Axel Hémery: “un onore dirigere la Pinacoteca Nazionale di Siena. Ecco cosa faremo da subito”


Axel Hémery è da un paio di mesi il nuovo direttore della Pinacoteca Nazionale di Siena. Lo abbiamo raggiunto e ci siamo fatti spiegare cosa farà da subito in questo museo così importante.

Axel Hémery è da marzo il nuovo direttore della Pinacoteca Nazionale di Siena, il primo da quando il museo senese ha ottenuto l’autonomia. Francese, classe 1964, storico dell’arte, dal 2009 al 2021 è stato direttore del Musée des Augustins di Tolosa. A Siena prende in mano un istituto con molti problemi da risolvere: i pochi visitatori, gli orari d’apertura ridotti (il museo apre soltanto cinque ore al giorno, e per di più chiude la seconda e la quarta domenica del mese), gli allestimenti vetusti. Abbiamo parlato con lui su quali saranno i primi passi che la Pinacoteca Nazionale di Siena farà sotto la sua direzione. Intervista a cura di Federico Giannini.

Axel Hémery
Axel Hémery

FG. Direttore, cosa significa per Lei lavorare in Italia e in un museo come la Pinacoteca Nazionale di Siena, nella più importante collezione al mondo di dipinti di scuola senese?

AH. È un onore e un privilegio poter lavorare in questo museo favoloso, e direi che lo è anche poter entrare in questo sistema museale italiano. L’aspetto interessante è che, forse, prima dall’estero guardavano quasi con stupore questa Italia che non riusciva a combinare niente con questi musei pur così ricchi di opere splendide. Adesso, invece, si comprende che questa riforma sta cominciando a portare i primi frutti e di conseguenza c’è un atteggiamento del tutto diverso. E io sono molto contento di far parte di questo movimento.

Questo movimento, peraltro, ha portato la Pinacoteca Nazionale a diventare da poco un museo autonomo e Lei è il primo direttore della Pinacoteca dopo che il museo ha ottenuto l’autonomia. Si tratta quindi di un riconoscimento anche alla grande importanza di questo istituto che ha un enorme potenziale ma anche un grosso problema, ovvero viene visitato soltanto da 10.000 persone all’anno. Perché secondo Lei un museo di tale importanza ha questo problema così evidente?

Direi che è sicuramente un problema, ma è anche la conseguenza di un’insufficienza dell’offerta, non nel senso delle collezioni, che sono favolose, ma nel senso dell’esperienza: oggi il pubblico si aspetta di più da un museo. Ovvero, si aspetta di vedere almeno delle sale ben illuminate, si aspetta di vedere delle didascalie approfondite in italiano e poi idealmente anche in un’altra lingua, si aspetta di avere un percorso espositivo chiaro. E poi si aspetta anche di avere alcuni elementi di comodità, come un bookshop, magari anche una caffetteria, e al momento durante la visita alla Pinacoteca Nazionale di Siena tutti questi aspetti mancano. E poi la collezione stessa, malgrado la sua notevole importanza, rimane comunque una raccolta “di nicchia”, un po’ difficile da capire per chi non conosce già un poco la pittura del Trecento e del Quattrocento e in particolare quella di Siena. Quindi, che ci sia stato finora un numero di visitatori così basso è purtroppo un aspetto che si spiega abbastanza bene. C’è poi il fatto che per tanto tempo regnava a Siena un tipo di turismo molto mordi e fuggi, che andava quasi solo al Duomo e a Piazza del Campo, con la conseguenza che questi flussi ovviamente non si fermavano alla Pinacoteca, che dista un centinaio di metri dal bivio in cui si concentra il grosso del turismo. Penso però che con miglioramenti interni (soprattutto del percorso) e con una comunicazione un po’ più spinta (e magari anche con un sito internet rifatto) potremmo far arrivare più visitatori. E poi, bisogna anche lavorare sui senesi, sul pubblico locale che aveva un po’ smesso di andare in Pinacoteca, magari perché la conosce già. Però il pubblico locale spesso conosce il museo semplicemente come un luogo dove è stato in visita con la scuola: dunque, è proprio l’immagine della Pinacoteca che dobbiamo un po’ cambiare.

