Da Kabul parla il direttore del Museo Nazionale dell'Afghanistan: “siamo al sicuro ma c'è molta incertezza”


Intervista esclusiva per Finestre sull'Arte a Mohammad Fahim Rahimi, direttore del Museo Nazionale dell'Afghanistan, che da Kabul ci racconta qual è la situazione e quali sono i suoi timori.

Intervista esclusiva di Finestre sull’Arte. Lo scorso 15 agosto, dopo vent’anni l’Afghanistan è tornato sotto il controllo dei talebani, che proprio quel giorno sono entrati a Kabul. Il mondo adesso teme che possano ripetersi le scene di distruzioni e saccheggi a cui abbiamo assistito in passato proprio mentre i talebani erano alla guida del paese. Cosa potrebbe accadere in questa situazione? Abbiamo raggiunto Mohammad Fahim Rahimi, antropologo e specialista in conservazione dei beni culturali, formatosi tra Kabul, Vienna, Roma e Filadelfia, e attuale direttore del Museo Nazionale dell’Afghanistan, che guida dal 2016. Gli abbiamo chiesto qualche rapido cenno sulla situazione al momento e su cosa potrà accadere in futuro. L’intervista è di Federico Giannini.

Il Museo Nazionale dell’Afghanistan
Il Museo Nazionale dell’Afghanistan


Mohammad Fahim Rahimi
Mohammad Fahim Rahimi

FG. Dottor Rahimi, dove si trova in questo momento?

MFR. Mi trovo a Kabul. Al momento non mi sento al sicuro, ma sono al sicuro.

Sono lieto di apprendere che si trova al sicuro. Qual è invece la situazione del museo e dei suoi lavoratori?

Il museo è al sicuro anch’esso al momento. I miei colleghi si sono recati al museo anche stamattina e mi hanno riferito che è tutto a posto. Le collezioni sono al sicuro, e il museo anche. Non ci sono stati saccheggi e fin qui è andato tutto bene. I dipendenti del museo in questo momento si trovano nelle loro abitazioni, anche se molti di loro nell’ultima settimana non si sono recati al lavoro: sono andati al museo soltanto alcuni di loro ai quali ho espressamente richiesto di andare per verificare la situazione.

Il museo ha dipendenti donne? Come stanno vivendo questo momento?

Sì, il 25-30% circa della forza lavoro del nostro museo è femminile. Le donne naturalmente sono molto più preoccupate dei loro colleghi uomini, anche perché diverse ricordano e hanno esperienza di quale sia stato il comportamento dei talebani l’ultima volta che sono stati al potere. Anche le dipendenti donne del Museo Nazionale dell’Afghanistan stanno ancora lavorando, ma non so dire quale sarà il loro destino in futuro.

Per quanto invece riguarda il museo, ci sono preoccupazioni? Teme che il Museo Nazionale dell’Afghanistan sia sottoposto a rischi, o che correrà dei rischi nelle prossime settimane o nei prossimi mesi?

In questi giorni anche il museo sta subendo i risvolti del vuoto politico e del vuoto di sicurezza che si è venuto a creare nel paese e anche nella capitale, perché le forze dell’ordine hanno lasciato le loro postazioni e anche nel centro di Kabul ci sono stati molti saccheggiatori che hanno cercato di sfruttare l’opportunità per compiere saccheggi sia nelle proprietà pubbliche che in quelle private. Comunque nonostante la situazione sia critica, le collezioni del Museo Nazionale dell’Afghanistan non sono state toccate. In quest’ultima settimana non si sono registrati saccheggi al museo. Il rischio di saccheggio al Museo Nazionale esiste ancora, ma occorre considerare che, al momento, l’intera Kabul è sotto il controllo dei talebani, e alcuni di loro sono stati incaricati della sicurezza del museo: dunque ci sono ancora alcuni saccheggiatori che stanno cercando di sfruttare l’opportunità, ma credo che almeno per il momento i rischi per le collezioni del museo non siano molto alti. Credo che, almeno per il momento, le possibilità di proteggere le collezioni siano molto concrete. Posso però dire solo quello che può accadere in questi giorni, perché onestamente è molto difficile prevedere cosa accadrà a breve e come la situazione si evolverà in futuro.

