Annalisa Zanni: “Il Poldi Pezzoli? Spero di averlo reso un museo che ascolta, dialoga e diverte”


Annalisa Zanni si appresta a lasciare dopo ventidue anni la direzione del Museo Poldi Pezzoli di Milano: in questa intervista ci racconta il suo lavoro al museo, e come ha voluto trasformare l’istituto in questo tempo.

È impossibile non soccombere al fascino, all’energia e all’amore profondo e quasi palpabile che Annalisa Zanni, direttrice del Museo Poldi Pezzoli, nutre per le mura di questo edificio, per la figura del fondatore e per tutte le persone che l’hanno affiancata lungo tutta la sua carriera. Ha lavorato per quarant’anni al Museo Poldi Pezzoli, prima come conservatrice e poi, dal 2000, come direttrice. È stata responsabile della didattica, della conservazione, delle ricerche e dei restauri delle collezioni e dal 1992 ha partecipato alla realizzazione dei nuovi allestimenti del Museo, come la nuova Sala d’Armi di Arnaldo Pomodoro, la Sala degli Ori, quella del Collezionista e, recentemente l’apertura dell’orangerie. La sua è una visione semplice e chiara: seguire l’esempio del fondatore Poldi Pezzoli e creare un luogo che sappia ascoltare e che sia in continuo dialogo con il presente e il tempo che scorre inesorabilmente. “Passione”: Questa è la parola che meglio descrive il magnifico lavoro svolto dalla direttrice Annalisa Zanni e ora che il suo mandato sta giungendo al termine, questa passione ardente non è stata minimamente intaccata.

Annalisa Zanni. Foto di Carlo Pozzoni
Annalisa Zanni. Foto di Carlo Pozzoni

FG. Gian Giacomo Poldi Pezzoli ha lasciato “uno scrigno di tesori” e con esso una grande responsabilità e in questi anni, lei ha condotto la direzione del museo nel pieno spirito del fondatore. Ora che il suo mandato è giunto al termine dopo quarant’anni di carriera (dal 1982 al 1999 come Conservatore e dal 2000 a oggi come direttrice) può raccontarci com’era il museo e com’è adesso, quali sono stati i risultati che ritiene più soddisfacenti della Sua carriera al museo, cosa la rende più fiera e orgogliosa?

AZ. Il mio mandato finirà a breve e questo è stato il luogo in cui ho vissuto con intensa passione e professionalità il mio lavoro, quindi ritengo di aver avuto un grande privilegio, così come Poldi Pezzoli ha sentito il dovere e il privilegio di donare ai milanesi la sua casa e tutte le collezioni oltre a una somma in denaro.Venni nominata tramite bando pubblico per succedere alla dottoressa Alessandra Mottola Molfino che era una donna intelligente, geniale e visionaria dalla quale ho imparato tantissimo, lavorando gomito a gomito con lei per quasi venti anni. Ciò che ritengo fondamentale è il rispetto dell’identità del museo, la sua missione, senza però imitare pedissequamente chi è venuto prima, ma mettendo in gioco, soprattutto, la propria personalità. Nulla sarebbe accaduto senza Poldi Pezzoli, ma l’idillio non sarebbe continuato, in questi anni bellissimi, senza uno staff così eccezionale che è cresciuto in modo esponenziale ed è sempre aggiornato, sempre efficiente sempre propositivo. Io sono la punta di una piramide molto massiccia, ed estremamente competente. Oggi, il mondo è completamente cambiato ed è cambiato anche il ruolo del direttore che un tempo poteva studiare, fare ricerche, scrivere libri e lo poteva fare perché i visitatori erano relativamente pochi e il museo era chiuso in sé stesso come se fosse un laboratorio. Oggi è ancora un laboratorio, ma il laboratorio della storia che si è aperto al pubblico e, questo, ritengo sia un risultato che io ho scelto di ricercare entrando nel museo con la didattica. Secondo il mio parere, bisognerebbe entrare al museo già a due anni, anche solo per guardare i pesciolini e iniziando, così, a respirare la bellezza. Proprio in nome della massima inclusione, collaboriamo anche attraverso il linguaggio dei segni e con il carcere minorile Beccaria tramite il Comune di Milano e ciò mi ha fatto capire ancora di più come non sia solo il museo a conoscere. Ovviamente conosce perché studia le proprie opere e questa è parte della Mission del museo, ma il tema dell’ascolto è fondamentale soprattutto per molti cambiamenti che abbiamo messo in atto.

