Terra Sacra. Ad Ancona la mostra che fa dialogare il contemporaneo e l'antico salvato dal terremoto


Dal 27 novembre 2021 all’8 maggio 2022 alla Mole Vanvitelliana di Ancona è in programma “Terra Sacra”, mostra che fa dialogare 35 artisti contemporanei, da Gina Pane a Zerocalcare, da Gino de Dominicis a Flavio Favelli, con le opere antiche salvate dal terremoto del 2016.

La Mole Vanvitelliana di Ancona si apre all’arte contemporanea con la mostra Terra Sacra: curata da Flavio Arensi, è in programma dal 27 novembre 2021 all’8 maggio 2022 e si pone l’obiettivo di far dialogare le opere antiche del territorio, restaurate dopo il sisma di cinque anni fa che ha colpito le Marche e il Centro Italia, con l’arte contemporanea, attraverso 120 opere, alcune delle quali site specific, di 35 autori, con anche alcuni grandi nomi dell’arte contemporanea. La storia di questa mostra inizia con il terremoto dell’Italia centrale 2016: le Marche furono una delle regioni più colpite e la città di Ancona fu tra le prime a interrogarsi sulle forme di aiuto da portare ai territori coinvolti. Gli interventi iniziali si concentrarono proprio sul recupero dei capolavori d’arte antica danneggiati, per i quali vennero immediatamente messi a disposizione gli spazi della Mole Vanvitelliana in cui furono da subito ospitati e custoditi per essere esaminati e restaurati: un’azione tempestiva che vide fianco a fianco il Comune di Ancona, il Ministero dei Beni Culturali, il Nucleo Tutela dei Carabinieri. Da questa azione, nacque l’idea di realizzare un progetto che facesse dialogare queste opere con quelle di alcuni dei protagonisti dell’arte contemporanea.

Così, la Mole Vanvitelliana, struttura sanitaria e difensiva, che sorge come una spettacolare isola artificiale pentagonale, progettata nel 1732 da Luigi Vanvitelli nel porto di Ancona, diventa il centro di questo progetto che si pone l’obiettivo di aiutare il pubblico anche a riflettere sul rapporto tra natura e uomo. La mostra, organizzata e prodotta dal Comune di Ancona e dal Museo Tattile Statale Omero, con il Fondo Mole Vanvitelliana, con la collaborazione della Soprintendenza delle Marche, il sostegno della Regione Marche e della Fondazione Cariverona attraverso il bando Valore Territori, con il patrocinio di ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani, è nata proprio nell’ottobre del 2016 quando, durante l’inaugurazione dell’esposizione Ecce Homo sulla condizione umana attraverso la scultura figurativa, si percepirono le maggiori scosse del terremoto che stava colpendo la regione.

Il percorso espositivo che occupar tutti i luoghi della Mole Vanvitelliana, dalle mura alla corte, dal Magazzino Tabacchi al deposito della Soprintendenza delle Marche, presenta le opere di artisti che si fanno portavoce di linguaggi espressivi, spesso molto diversi tra loro: Claudio Abate, Guido Airoldi, Giovanni Albanese, Peppe Avallone, Gianfranco Baruchello, Matteo Basilè, Mirella Bentivoglio, Renato Birolli, Gregorio Botta, Andrea Bruno, Silvia Camporesi, Maurizio Cannavacciuolo, Leonardo Cremonini, Gino de Dominicis, Franco Fanelli, Flavio Favelli, Piero Fogliati, Paolo Icaro, Titina Maselli, Pietro Masturzo, Marco Mazzoni, Zoran Music, Gina Pane, Luca Pancrazzi, Filippo Piantanida, Franco Piavoli, Franco Pinna, Pasquale Palmieri, Roberto Pugliese, Quayola, Salvo, Giorgio Santucci, Pierantonio Tanzola, Alessandro Tesei, Zerocalcare.

