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Un artista dell'arredo: intervista a Filippo Perego, decano degli interior decorator


Filippo Perego di Cremnago è uno dei primi interior decorator d’Italia, e ha da poco creato una fondazione che porta il suo nome per promuovere il lavoro dei giovani arredatori. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare il suo lavoro e la sua fondazione.

Una vita passata ad arredare con gusto e passione le case degli italiani: il conte Filippo Perego di Cremnago (Milano, 1930), uno dei primi e più importanti interior decorator del nostro paese, ha fatto nascere da poco una fondazione che porta il suo nome e che intende promuovere la formazione e il lavoro dei giovani che intendono seguire i suoi passi. A novembre è stata inoltre assegnata la prima edizione del “Premio Filippo Perego”, destinato ai progetti degli arredatori italiani under 40. Una carriera tra l’arte e il design, ad arredare molte tra le dimore più belle del paese, uno spirito da mecenate, idee chiare sulla professione. In questa intervista, Filippo Perego ci racconta il suo lavoro.

Filippo Perego di Cremnago
Filippo Perego di Cremnago

FG. Lei per presentarsi dice che “ha sempre vissuto in mezzo a opere di antiquariato”. Come preferisce definirsi? Un arredatore, un collezionista, un designer... ?

FPC. Direi “interior decorator”, che è esattamente quello che ho sempre fatto: ho avuto la fortuna di nascere in una casa progettata da Giuseppe Piermarini nel Settecento e ho vissuto tutta la vita lì, circondato da opere d’arte, in una casa bella, molto decorata, con pareti e soffitti affrescati e anche arredata dallo stesso Piermarini e poi dai successori degli antichi proprietari, che sono sempre stati la famiglia Perego. Sono stato dunque molto influenzato, inconsapevolmente, da quello che mi circondava, perché ho passato la vita in mezzo a mobili antichi ed affreschi antichi, quindi sono stato portato sempre verso questo gusto. Poi in seguito, anche quando poi finalmente ho intrapreso la mia carriera professionale, ho continuato a visitare gli antiquari, i musei, i palazzi, i castelli... tutte cose antiche perché sono sempre vissuto in mezzo alle cose antiche.

Che studi ha fatto e quale formazione Le ha permesso di cominciare la sua carriera di interior decorator arrivando ad arredare le case di tanti italiani anche famosi?

Ho fatto il liceo, e non ho voluto andare all’università: finita la scuola mi sono informato presso amici sulla possibilità di fare l’arredatore senza nessuna scuola alle spalle, e loro tutti mi hanno spinto verso questa professione perché ritenevano che avessi buon gusto, che sapessi muovere i mobili, i quadri, e peraltro già all’epoca davo qualche consiglio, così mi suggerirono di farlo diventare il mio mestiere. In Italia all’epoca non esistevano arredatori, in Italia esistevano gli architetti che facevano le case, e consegnavano le camere pronte, finite, ma vuote, e i proprietari, secondo il loro gusto, chiamavano gli artigiani, spiegavano agli artigiani cosa volessero e si arredavano le case da soli. Non esisteva la figura dell’arredatore. Allo stesso tempo però sono venuto a sapere che negli Stati Uniti l’arredatore era una figura professionale riconosciuta dallo Stato con tutte le regole del caso. Allora sono partito per New York, e arrivato lì, col tramite di alcuni amici, sono arrivato a conoscere, soprattutto grazie alla principessa Del Drago che era un po’ alla testa degli italiani di New York, un arredatore italiano che lavorava in America da tanti anni. Lei gli aveva parlato di me e lui ha finito per prendermi come suo assistente: sono rimasto alle sue dipendenze seguendolo personalmente per diverso tempo. All’epoca questo arredatore faceva dei lavori a New York, a Palm Beach e a Miami, e quindi andava e veniva da New York a Miami: io lo sostituivo per seguire i lavori che ordinava. Ho fatto tutto questo per qualche anno, poi in un certo momento ho deciso di tornare in Italia e ho cominciato a cercare lavoro. Una fortuna che ho avuto è che i miei genitori fossero molto amici dell’architetto Tomaso Buzzi che in quel momento era molto in auge. Peraltro Buzzi, oltre che costruire soprattutto ville, faceva molti restauri di palazzi e di case private: era molto noto, mi ha preso sotto le sue mani e mi ha veramente insegnato completamente tutto, cominciando dal disegno che io non facevo in America (mi dava degli schizzi fatti male da lui con le misure e io dovevo mettere giù i disegni, e da lì ho cominciato). Sono rimasto alle sue dipendenze quattro anni, lo seguivo ovunque e facevo i disegni: lui mi correggeva, mi insegnava, mi dava idee e devo tuttavia dire che molte cose che ho imparato da lui, le avevo acquisite da solo, senza saperlo, frequentando la casa dove abitavo io fatta da Piermarini. E quindi avevo acquisito le nozioni delle proporzioni, dei materiali e dei colori, senza accorgermene, semplicemente perché la mia casa era fatta così e le case dei miei amici in quell’epoca lì erano tutte fatte come la mia, quindi ho sempre vissuto acquisendo da solo tante conoscenze che Buzzi mi ha insegnato tecnicamente (per esempio come disegnarle).