Ho letto un’interessante intervista, sul Giorno, su come lei sia stata attratta improvvisamene dal Museo Poldi Pezzoli e come sia “rimasta felicemente attaccata, come un’edera”. Tirando le somme, cosa sente e spera di avere lasciato?

Penso che la cosa più importante per un museo sia la consegna di un’identità, che faccia poi fiorire legami, relazioni. Ho sempre visto il museo come luogo di dialogo e restituzione al pubblico di un patrimonio di conoscenze che deve essere trasmesso con divertimento e semplicità. Spero di aver restituito l’idea di un museo che non si impone arrogantemente, ma ascolta il pubblico, percepisce i problemi di esso e si prodiga per restituirgli attimi di relax e anche divertimento, lontano dal mondo. Abbiamo cercato di proporre la casa museo Poldi Pezzoli, come uno spazio di restituzione di relax e di dialogo continuo creando anche delle “slow guide” lente per suggerire di visitare anche solo una parte di museo, ma in modo calmo e pacato, prendendosi del tempo, senza dover correre. Milano è una città in fermento e in continua corsa e pensavamo fosse importante restituire una sorta di calma pacifica, per elaborare i progetti per il futuro. Il messaggio che vorrei trasmettere è che il patrimonio è tuo e noi siamo qui per darti una mano, per aiutarti, per fornirti gli strumenti per capire il mondo anche attraverso l’uso di nuovi linguaggi come i Social che sono diventati fondamentali.

Museo Poldi Pezzoli, lo Scalone monumentale
Museo Poldi Pezzoli, lo Scalone monumentale
Museo Poldi Pezzoli, il Salone Dorato
Museo Poldi Pezzoli, il Salone Dorato

Parlando di social e nuove tecnologie, la relazione tra museo e visitatore è inesorabilmente cambiata dopo la pandemia: qual è stato l’impatto degli ultimi due anni e quali gli strascichi che un museo si porta dietro?

Devo confessare che inizialmente ero molto preoccupata per questa liberalizzazione delle immagini e dei video e pensavo che i visitatori non sarebbero più venuti al museo. In realtà questi linguaggi sono stati fondamentali, soprattutto durante il lockdown. Moltissime persone hanno detto di aver scoperto il museo proprio durante la pandemia, grazie alle foto di Pezzoli Stories e a tutti i giochi per i bambini. Dopo il lockdown, poi, sono venuti a visitare il Poldi Pezzoli moltissimi giovani, proprio grazie al nostro uso dei social. Abbiamo realizzato anche una mostra virtuale che esiste dal 2019 con Google Art Project e stiamo cercando di creare un itinerario virtuale che coinvolga tutte le case museo internazionali. Direi che adesso la situazione si sta normalizzando, ma se prima la percentuale di visitatori stranieri era significativamente più alta, ora abbiamo più visitatori del territorio. Inoltre, il Poldi Pezzoli è stato il primo museo a riaprire dopo la pandemia, il 18 maggio, con un biglietto promozionale a un euro per tutta l’estate. C’era la volontà, da parte nostra, di incoraggiare le persone al ritorno e così è stato.

Durante gli anni come direttrice, il museo Poldi Pezzoli ha ospitato un grandissimo numero di mostre: a quali si sente maggiormente affezionata e perché?

Senza alcun dubbio è stato un grande onore, per me, organizzare una mostra intorno all’icona del museo “ritratto di dama” di Piero del Pollaiolo che è stata anche quella che ha visto il maggior numero di visitatori finora. Per la prima volta, sono stati riuniti tutti e quattro i ritratti femminili dei fratelli fiorentini Antonio e Piero Pollaiolo e l’opera milanese è stata affiancata alle versioni della Galleria degli Uffizi di Firenze, della Gemäldegalerie di Berlino e del Metropolitan Museum of Art di New York. Nel dialogo con i vari linguaggi sono stati coinvolti nella mostra anche importanti fotografi come Giovanni Gastel, Maki Galimberti, Neige De Benedetti e Maria Mulas. Amo molto la mescolanza tra passato e presente, perché restituisce la possibilità di instaurare un dialogo e di arricchire di nuove letture il Museo e le sue opere. Un ricordo speciale è quando sono stata al carcere di Beccaria per presentare la mostra “Le dame del Pollaiolo”, mi sono fortemente commossa per l’accoglienza ricevuta e per la preparazione e intelligenza delle domande che mi sono state fatte. Inoltre, ho ricevuto un bellissimo regalo: una scatolina con una pergamena e l’immagine della Dama del Pollaiolo, creata da loro.