Mi pare di capire che ha individuato almeno quattro problematiche e al di là di quella che riguarda i flussi turistici mi piacerebbe concentrarmi su tre di questi nodi: allestimenti, comunicazione e rapporto con i senesi. Per quanto riguarda gli allestimenti, è vero, le didascalie sono un po’ datate e sono disponibili solo in italiano, mancano i pannelli di sala, l’illuminazione diciamo che spesso non è così esaltante. Ha già immaginato qualche intervento di qui a breve? Ci saranno delle migliorie? Quali saranno i primi interventi sull’allestimento?

Cominceremo proprio col ripensare gli allestimenti, anche se finora non ho deciso fino a che punto potremo intervenire, ovvero se si lavorerà più sulle singole opere o più sulle sale: al momento stiamo lavorando su queste ipotesi, sul livello e sulla natura dell’intervento. Ad ogni modo la sede della Pinacoteca presenta dei vincoli strutturali per i quali non sarà così facile rifare tutto e la possibilità d’intervenire in modo radicale è molto limitata: gli allestimenti al momento sono già in ordine cronologico ma ci sono comunque alcune ripetizioni nell’itinerario espositivo, dunque in questo caso bisogna forse procedere con nuovi riavvicinamenti. Posso già anticipare un intervento su alcuni di questi riavvicinamenti, perché sembrano un po’ ovvi e poi riflettono anche l’evoluzione della storia dell’arte: per esempio, al momento sono isolati i due frammenti di paesaggio che prima erano attribuiti ad Ambrogio Lorenzetti e adesso si sa che sono del Sassetta, e che fanno parte del Polittico dell’Arte della Lana. Occorrerà reintegrarli alla teca del Polittico dell’Arte della Lana del Sassetta, e questo è un intervento che si farà sicuramente. Altri sono ancora più difficili da immaginare oggi, perché non sono arrivato ancora a questo livello di decisione. Comunque questo tipo di interventi consentiranno di dare più senso al percorso espositivo, anche perché adesso, quando si visita il museo, l’impressione è che ogni epoca abbia lasciato il suo segno su questa Pinacoteca. C’è stata per esempio una mostra nel 1995 e da lì è rimasta una teca con la sua didascalia, poi ancora nel 2010 c’è stato un altro intervento e nel percorso si capisce che c’è stato questo intervento: ci vuole un’unità di pensiero, e il lavoro che faremo servirà anche per questo. Vorrei però sottolineare il lavoro svolto da chi mi ha preceduto negli ultimi tre anni, col rifacimento degli impianti termici, elettrici, la videosorveglianza, le facciate e il tetto. Quindi mi è stato trasmesso un edificio finalmente sano per affrontare le sfide che la Pinacoteca presenta. Vorrei a tal proposito ringraziare Elena Rossoni e Stefano Casciu per il lavoro enorme svolto in un anno e salutare Cristina Gnoni e Anna Maria Guiducci.

Il chiostro della della Pinacoteca Nazionale di Siena. Foto Pinacoteca Nazionale di Siena
Il chiostro della della Pinacoteca Nazionale di Siena. Foto Pinacoteca Nazionale di Siena
Sala della Pinacoteca Nazionale di Siena
Sala della Pinacoteca Nazionale di Siena. Foto Finestre sull’Arte
Sala della Pinacoteca Nazionale di Siena
Sala della Pinacoteca Nazionale di Siena. Foto Finestre sull’Arte
Sala della Pinacoteca Nazionale di Siena
Sala della Pinacoteca Nazionale di Siena. Foto Finestre sull’Arte

Un altro elemento che ha sottolineato prima è il fatto che la collezione della Pinacoteca Nazionale, per quanto importante e grandiosa possa essere, rimane comunque una raccolta, come dice Lei, “di nicchia”, che forse potrebbe risultare un poco ostica per chi non conosce già l’arte Senese. Da questo punto di vista avete già allo studio delle azioni per poter meglio comunicare, meglio far arrivare questa raccolta a un pubblico magari anche non specializzato?

Bisogna puntare tanto sulla narrazione, perché c’è anche un altro elemento a cui occorre fare attenzione e che è legato alla natura di questa collezione: il fatto che sia una raccolta prevalentemente di arte sacra. E allora secondo me, se provassimo a puntare di più sul discorso narrativo, troveremmo molte storie da raccontare al pubblico, penso per esempio al Polittico del beato Agostino Novello di Simone Martini, la cui predella presenta scene con i miracoli del santo: sono storie meravigliose, storie universali. E in opere come questa si possono trovare almeno tre livelli di narrazione. Uno riguarda il racconto semplice di queste storie medievali, il secondo è il racconto della struttura del polittico, della ricostituzione dei polittici, di come funzionavano e che ruolo avevano, e infine c’è anche un discorso scientifico (di restauro, per esempio). Secondo me occorre associare questi tre livelli del racconto per far capire meglio quest’arte che ovviamente è abbastanza lontana dalle preoccupazioni del pubblico attuale.

