pannelli di compensato appoggiati sopra al pavimento, scomodissimi per qualsiasi tipo di lettura ma utilissimi per attentare all’incolumità delle tibie dei visitatori. Faccio per entrare in una delle sale, mi accorgo che è chiusa: chiedo quindi alla prima dipendente in cui mi imbatto se è possibile vedere una delle sale della mostra... in orario di mostra, “sa com’è”. Penso che dovrebbe essere abbastanza usuale aspettarsi di trovare le sale aperte in orario di mostra. A Carrara questo non succede. La signora chiama un altro dipendente, che arriva con un mazzo di chiavi, mi fa vedere la sala, aspetta che io sia uscito, e richiude a chiave. “Una mostra interattiva”, penso, nel senso che devi interagire con i dipendenti per farti aprire le sale.

Nelle sale successive, che visito cercando di disturbare il meno possibile il personale che nelle sale ci lavora (si tratta soprattutto di personale amministrativo), noto altri particolari simpatici. La scarsa illuminazione di certi ambienti, per esempio. Oppure i pannelli che sono per la maggior parte appesi fuori dalle sale e non dentro, e soprattutto i dipinti e le sculture appesi nelle varie sale non hanno alcun cartellino che li identifichi. Per una persona che non è molto esperta di arte, non è impresa semplicissima ricordarsi, una volta entrato nella sala, che lì dentro ci troverà, tra gli altri, un dipinto di Onorio Marinari che raffigura una santa Caterina d’Alessandria (specie se deve ricordarsi un’altra decina di opere). E poi la polvere presente un po’ ovunque, e i soliti pancali in legno che fungono da base per le sculture.

Decido di averne avuto abbastanza e mi dirigo verso la biblioteca dove è stata allestita l’esposizione di una parte del patrimonio librario e archivistico dell’Accademia e dove, per l’occasione, sono stati esposti anche disegni e incisioni di alcuni importanti artisti: Bertel Thorvaldsen, John Flaxman (di cui è presente anche una piccola ma significativa testa donata dall’artista all’Accademia), Giovanni Antonio Cybei, Raffaello Morghen, Frédéric Adolphe Yvon e diversi altri. Questa esposizione è a tutti gli effetti una mostra. Anche se, comunque, è la parte potenzialmente meno interessante per un pubblico di non specialisti. Ah, a proposito: anche la biblioteca era chiusa, e ho dovuto chiedere in segreteria per farmela aprire. Mettendomi ovviamente in coda dietro gli studenti dell’Accademia che dovevano fare domande sui loro problemi burocratico-amministrativi.

Tuttavia, dire che l’allestimento è quantomeno “artigianale”, significherebbe fare un torto agli artigiani. Per esporre i disegni e le incisioni, sono stati scelti grossi pannelli in legno su cui sembra sia stata data una mano di vernice bianca. E fin qui potrebbe anche andar bene, se non fosse che questi pannelli appaiono con tutta evidenza riciclati da altre iniziative: sporchi all’inverosimile (le strusciate nere su bianco non sono difficilissime da distinguere), con segni di pezzo di nastro adesivo staccato in epoche remote, chiodi e chiodini ancora piantati, segni di altri chiodi rimossi, e così via. Per non parlare del modo in cui sono stati appesi i disegni e le incisioni. Sopra ai pannelloni bianchi sono stati attaccati dei riquadri di cartoncino bristol azzurro, e le incisioni trovano la loro collocazione sul bristol. A proteggerle, veli di plastica trasparente. Il tutto tenuto su da clip da ufficio che reggono l’accrocchio e a sua volta sono sostenute da puntine da disegno infilate nell’anellino metallico. Una roba che magari può andar bene per una bancarella di un mercatino che vende stampe da venti euro, ma non per un’Accademia di Belle Arti dalla storia pluricentenaria che espone, per esempio, il progetto per il monumento equestre a Francesco III d’Este di Giovanni Antonio Cybei, di cui in mostra si può trovare anche il bozzetto (sempre che sia abbia la fortuna di trovare qualcuno che apra la sala della direzione). Per non parlare delle teche, chiuse con nastro adesivo da pacchi trasparente. Difficile credere a tutto quello che ho detto finora? Ecco alcune immagini:

I pallet di legno come base per le sculture. Questa fa parte del gruppo dei Niobidi, copia di quello conservato agli Uffizi Clip da ufficio e puntine da disegno per appendere un progetto di Giovanni Antonio Cybei La bella testa di John Flaxman. Notare però i fori di chiodi nel pannello La sporcizia regna sovrana sui pannelli I vetri delle teche tenuti fermi con nastro adesivo Pannello illustrativo ad altezza tibia In certi punti il cartoncino bristol, oltretutto, cede Le clip che tengono i disegni, e un chiodo rimasto lì da un uso precedente dei pannelli

Che cosa dire, dopo aver visitato questa “mostra” (chiamiamola così per comodità)? Intanto, che l’Accademia dovrebbe trovare una sua identità. Museo e uffici non possono coesistere, nel senso che non è né bello né comodo visitare sale adibite a uffici per il personale. Anzi: è piuttosto imbarazzante per il visitatore osservare dei dipinti sotto i quali trovi una scrivania con un’impiegata che lavora. E poi... l’unica cosa che ti viene da pensare alla fine della visita è questa: “è un vero peccato”. È un peccato perché l’Accademia di Belle Arti di Carrara ha un patrimonio artistico e documentario di primissimo livello, e questa iniziativa arrangiata alla bell’e meglio non gli rende davvero giustizia, anzi: lo svilisce e lo umilia. È un peccato perché l’Accademia potrebbe attirare visitatori da fuori Carrara e potrebbe mostrare ai carraresi stessi, risvegliando le loro menti e le loro coscienze, una città dimenticata: quella dell’arte, quella delle opere dei grandi maestri del passato che sono transitati per queste zone, quella della cultura. È un peccato perché i curatori sono validissimi professionisti (peraltro, di una di loro, Linda Pisani, sono stato anche studente all’Università di Pisa, e ho buoni ricordi del suo corso), in grado di curare iniziative di alto livello (e di alto livello è, infatti, la mostra del patrimonio documentario dell’Accademia, quella allestita in biblioteca): anche in questo caso, la “mostra” non rende giustizia alla loro professionalità.

Questo capita, però, quando sei costretto a lavorare nelle ristrettezze economiche: perché se non ti puoi permettere neppure di appendere dei cartellini identificativi vicino alle opere, significa che stai lavorando nelle ristrettezze economiche. Non serve sapere che l’Accademia non passa dei buoni momenti per rendersene conto: basta entrare e vedere la “mostra”. E i curatori, di questo, non hanno colpa: in sostanza fanno quello che possono. Le colpe quindi sono a monte: vanno cercate in una città che si disinteressa di se stessa e non investe nelle sue eccellenze. In una città che, lo vediamo tutti i giorni, è ostaggio di decisioni politiche scellerate, e di una imprenditoria che sta distruggendo l’ambiente e l’economia della città (una delle più dissestate dell’Italia del centro-nord), mancano probabilmente i presupposti per iniziative culturali di alto livello. E con “iniziative culturali di alto livello”, non mi riferisco certo a Marble Weeks, la manifestazione con cui i padroni delle cave (perché, anche se le cave dovrebbero essere patrimonio di tutti, di fatto i padroni sono altri) celebrano il loro operato. Basti pensare che nei cartelli che indicano le opere, il nome dei proprietari delle cave che hanno fornito il marmo, compare prima di quello degli artisti. Un po’ come se vicino alla più famosa opera della Galleria dell’Accademia di Firenze trovassimo un cartello che recita: "DAVID - Cava di Fantiscritti Marmi - Artista: Michelangelo Buonarroti“. E questo conferisce a Marble Weeks un carattere ben più pubblicitario e autoreferenziale, che culturale. Anche la ”mostra" dell’Accademia è stata organizzata nell’ambito di Marble Weeks. Ma chi viene a Carrara si renderà conto che le opere che fanno pubblicità a chi fornisce i marmi, sono tirate a lucido e corredate di cartelli con tanto di veste grafica, indirizzi web e loghi social. Dentro all’Accademia, polvere e fogli A4. È ovvio: quale interesse avrebbero i proprietari di cava a investire nell’Accademia? Che interesse avrebbero a farsi carico di una mostra che produrrebbe cultura, che è ciò che sicuramente non serve a Carrara per creare una coscienza civile forte? Di sicuro, si esce dell’Accademia con degli interrogativi, specie se si confronta quanto visto dentro con quello che si vede fuori per Marble Weeks. E ci si domanda, soprattutto, quanto durerà ancora questo disinteresse di Carrara nei confronti della cultura.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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