Museo Poldi Pezzoli, la Sala Nera
Museo Poldi Pezzoli, la Sala Nera
Museo Poldi Pezzoli, lo Studiolo Dantesco
Museo Poldi Pezzoli, lo Studiolo Dantesco

L’impegno sociale è una parte fondamentale per Lei e il museo. Quale iniziativa le è rimasta particolarmente a cuore?

Sono rimasta particolarmente colpita, oltre che dal rapporto con il pubblico dei sordi, anche dalle sperimentazioni con i malati di Alzheimer. Ma ciò che ho più a cuore è il rapporto con il carcere, che per me è stato veramente speciale. Ho ricevuto molto da questi ragazzi e il lavoro è stato svolto con grande disponibilità, anche da parte degli assistenti che lavorano nel carcere. Un’iniziativa che mi ha emozionata particolarmente è stata quella svolta a San Vittore, dove sono state regalate le cartoline della dama del Pollaiolo. Hanno iniziato a girare tra le mura e le persone le commentavano, raccontavano storie e un gruppo di ragazzi ha creato un’immagine della dama vestita con abiti tipici del loro territorio di origine, immergendola nella loro storia e contaminando in modo straordinario le varie culture e il tutto si è concluso con una canzone rap a lei dedicata. Infine, abbiamo chiesto i permessi di uscita per due ragazze e due ragazzi, per far vedere loro il museo e organizzare insieme una conferenza stampa per far capire quanto, questo percorso sia importante. Certo, questo, è un piccolo segmento è una goccia, però funziona. Le minoranze e i pubblici fragili sono finalmente al centro dell’attenzione e noi un po’ ce ne siamo occupati, ma bisogna sempre fare squadra e, soprattutto, essere istituzioni che lavorano in questa direzione per offrire servizi e per fare in modo che tutte le persone possano avere accesso a un’esperienza che per noi è scontata.

Gian Giacomo Poldi Pezzoli, desiderava che la sua casa-museo fosse ad uso e beneficio pubblico. Come il pensiero e l’impegno del fondatore hanno influenzato il Suo modo di lavorare?

Esattamente: il fondatore, Poldi Pezzoli, nel 1861 redasse il suo testamento nel quale disponeva che la sua casa e le opere contenute divenissero parte di una Fondazione Artistica ad uso e beneficio pubblico. Personalmente, mi sento clonata con Gian Giacomo Poldi Pezzoli perché condivido tutto ciò in cui lui credeva. Se conosci te stesso, cosa è stata la tua storia, puoi andare avanti e costruire il futuro. Lui non si è limitato ad acquistare opere ferme al passato, ma le ha affiancate ad acquisizioni contemporanee e in questo spirito ha continuato, anche, il primo direttore del museo Giuseppe Bertini.

Per concludere, tornando a parlare del Museo Poldi Pezzoli: che eredità lascia al suo successore, qual è il testimone che vorrebbe passare e come immagina il futuro del museo?

Io ritengo che, arrivati a questo punto, sia un mio dovere affiancare la persona che verrà scelta dalla commissione per porgere tutto quello che sono le esperienze fatte, per restituire quella che in questi anni è stata la ricerca insieme, ma non per indirizzare il futuro. Questa casa museo è la rappresentazione di una Milano fortemente internazionale, ma vorrei che mantenesse sempre la sua eleganza e misura. Per il resto, però, sono sinceramente curiosa di scoprire cosa accadrà. Come immagino il museo in futuro? Beh, le mie idee le ho e le avrò fino al mio ultimo respiro, ma non voglio influenzare in alcun modo chi mi succederà: tutti hanno bisogno di tracciare la propria strada. Quello che deve essere chiaro è che io sarò sempre a disposizione nel rispetto di chi verrà e dei suoi progetti.


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