Infine, il terzo elemento su cui mi piacerebbe che ci concentrassimo è il rapporto con i senesi, con la città, e più in generale con il territorio. Come allacciare (oppure riallacciare) un rapporto con la città, con il territorio, con i senesi, e invitarli quindi a frequentare, magari anche ripetutamente, la Pinacoteca?

Mi sembra che ci si sia stata tanta attesa, e ci sia tuttora tanta attesa, nei confronti della Pinacoteca, e l’autonomia è comunque un elemento molto positivo perché ci consente di parlare in modo molto più semplice ed efficace con tutti gli attori del territorio. Ho già cominciato questo dialogo ed è proprio assolutamente naturale, perché tutte le collezioni senesi si intrecciano in modo molto spettacolare. Una parte importante delle nostre collezioni viene del territorio, una parte viene dal Santa Maria della Scala, e quindi esistono collegamenti del tutto naturali: per esempio, di recente ho parlato con le associazioni di guide turistiche sull’idea di attivare un tour dedicato a Domenico Beccafumi, le cui opere sono non solo alla Pinacoteca, ma si trovano sparse per la città. Mi sembra che ci sia una grande volontà da parte di tutti di dialogare, di offrire dei percorsi comuni. È vero che a Siena c’è anche una forte “tradizione” campanilistica e quindi ognuno cerca di difendere il suo campo, però allo stesso tempo noi, da istituto autonomo, siamo ben attrezzati per essere al centro di questo dialogo, e da quando sono arrivato mi sono accorto che anche le persone ci vedono al centro di questo dialogo. Quindi posso fare un primo bilancio molto positivo di questa capacità di dialogo che abbiamo riscontrato.

Infatti, fin da quando si è insediato (ma in realtà anche prima), Lei ha molto insistito sulla necessità di attivare collaborazioni con le altre istituzioni del territorio, penso per esempio a Palazzo Pubblico e allo stesso Santa Maria della Scala col quale peraltro la Pinacoteca ha già di recente collaborato per la mostra della collezione Piccolomini Spannocchi. Ha un’idea di come la Pinacoteca potrebbe intervenire per attivare delle sinergie a lunga durata, magari con gli altri soggetti che operano nel settore della cultura a Siena?

Innanzitutto bisogna rendere aperti questi luoghi, perché comunque c’è un problema di mancanza di apertura dei nostri musei, che riguarda anche la Pinacoteca che è aperta pochissimo, e questo è un fatto che sicuramente dovrà evolvere quando avremo assunzioni di personale. Diciamo che la priorità è quella di poter aprire tutti i luoghi della cultura a Siena e di creare percorsi, di creare anche connessioni sulle tariffe e sui biglietti. È già stato fatto parecchio e continueremo su questa strada. Poi ovviamente c’è la questione delle mostre: la Pinacoteca può solo fare delle piccole mostre-dossier, perché gli spazi non permettono altro, e le faremo anche se l’organizzazione di mostre non è per noi un aspetto prioritario: prima occorre potenziare veramente la Pinacoteca. Le mostre sono però un utile strumento per il territorio, e a Siena ci sono solo alcune sedi dove si possono organizzare le mostre più importanti. E poi occorre pensare anche all’università: noi lavoriamo e lavoreremo molto con le due Università, l’Università degli Studi e l’Università per Stranieri. I due atenei senesi sono molto forti e hanno studiosi di altissimo livello, li vedo già al centro di tutti i nostri progetti e del dialogo territoriale. Quindi, in sostanza, io vedo una situazione piuttosto positiva: collezioni di altissimo livello, studiosi di altissimo livello e una volontà costante di dialogare, quindi penso che la situazione non dovrebbe rimanere bloccata molto a lungo.