La mostra intende partire dal territorio di Ancona e in particolare dalla Mole, che ormai da anni si è confermata uno degli spazi culturali più importanti del centro-sud della Penisola, anche in virtù delle contaminazioni fra cultura (le mostre), psicoanalisi e scienze umane (Festival KUM!), musica (La mia generazione festival), e innovazione nell’ambito dell’accessibilità (Museo Omero). A tal proposito, il grande Cavallo rosso di Mimmo Paladino, installato sulle mura della Mole cinque anni fa come elemento di un progetto di arte urbana, segna il primo importante legame fra arte e città. Accompagna la rassegna un catalogo, edito da Skira, con testi di Flavio Arensi, dell’antropologa Piera Talin e dei documentaristi Alessandro Tesei e Danilo Garcia Di Meo.

Titina Maselli, Autostrada (1961; olio su tela, 123 x 100 cm; Galleria Massimo Minini)
Titina Maselli, Autostrada (1961; olio su tela, 123 x 100 cm; Galleria Massimo Minini)
Claudio Abate, Pino Pascali, Vedova blu (1965)
Claudio Abate, Pino Pascali, Vedova blu (1965)
Paolo Icaro, Soffio (2018M gesso, 30x32x2 cm). Foto C.Favero
Paolo Icaro, Soffio (2018M gesso, 30x32x2 cm). Foto C.Favero
Salvo, 45 Siciliani (1976; olio su tavola, 102 x 121 cm; Antonio Addamiano). Su concessione di Dep Art Gallery
Salvo, 45 Siciliani (1976; olio su tavola, 102 x 121 cm; Antonio Addamiano). Su concessione di Dep Art Gallery
Zoran Musič, Noi non siamo gli ultimi (1972; olio su tavola di legno, 40 x 29 cm)
Zoran Musič, Noi non siamo gli ultimi (1972; olio su tavola di legno, 40 x 29 cm)

Il percorso della mostra

La mostra si apre con una gigantografia del Mediterraneo del fotografo Filippo Piantanida, luogo di transito, scoperta, pellegrinaggio e speranza raccontato dalle saghe antiche e dalle cronache contemporanee. Entrando nello spazio del Magazzino Tabacchi il visitatore incontra il bosco digitale di Quayola: le immagini degli alberi saranno accostate a un lacerto di una scultura classica, rivisitata in chiave tecnologica, che richiama il Gruppo del Laocoonte, associando due degli elementi significativi dell’esposizione, la natura e l’uomo, a partire dalla riflessione che il grande paesaggista francese Gilles Clément fa a proposito del Terzo Paesaggio.

La prima sezione è dedicata alla pittura (opere di Baruchello, Birolli, Cannavacciuolo, Cremonini, de Dominicis, Maselli, Pancrazzi, Pane, Salvo) che analizza il tema del territorio come luogo di vita, in un percorso che dagli anni cinquanta del secolo scorso giunge fino ai nostri giorni; come per le altre sezioni il curatore ha mescolato periodi e linguaggi, andando a riscoprire autori talvolta dimenticati o poco conosciuti. Dalle Donne addormentate al sole di Leonardo Cremonini ad Anversa di Renato Birolli, fino a un inedito di Maurizio Cannavacciuolo, passando dall’Autostrada di Titina Maselli alla Sicilia di Salvo, ripresa da Luca Pancrazzi, ai luoghi minimi di Gianfranco Baruchello, fino a un raro e delicato ritratto di Gina Pane e un misterioso Gilgamesh di Gino de Dominicis. La seconda sezione, “Antropologia dello spazio” (opere di Abate, Fogliati, Icaro, Pinna) comincia con le immagini di Franco Pinna, che accompagnò l’antropologo Ernesto de Martino nel suo studio sui riti e la magia del Sud Italia, e affronta il tema dello spazio sacro o sacrale della Taranta, che si declina nel luogo dell’immaginazione artistica con la tarantola di Pino Pascali fotografata da Claudio Abate, in un gioco di specchi che prende la forma e la rende eterea nell’opera di Paolo Icaro, elemento di luce in Piero Fogliati. La terra sacra, è l’ultimo luogo in cui sopravviveva la tradizione orale/sperimentale del sapere, dell’atto magico: un mondo impossibile da replicare con la parola. Consapevoli del guadagno avuto dall’evoluzione storica, possiamo meditare onestamente su quanto abbiamo perso come società.