Il direttore Rahimi nelle sale del museo durante un incontro ufficiale. Foto: Museo Nazionale dell’Afghanistan
Il direttore Rahimi nelle sale del museo durante un incontro ufficiale. Foto: Museo Nazionale dell’Afghanistan


Visitatori nelle sale del museo. Foto: Museo Nazionale dell’Afghanistan
Visitatori nelle sale del museo. Foto: Museo Nazionale dell’Afghanistan


Reperti e oggetti provenienti dall’Afghanistan e venduti sul mercato nero restituiti dagli Stati Uniti al Museo Nazionale di Kabul nell’aprile 2021. Foto: Museo Nazionale dell’Afghanistan
Reperti e oggetti provenienti dall’Afghanistan e venduti sul mercato nero restituiti dagli Stati Uniti al Museo Nazionale di Kabul nell’aprile 2021. Foto: Museo Nazionale dell’Afghanistan


Uno dei laboratori del programma educativo del Museo. Foto: Museo Nazionale dell’Afghanistan
Uno dei laboratori del programma educativo del Museo. Foto: Museo Nazionale dell’Afghanistan


Uno dei laboratori del programma educativo del Museo. Foto: Museo Nazionale dell’Afghanistan
Uno dei laboratori del programma educativo del Museo. Foto: Museo Nazionale dell’Afghanistan

I talebani hanno dichiarato che non intendono devastare i beni culturali. Ma secondo Lei, i talebani di oggi sono davvero cambiati oppure sono gli stessi che nel 2001 distruggevano i Buddha di Bamiyan?

Sì, i talebani nei mesi scorsi hanno rilasciato alcuni comunicati nei quali hanno dichiarato che non distruggeranno il patrimonio culturale. Però non hanno fatto ulteriori specificazioni, per esempio sul tipo di patrimonio culturale. Questo perché nel nostro paese ci sono testimonianze culturali di diverso genere e di varie epoche: in passato, come Lei ha ricordato, abbiamo avuto l’esperienza dei talebani che hanno distrutto i Buddha di Bamiyan. E i talebani, nei loro recenti comunicati, non hanno parlato, per esempio, dell’arte pre-islamica: hanno solo detto che non distruggeranno il patrimonio. Probabilmente sarà così, ma si tratta di un aspetto che non hanno chiarito nelle loro dichiarazioni. Tuttavia credo che, dopo tutte le critiche che hanno ricevuto per le azioni che hanno fatto in passato sul patrimonio culturale, potrebbero aver tratto degli insegnamenti. Ritengo dunque che non prenderanno in considerazione la possibilità di sottoporre il patrimonio culturale a distruzioni. Ma, di nuovo, non posso prevedere alcunché. Penso che su questo aspetto potremo avere una visione più chiara in futuro se i talebani decideranno di approfondire questi punti.

E nel resto del paese cosa sta accadendo agli altri musei e siti monumentali? Ha avuto modo di mettersi in contatto con i suoi colleghi che lavorano presso altri istituti?

Ho avuto modo di sentire alcuni colleghi che lavorano in alcuni musei in altre parti del paese e mi hanno riferito che anche nei loro istituti per ora è andato tutto bene e non ci sono stati saccheggi. Con altri invece non ho avuto modo di mettermi in contatto, e spero che anche in quei musei le cose stiano andando bene.

Negli ultimi anni avete avviato diverse iniziative rivolte all’istruzione, per esempio avete avviato laboratori e programmi educativi per le studentesse delle scuole a Kabul e anche nel resto del paese. Crede che questo sarà ancora possibile sotto il regime dei talebani?

Non lo so, ma spero che i programmi educativi del Museo Nazionale dell’Afghanistan, che sono stati organizzati in tutto il paese, possano continuare, ma non solo: spero che, oltre che agli studenti delle scuole, possano essere estesi anche alle comunità locali nel loro complesso. La mia raccomandazione è proprio quella di far continuare questi programmi, perché è giusto che ognuna delle comunità locali del paese abbia accesso all’istruzione.

Per concludere, che cosa può fare la comunità internazionale per aiutare voi e in generale la cultura in Afghanistan in questa situazione?

Credo che la cosa più importante che possa fare la comunità internazionale in questo preciso momento sia di lavorare, attraverso canali diplomatici e altri tipi di strumenti o di connessioni, con i talebani affinché ci si assicuri che il patrimonio culturale dell’Afghanistan non venga distrutto e venga preservato, e che il personale che finora ha lavorato nei luoghi della cultura del paese possa continuare a farlo, con serenità e senza timori. Questo è il primo e più rilevante punto nella situazione presente. Successivamente, quello che tutto il settore della cultura dell’Afghanistan chiede alla comunità internazionale, è di continuare a supportare sia finanziariamente sia tecnicamente il patrimonio culturale del paese e tutto il comparto in generale, in modo da scongiurare qualsiasi rischio che possa derivare dalla guerra o più in generale da qualunque disastro possa abbattersi sul patrimonio stesso in questa situazione. È necessario che adesso e in futuro si lavori per tutelare il nostro patrimonio culturale.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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