Simone Martini, Polittico del beato Agostino Novello (1328; tempera su tavola, 198 x 257 cm; Siena, Pinacoteca Nazionale)
Simone Martini, Polittico del beato Agostino Novello (1328; tempera su tavola, 198 x 257 cm; Siena, Pinacoteca Nazionale)
Sassetta, Ultima Cena, dal Polittico dell'Arte della Lana (1426; tempera su tavola, 24 x 38 cm; Siena, Pinacoteca Nazionale)
Sassetta, Ultima Cena, dal Polittico dell’Arte della Lana (1426; tempera su tavola, 24 x 38 cm; Siena, Pinacoteca Nazionale)
Domenico Beccafumi, Trittico della Trinità (1513; olio su tavola, 152 x 228 cm; Siena, Pinacoteca Nazionale)
Domenico Beccafumi, Trittico della Trinità (1513; olio su tavola, 152 x 228 cm; Siena, Pinacoteca Nazionale)
Palazzo Chigi Piccolomini alla Postierla. Foto Direzione Regionale Musei Toscana
Palazzo Chigi Piccolomini alla Postierla. Foto Direzione Regionale Musei Toscana

Cambiando argomento e concentrandoci di nuovo sulla Pinacoteca: per quanto riguarda il capitolo digitale e comunicazione, come è messo adesso il museo e quali sono le azioni per utilizzare questi importanti strumenti?

Intanto bisogna rifare il sito, e bisogna renderlo anche molto più accessibile. Fatto questo, che è prioritario, ragioneremo su come utilizzare il digitale per completare la visita, perché comunque la Pinacoteca Nazionale è un museo molto fuori contesto, nel senso che, per esempio, tanti frammenti dei nostri polittici sono sparsi per il mondo, quindi bisognerebbe offrire al visitatore anche un modo per comprendere l’opera nel suo insieme. Questo può verificarsi anche nelle sale, con l’utilizzo di dispositivi multimediali, oppure anche sul sito: bisognerebbe in altre parole proporre delle ricostruzioni di pale, bisognerebbe far capire il contesto architettonico quando ce n’è uno chiaro anche con gli affreschi staccati, e ovviamente le risorse digitali sono essenziali in questo processo. Alla Pinacoteca occorrerà un supporto digitale molto importante. Abbiamo anche un archivio e una biblioteca molto importanti, nonché un fondo fotografico copre tutto il territorio: il digitale servirà anche per poter comunicare e diffondere molto di più queste immagini.

Alla Pinacoteca Nazionale di Siena sono legati anche due luoghi importanti come Palazzo Chigi Piccolomini alla Postierla e Villa Brandi: per questi due siti che programmi avete?

Poiché abbiamo difficoltà ad aprire anche la Pinacoteca con tanta costanza, diciamo che faremo aperture straordinarie. Stiamo per discutere il piano di valorizzazione e proporremo le aperture straordinarie di questi due siti. Già adesso, in questo periodo, il Palazzo Chigi Piccolomini è aperto gratuitamente martedì e giovedì pomeriggio, dopodiché faremo anche aperture speciali per Villa Brandi, a partire da quest’autunno. Sono due luoghi eccezionali e ovviamente speriamo di poterli aprire molto più spesso. Poi nell’istituto autonomo è entrato anche il Museo Archeologico Nazionale che sta al Santa Maria della Scala ed è un museo molto importante. E la cosa molto interessante è che nella storia dei quattro istituti che sono sotto la mia responsabilità c’è l’ombra di due figure importantissime della storia dell’arte e della storia del restauro: da una parte Cesare Brandi e dall’altra Ranuccio Bianchi Bandinelli. Sono figure con cui è impegnativo e difficile misurarsi, ma sono comunque anche due modelli che ci possono ispirare.

Per concludere, un’ultima domanda: quali sono, secondo Lei, le tre priorità più urgenti su cui la Pinacoteca dovrà lavorare di qui alle prossime settimane o ai prossimi mesi?

Direi il sito internet e la comunicazione in genere, poi l’allestimento e l’illuminazione, e infine tutto l’aspetto didattico nelle sale (le didascalie per esempio): servirà davvero un lavoro molto concreto in questi primi mesi. Lavoreremo per inserirci nei flussi turistici che già interessano la città, per far conoscere a tutti le meraviglie del nostro museo, ma soprattutto per far capire ai senesi che il museo, in tutte le sue quattro sedi, è casa loro. Un posto dove venire e dove tornare, dove riscoprire ogni giorno un pezzetto della loro storia.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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