Dimora Borgonuovo, Milano
Dimora Borgonuovo, Milano
Dimora Borgonuovo, Milano
Dimora Borgonuovo, Milano
Dimora Borgonuovo, Milano
Dimora Borgonuovo, Milano
Dimora Corso Matteotti, Milano
Dimora Corso Matteotti, Milano
Dimora Corso Matteotti, Milano
Dimora Corso Matteotti, Milano

Qual è secondo Lei oggi lo stato della professione?

Oggi tanti si rivolgono direttamente ai negozi organizzati che vendono i mobili, perché sono i negozi stessi che danno consigli su dove metterli, su come arredare la casa. Ci sono comunque ancora diversi arredatori che lavorano come lavoravo io, spesso senza nessun titolo di studio, però lavorano bene, vengono chiamati, sono impegnati. Tuttavia quella dell’arredatore è ancora una figura che lo Stato italiano non riconosce. Quindi tutti noi lavoravamo e lavoriamo secondo nostro gusto e senza tariffari prestabiliti (dovevamo sempre inventarci le cifre). E poi naturalmente il gusto di oggi non è più quello che avevo io, che m’ispiravo all’antico: adesso gli arredatori si appoggiano molto al moderno (e, devo dire, comincio a capirlo anch’io). Adesso io non lavoro più per limiti di età, però seguo lo stesso persone che mi chiedono consigli, per cui mi capita di mescolare molto l’antico con l’arte contemporanea (quadri e sculture ma anche mobili disegnati da designer). Inoltre, per promuovere la professione, ho da poco creato una fondazione, la Fondazione Filippo Perego per interior decorator, che ha anche avviato un premio destinato agli arredatori. Dunque, un premio né per gli architetti né per i designer, ma proprio per coloro che trovano una casa vuota e devono riempirla. È un percorso cominciato da pochi mesi e abbiamo già raccolto varie proposte di persone che fanno il mestiere di interior decorator. Il primo premio è stato assegnato a tre arredatori con una cerimonia che si è tenuta lo scorso novembre a Villa Necchi, bene del FAI, perché mi occupo da anni della manutenzione delle proprietà del FAI e lo faccio gratis, per amore, perché conoscevo molto bene la presidentessa e l’attuale presidente, e quindi lavoro per loro con molta gioia.

Perché secondo Lei oggi l’antiquariato fatica a entrare nelle case degli italiani? È un problema di cultura, di spazi, di prezzo... ?

Fa molta fatica perché è cambiato il gusto, perché la figura del designer ha preso grande piede e quindi i giovani sono più portati a comprare una sedia disegnata da un famoso designer di oggi piuttosto che un pezzo antico, perché a livello di materiali ci sono state molte novità, per esempio si usa molto il cemento (si fanno addirittura i pavimenti di cemento, cosa che per me era assurda). E poi bisogna anche pensare al cambiamento delle sostanze, che riguarda anche la gente ricca. Anche chi è benestante spesso non ha più personale domestico e vive in case piccole. Tendenzialmente quando una coppia si sposa va a vivere in un appartamento con due camere da letto, un bagno, una cucina e una sala. E basta. E questo vale anche per i ricchi. E una casa di queste dimensioni solitamente si arreda con oggetti moderni. C’è poi anche una grande disponibilità: chi vuole arredare la propria casa con arte contemporanea trova una quantità infinita di gallerie nuove che sono nate negli ultimi anni, che sono frequentate dai giovani e non dagli anziani, e dove i giovani possono trovare delle cose che sono più capibili, appunto, da una persona giovane che vive in mezzo a una civiltà che è molto diversa da quella di una volta.

Prima ha detto quando che Lei e i suoi colleghi lavoravate a vostro gusto: ci sono però delle modalità e dei criteri nel Suo lavoro che prescindono dal gusto? In altre parole, da dove partiva il Suo lavoro?

Si partiva dalla pianta dell’appartamento o della villa che uno comprava: me la davano in mano e io con i proprietari decidevo, come prima cosa, i cambiamenti che dovevo fare sugli ambienti, sulle pareti, e li facevo fare direttamente a un’impresa che seguivo. Si ragionava poi sui materiali. Poi quello che è molto importante sono le proporzioni, le prospettive, le simmetrie, l’altezza dei locali, le volte (se ci sono, e se invece non ci sono si creano con dei piccoli smussi negli angoli delle pareti, così i soffitti daranno l’impressione di avere il locale più alto di quello che è, perché lo smusso alza l’effetto dell’altezza del locale). Su queste basi poi si lavora secondo il proprio gusto.