La terza sezione, “Luoghi degli altri” (opere di Avallone, Camporesi, Favelli, Masturzo, Palmieri, Tanzola, Tesei) parla dei luoghi e dei confini: dalla Persia di Flavio Favelli, all’Iran di Pietro Masturzo, qui con una selezione di immagini tratte da luoghi di conflitto. In particolare, la sua fotografia che mostra la protesta notturna delle donne di Teheran (vincitrice del World Press Photo 2010) che salgono sul tetto a cantare contro il regime, è un anelito di libertà. Atlas Italiae di Silvia Camporesi è un atlante della metafisica più geografico. Pasquale Palmieri racconta l’uomo nel suo territorio mentale e fisico, mentre Peppe Avallone è uno straordinario testimone del terremoto che colpì negli anni Ottanta il territorio di Napoli, con l’insorgenza artistica legata a Terraemotus (ideata da Lucio Amelio): la cultura che diventa megafono civile. Il video di Pierantonio Tanzola racconta invece i luoghi della stessa tragedia, ma nella loro spettrale caducità. Alessandro Tesei, regista e videomaker è presente con un montato su Fukushima e il disastro naturale che toccò il Giappone. In questa sezione spiccano anche le piccole opere di Mirella Bentivoglio con le sue lettere per destinatari sconosciuti.

Si passa poi alla quarta sezione, “La casa, i senzatetto” (opere di Airoldi, Albanese, Basilé, Botta, Bruno, Bentivoglio, Music, Santucci, Zerocalcare): ad accogliere chi entra c’è l’installazione Heimat di Guido Airoldi che pone il tema del luogo natio, e indica il territorio in cui ci si sente a casa propria perché vi si è nati, vi si è trascorsa l’infanzia o vi si parla la lingua degli affetti. A ricordare, tuttavia, il pericolo dei confini e delle piccole patrie, è posto uno dei “morti” di Zoran Musič per ricondurre la memoria alla follia dei campi di concentramento e alcune tavole di Andrea Bruno prese da Cinema Zenit, dove la protagonista si muove in una città fatta di macerie non solo fisiche. A ciò segue da un lato l’Armata dei Senzatetto di Giovanni Albanese che racconta di un popolo senza dimora, che però ha casa ovunque. Centrale la grande madre che spinge la carrozzina, simbolo di speranza. Dall’altro lato, Orbite di Gregorio Botta, un’installazione con alcune campane tibetane che riporta all’attenzione il dramma di un popolo che non può avere una identità. Sono le Macerie prime di Zerocalcare a chiudere questo percorso in cui si racconta la difficoltà di crescere, di scoprire il proprio ruolo nella società, di non perdere i legami che contano. Mentre Matteo Basilé apre lo sguardo a un territorio più misterioso, quello dello spazio, dove infine si trovano i protagonisti disegnati da Giorgio Santucci, i “grigi”, i più noti “extraterrestri”.

La quinta e ultima sezione, “Paesaggio interiore paesaggio esteriore” (opere di Fanelli, Mazzoni, Pane, Piavoli, Pugliese) accoglie le fotografie Pierres déplacées di Gina Pane in dialogo con i grandi tronchi sonori di Roberto Pugliese, l’Erbario di Franco Piavoli, il regista amato da Andrej Tarkovskij ed Ermanno Olmi, autore di Nostos (film su Ulisse) e Il Pianeta azzurro, cui si specchia il bestiario inedito di Marco Mazzoni, e un’opera grafica di Franco Fanelli, uno degli incisori più importanti del panorama artistico odierno. La mostra si chiude nella Corte della Mole, dove è allestita una selezione di ventotto fotografie firmate dai soci dell’Associazione Ascosi Lasciti (Jesi), a cura di Alessandro Tesei, che propone alcune suggestive immagini di luoghi abbandonati per una riflessione sul fenomeno della Urban exploration (Urbex), oltre a otto fotografie di Danilo Garcia di Meo estratte dal progetto Quatrani che si è interessato di indagare l’adolescenza dei ragazzi dopo il terremoto dell’Aquila del 2009. Per le persone con disabilità visiva è previsto un percorso ad hoc, appositamente studiato dal Museo Omero, con sei opere da toccare e innovative didascalie tattili a rilievo, ottenute da un processo di sintesi dell’immagine, che consentono a visitatori non vedenti o ipovedenti di scoprire alcune delle opere esposte. Fra queste il piccolo prezioso disegno di Gina Pane, Moment de l’action Little Journey (Garçon au poisson). Il disegno a rilievo è un processo di sintesi dell’immagine, durante il quale il disegno viene semplificato nelle linee e arricchito di texture per differenziare le aree, e viene quindi tracciato in nero su un particolare foglio dotato di innumerevoli microcapsule di materiale plastico. Quando il foglio viene esposto a una fonte di calore, le parti in nero del disegno si rigonfiano creando il rilievo.

