Un avventuriero italiano nel Giappone di fine '800: la mostra su Adolfo Farsari a Roma


Il fotografo italiano che ha ritratto il Giappone: a Roma 64 immagini raccontano Adolfo Farsari, avventuriero e fotografo nel Giappone di fine Ottocento.

Le imprese di Adolfo Farsari (Vicenza, 1841 - 1898), avventuriero e fotografo nel Giappone di fine Ottocento, rivivono all’Istituto Giapponese di Cultura di Roma, nelle 64 immagini della mostra Il fotografo italiano che ha ritratto il Giappone di fine ’800, espressioni della fotografia in bianco e nero colorata a mano dopo la stampa, detta Yokohama Shashin. La rassegna è in programma dal 15 ottobre 2020 all’8 gennaio 2021.

In Giappone fu creduto a lungo che Adolfo Farsari fosse un americano per­ché aveva già ottenuto la cittadinanza degli Stati Uniti. Infatti, il fotografo vicentino approdò a Yokohama l’8 settembre 1876 con la nave Belgic, partita da San Francisco. Dopo aver lavorato presso la Yokoha­ma Cigar Company e poi alla Sargent, Farsari & Co., nel 1884 costituì la pro­pria ditta A. Farsari & Co., e nel 1885 acquisì da Franz Stillfried lo studio della Japan Photographic Association, con l’assortimento e i negativi. Così decise di cominciare la sua attività da fotogra­fo. Come scrisse il fotografo scozzese William K. Burton, che lo aveva incon­trato personalmente, in un articolo dai toni entusiastici sulla sua tecnica di colorazione delle fotografie, Farsari aveva riscosso un certo successo pro­fessionale.

La riscoperta del fotografo Adolfo Far­sari è dovuta soprattutto agli sforzi di Elena Dal Pra. L’abitazione della fa­miglia Farsari a Vicenza, una grande casa con giardino e orto, fu ereditata da Emma Garbinati Farsari, sorella mi­nore di Adolfo. Poi Emma, non avendo prole, lasciò la casa in eredità alla non­na paterna di Elena. Nella stessa casa fu scoperto un gran fascio di lettere di Adolfo indirizzate dagli Stati Uniti e dal Giappone ai suoi genitori e ad Emma. I due articoli di Elena negli anni Novan­ta del secolo scorso, derivati dalla sua tesi di laurea presentata all’Università degli Studi di Padova nell’anno acca­demico 1990-91, e altri due articoli di Lia Beretta gettarono una luce sul­la vita avventurosa di Adolfo e le sue attività in Yokohama. Ciononostante, è rimasto un vasto spazio per svolgere ulteriori ricerche farsariane.

La mostra presenta al pubblico una parte del risultato della ricerca sul fotografo, condotta con una équipe negli anni 2005-07 in Italia, in particolare a Vicenza, ed in Giappone. In effetti, si mettono a fuoco tre album di fotografie, tutti recentemente ritor­nati all’attenzione della ricerca e con verificate provenienze che possono essere riferite a documenti e materiali conservati in istituzioni italiane, oltre a particolari riferimenti ad articoli apparsi su giornali quali il Japan Mail e il Japan Weekly Mail, pubblicati in Giappone negli anni ottanta dell’Ottocento.

Il 17 gennaio del 1888, dopo un’inter­ruzione della corrispondenza lunga 21 anni, Adolfo riprese contatto con la sua famiglia in Vicenza, scrivendo una lettera ai genitori. Raccontò di essere fotografo e pittore, e promise di invia­re un album fotografico, scrivendo che “Quando riceverò il vostro indirizzo vi manderò un album come campione di quello ch’io sto facendo”. E poi nella missiva del settembre 1888, scriveva: “Finalmente vi mando l’album promes­so. Volevo fare qualcosa di straordi­nario ma dopo tutto vedo che non ho il tempo. L’album è simile a tutti quei ch’io faccio pel commercio. Il frontespi­zio è differente un poco, ecco tutto. E poi v’è la fotografia del mio ufficio”. Tale album, dal titolo Viste e Costumi Del Giappone si trova ora conservato alla Pinacoteca Civica di Palazzo Chierica­ti di Vicenza come lascito della sorella Emma Garbinati Farsari. Sul frontespi­zio (PL. I-00), infatti, non solo è vergato in oro il titolo Viste e Costumi del Giap­pone / manda alla sua famiglia / l’auto­re, ma sono dipinti anche il monte Fuji al centro, e vari bei fiori giapponesi sul margine. L’album è rilegato da coperti­ne lignee tanto di testa quanto di tergo, decorate con lacca nera incastonata di madreperla e pittura maki-e. Del resto, la prima fotografia con firma vergata in inchiostro rosso Adolfo Farsari, sul margine a destra verticalmente alla scritta giapponese (PL. I-01), dimostra trattarsi di Adolfo fotografato nel suo ufficio a Yokohama come espresso nel­la sua lettera sopra citata.