Dimora Carimati di Carimate
Dimora Carimati di Carimate
Dimora Carimati di Carimate
Dimora Carimati di Carimate
Dimora Castagnola, Lugano
Dimora Castagnola, Lugano
Palazzo alla Giudecca, Venezia
Palazzo alla Giudecca, Venezia
Dimora Corso Garibaldi, Milano
Dimora Corso Garibaldi, Milano

Alcune delle case che Lei ha arredato si caratterizzavano per la ricerca degli arredi, e per la loro quantità, sembra di trovarsi dentro Wunderkammer, dentro delle capsule del tempo. Oggi continuerebbe ad arredare così?

No, assolutamente. Lavorerei sempre con le solite proporzioni, ma farei tutto molto più leggero. Noi riempivamo le case, tutti gli angoli, tutti i ripiani, tutti i tavoli erano pieni di oggetti, di cose, c’erano tante poltrone, tanti sedie, tanti letti. Quanti letti col baldacchino facevamo, che adesso non si fanno più! Ecco, tutte queste io oggi non le farei più. O meglio, manterrei le mie regole e il mio gusto ma arrederei stanze più spoglie, più fredde, meno cariche, meno piene, mentre prima erano ricche e pesanti. Però, ecco, andrei avanti a mescolare l’arte contemporanea con l’antico: a me piace molto mettere un comò antico con sopra il quadro di Fontana, per dire un nome a caso, oppure un divano classico con a fianco due sedie contemporanee, pochi tavoli e pochissimi oggetti di decorazione. Anche perché, come dicevo, anche le persone agiate che possono avere dei servizi non hanno personale che si metta a lucidare l’argenteria, argenteria che io potevo mettere sui tavoli, cosa che oggi non farei più. Di conseguenza oggi tutto diventa più semplice, più pratico, più contemporaneo.

Quali sono secondo lei degli oggetti, o dei complementi d’arredo che non dovrebbero mai mancare in nessuna casa?

Il salotto deve avere un divano, delle poltrone, un tavolo basso davanti per appoggiare le cose che uno usa, i letti devono essere spogli e senza baldacchini, devono avere un retroletto imbottito e dritto, non una cosa elaborata. Divani e poltrone devono essere comodi, e poi per i quadri bisogna seguire il proprio istinto, bisogna capire se piacciono o non piacciono... per quanto mi riguarda, per esempio, trovo che il quadro moderno appoggiato vicino a un mobile antico crei un contrasto gradevole. E poi una cosa molto importante, in qualunque stile sia la casa, sono le luci. Le luci sono molto importanti per dare calore alla casa alla sera quando uno accende le luci, e questo è uno studio molto difficile perché si va un po’ a istinto. Per esempio, l’istinto dice che in una stanza ci vogliono tre lampade. Uno le sistema e poi però si accorge che mettendo una lampada in un certo posto ha sbagliato e quindi deve spostarla da un’altra parte. Ma le luci per me sono importantissime: la luce può risolvere da sola gli ambienti, quindi occorrerà sceglierla in maniera corretta, si possono inserire dei faretti nelle architetture, si può illuminare con delle lampade da terra col fusto, magari di acciaio, di cristallo, oppure con lampade da tavolo, con lampade pieghevoli e lunghe che poi uno accorcia. La luce è per me la cosa più importante.

Un uomo come Lei, che viaggia ancora tantissimo sarà sempre alla ricerca di nuovi oggetti: cambia spesso arredamento della sua casa?

Sono partito con oggetti di famiglia, ovvero consolle del Settecento dorate, che oggi non metterei più... adesso ho un’età e non ho più voglia di mettere mano alla casa, ma se ne avessi voglia le consolle sarebbero le prime cose che toglierei, e poi rivedrei tutto il contesto delle stanze. In casa mia l’arredamento l’ho cambiato una decina di volte nei tempi. Adesso però rimarrà così com’è perché sono troppo anziano per mettermi a modificarlo: l’unica cosa che posso fare e che sto facendo è comprare dei quadri, o farne io stesso, dato che mi ritengo molto portato per la pittura. Quindi sto sostituendo tutti quanti antichi che ho, tranne uno o due che rappresentano dei personaggi della mia famiglia, mentre gli altri li sto sostituendo tutti. Lo stesso vale per gli oggetti sui tavoli: compro per esempio una bella scatola, un bel candeliere, i vetri di Venini che sono molto belli, sostituisco piccole cose che non comportano il cambiamento della casa e posso aggiungere e togliere a piacimento senza alterare l’aspetto della casa. Non devo per esempio togliere una biblioteca, la biblioteca rimane al suo posto. Poi ci posso attaccare sopra un quadro che so, di Magritte, che guardo con gioia più rispetto al ritratto di un vecchio col manto di velluto ricamato.

Le dimore che Lei ha realizzato sono talmente uniche che forse potrebbe non essere azzardato definirla un... artista dell’arredo. Lei si rispecchia in questa definizione?

Sì!


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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