Gregorio Botta, Orbite (2018-2021; ferro, vetro, bronzo, piombo)
Gregorio Botta, Orbite (2018-2021; ferro, vetro, bronzo, piombo)
Leonardo Cremonini, Donne addormentate al sole (1954-55; olio su tela, 96,5 x 129,5 cm; Collezione privata)
Leonardo Cremonini, Donne addormentate al sole (1954-55; olio su tela, 96,5 x 129,5 cm; Collezione privata)
(Z)Zerocalcare, tavola dalla serie Macerie prime (2017; inchiostro su carta, 42 x 29,7 cm)
(Z)Zerocalcare, tavola dalla serie Macerie prime (2017; inchiostro su carta, 42 x 29,7 cm)
Gina Pane, Pierres déplacées (1968; 8 fotografie a colori, 100 x 260 cm)
Gina Pane, Pierres déplacées (1968; 8 fotografie a colori, 100 x 260 cm)
Flavio Favelli, Fiori Afghani (2019; tappeti afghani cuciti, 160 x 160 cm). Su concessione dell’artista e Francesca Minini, Milano, foto Andrea Rossetti
Flavio Favelli, Fiori Afghani (2019; tappeti afghani cuciti, 160 x 160 cm). Su concessione dell’artista e Francesca Minini, Milano, foto Andrea Rossetti
Roberto Pugliese, Concerto per natura morta (2014; 12 tronchi cavi di castagno)
Roberto Pugliese, Concerto per natura morta (2014; 12 tronchi cavi di castagno)

Le dichiarazioni

“La genesi della mostra l’ha resa ancora più potente”, commenta Paolo Marasca, Assessore alla Cultura di Ancona, “e l’attesa ci ha spinto a gestire una riflessione che parte dal trauma del terremoto per includere l’intero rapporto tra l’umanità, le sue forme di relazione e il pianeta in cui vive. Un rapporto totalmente messo in discussione dal COVID. Si legano, così, le opere antiche e le comunità che le possiedono, che stiamo coinvolgendo tramite ANCI, e un presente che non ci saremmo mai aspettati. L’arte diventa una chiave di lettura indispensabile. Ancona accetta una grande sfida, che sarà utile a tutto il Paese”.

“Terra Sacra”, afferma Flavio Arensi, “non ha tuttavia alcuna intenzione di confrontarsi con i fatti materiali, con le perdite e i crolli del terremoto, con il lutto o la paura in senso stretto. Si tratta, invece, di un recupero e di una restituzione della vita”.

“Questa mostra”, commenta Giorgia Latini, Assessore regionale alla Cultura, “nata da una felice intuizione che, a partire dal terremoto e dalle opere ferite e ricoverate all’interno della Mole, ha immaginato un percorso che indaga il rapporto fra uomo e natura, è la testimonianza della forza di reazione che da sempre ha contraddistinto la nostra regione. Una forza che diventa, come in questo caso, anche uno stimolo alla riflessione: l’uomo ha sempre avuto come riferimento della sua opera la natura, l’arte ne è stata una delle forme espressive più alte. Nell’opera artistica ritroviamo le contraddizioni e le affinità con ciò che ci circonda. La pandemia ci ha introdotti in una nuova necessaria speculazione di questo rapporto. Ripartire dal concetto di Terra Sacra è il giusto modo per rientrare in una relazione che assuma uno sguardo profondo sulla natura, sul paesaggio, sull’uomo, lo sguardo dell’arte, contemplativo, anzitutto pieno di rispetto e di cura”.


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