Le altre quarantacinque fotografie dell’album, eccetto quattro includenti il frontespizio e quella dell’ufficio del fotografo, sono tutte simili a quelle ri­legate in un album dal titolo VIEWS & COSTUME OF JAPAN, A. FARSARI & Co., YOKOHAMA (Inv. AC 1-144) conservato nel Yokohama Archives of History, ma rispetto a queste sono di gran lunga più belle e meglio conser­vate quelle in Italia. Molte fotografie del Yokohama Archives of History portano il loro numero e titolo all’angolo inferio­re a destra o sinistra del foglio, mentre il margine del foglio destinato a conte­nere il numero e il titolo venne tagliato da ogni fotografia della Pinacoteca vi­centina.

D’altra parte, l’album della Biblioteca Civica Bertoliana di Vicenza sembra essere stato rilegato in Italia prima di far parte della raccolta civica, probabil­mente dopo la morte del fotografo nel 1898. In esso compaiono alcune foto­grafie esclusivamente legate alle sce­ne personali del nostro fotografo, che sono infatti risultate d’altissimo valore documentario.

La lettera di Adolfo del febbraio 1889 indirizzata a sua sorella riporta: “Come vedi da una pagina del Direttorio del Giappone che racchiudo in questa let­tera, ho un numeroso stato maggiore. 31 tra artisti, stampatori, etc., etc., ed inoltre due cameriere ed un cuoco”. In aggiunta, Farsari impiegò il suo fidato “manager” giapponese che conosceva da circa 15 anni. La fotografia espo­sta come “E” mostra ventitré uomini, fra cui due in abbigliamento europeo, gli altri in kimono. Infatti, le parole della lettera sopra riportata vengono con­fermate dalla citata pagina del Japan Directory. Senz’alcun dubbio questa fotografia rappresenta la ditta del Far­sari a Yokohama e quel giapponese vestito all’europea potrebbe essere identificato con il manager Tsunetaro Tonokura. Altre foto mostrano rispetti­vamente il fotografo stesso circondato dalla padrona e dalle giovani prostitute nel giardino del bordello Jinpuro (“A”) e una ragazza sua favorita nella stessa casa (“B”, “C”). Le due seguenti, del tutto affascinanti, sono foto del gioco degli scacchi viventi (“F”, “G”). Molto probabilmente Adolfo giocava a scac­chi con pezzi viventi simili a quelli del gioco che ancora oggi si fa nella piazza di Marostica vicino a Vicenza.

L’ultima foto (“H”) mostra un gruppo di passeggeri a bordo della nave Congo su cui Adolfo salì per tornare in patria con la sua piccola figlia Kiku nel 1890. In essa sul lato sinistro possiamo rico­noscere il fotografo, e al centro della fotografia una bambina identificabile con Kiku. I suoi lineamenti assomiglia­no molto a quelli di Kiku in una foto scattata a Vicenza il 4 giugno 1890, tre giorni dopo che fu fatta entrare nel Col­legio Farina, ovvero nell’Istituto Suore Maestre di Santa Dorotea Figlie dei Sa­cri Cuori a Vicenza.

La mostra è aperta fino all’8 gennaio 2021

Per tutte le informazioni potete visitare il sito ufficiale dell’Istituto Giapponese di Cultura.

Nell’immagine: Adolfo Farsari, Pergola di Glicine

Un avventuriero italiano nel Giappone di fine '800: la mostra su Adolfo Farsari a Roma
Un avventuriero italiano nel Giappone di fine '800: la mostra su Adolfo Farsari a Roma


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