Capolavori su carta. I corali quattrocenteschi dell'abbazia di Santa Giustina a Padova


La Biblioteca dell’abbazia di Santa Giustina a Padova, nonostante le dispersioni del suo patrimonio librario, conserva ancora alcuni preziosi corali quattrocenteschi che risentono dell’influenza di Andrea Mantegna e dimostrano la vitalità artistica di questo monastero nel XV secolo.

Per diverso tempo, l’abbazia di Santa Giustina a Padova fu un importante luogo di produzione artistica: basti pensare che, nel Quattrocento, l’abate Sigismondo de’ Folperti commissionò ad Andrea Mantegna il Polittico di san Luca oggi alla Pinacoteca di Brera di Milano, mentre un secolo più tardi arrivò uno dei capolavori del Veronese, il Martirio di santa Giustina del 1572. Il rapporto tra l’abbazia e l’arte non si esauriva tuttavia alla chiesa annessa al monastero: i monaci, infatti, erano soliti commissionare agli artisti anche le decorazioni miniate dei loro preziosi manoscritti liturgici. “Dalle opere superstiti fino a ora ritrovate e analizzate”, spiega la studiosa Federica Toniolo, “si evince come la committenza, specie nel Quattrocento e nel Cinquecento, secoli di maggiore importanza del cenobio padovano, abbia dedicato cura e attenzione affinché i libri per la Messa e l’Ufficio divino fossero abbelliti da immagini capaci di riflettere il sentire religioso e spirituale della comunità”. Di conseguenza, l’abbazia di Santa Giustina ebbe “un ruolo fondamentale nelle vicende della storia della miniatura della città di Padova”.

Questo soprattutto dopo la riforma monastica di Ludovico Barbo (Venezia, 1381/1382 - 1443), a seguito della quale l’abbazia diventò “modello e centro propulsivo per altri cenobi che aderirono al movimento spirituale sostanziato dal pensiero dall’abate veneziano, in termini di ricerca di una qualità stilistica e di un intenso rapporto tra le figurazioni e la parola divina”. Barbo, che diventò abate di Santa Giustina nel 1409, aveva fama di santità e riformò l’abbazia secondo lo spirito benedettino delle origini, attirando tanti giovani monaci che presto resero necessaria la fondazione di nuove comunità monastiche: si formò dunque un nucleo di monasteri che costituì la base della riforma benedettina, che portò alla formazione di una nuova congregazione (detta “Congregazione di Santa Giustina”), nella quale erano riunite diverse abbazie, tra cui quella di Santa Giustina.

Pagina del Corale 1 di Santa Giustina
Pagina del Corale 1 di Santa Giustina
Pagina del Corale 1 di Santa Giustina
Pagina del Corale 1 di Santa Giustina

L’occupazione napoleonica prima e le leggi che sancirono le soppressioni degli ordini conventuali poi provocarono la dispersione del patrimonio librario di Santa Giustina, cominciata comunque in parte già molto presto, dal momento che i monasteri della congregazione di Barbo erano ritenuti parte di un unico corpo giuridico, quindi era ammissibile che i frati che si trasferivano da un’abbazia all’altra portassero con loro i codici miniati. “Era l’occasione”, spiega Francesco Trolese, “perché insieme alle persone emigrassero dai monasteri anche i volumi che i monaci trasferiti conservavano nelle proprie celle, volumi che però rimanevano descritti nell’inventario abbaziale. Per questo motivo si ebbero nei monasteri riformati frequenti dispersioni di libri”. Dunque, per via di queste differenti vicende storiche, i preziosi manoscritti un tempo conservati nel monastero padovano oggi arricchiscono musei di tutto il mondo, per esempio il Victoria and Albert Museum di Londra o il Musée Marmottan Monet di Parigi, dove si trovano alcuni frammenti di codici miniati che furono decorati da uno dei massimi specialisti del XV secolo, Girolamo da Cremona (Cremona, prima metà XV secolo – dopo il 1483). Sono rimasti però a Santa Giustina alcuni codici, in particolare alcuni libri corali, codici liturgici di grande formato che contenevano i canti che dovevano essere intonati dai cantori del coro: i formati spesso enormi avevano proprio la funzione di rendere i testi ben leggibili a chi prendeva posto nel coro.

Si tratta di libri della prima metà del Quattrocento, che si ritiene siano stati realizzati all’epoca in cui abate di Santa Giustina era Mauro Folperti da Pavia, successore di Ludovico Barbo, che resse le sorti del convento dal 1437 al 1457, con brevi periodi di intermittenza. Il materiale più antico è contenuto nel Corale 1, dove si trovano iniziali incollate da antifonari e graduali andati perduti e che furono realizzati attorno al 1440 da Cristoforo Cortese (Venezia, 1399 circa - 1445), uno dei principali miniatori veneziani della prima metà del XV secolo. Le sue iniziali, ha sottolineato Toniolo in un suo studio dedicato alle miniature liturgiche dell’abbazia padovana, sono caratterizzate da ricchezza della pittura, morbidezza dell’ornato rilevato a biacca, intensa caratterizzazione fisionomica dei personaggi sacri, che “bene indicano come la committenza avesse scelto l’artista giusto”. Cortese, spiega la studiosa, “è capace di dare alle immagini intensa forza patetica congiunta a una grande fantasia, atta al coinvolgimento visivo, capace non solo di rendere più facile la memorizzazione del canto ma anche di aiutare la contemplazione della parola. La scelta del Folperti in favore di Cristoforo risulta significativamente in sintonia con quella dei monaci dell’abbazia di San Giorgio a Venezia, cofondatori della Congregazione de unitate, dove è ancora conservato un Salterio segnato N di mano del Cortese chiaramente coevo per lo stile alle prove padovane. È altresì evidente come la committenza non dovesse avere lesinato sulle spese per l’ampio uso delle lamine d’oro, peraltro sapientemente incise e lavorate, e dai colori variati e luminosi. Nei pochi fregi rimasti incollati sul Corale 1 appaiono brani di grande naturalismo con fiori e animali”.

Cristoforo Cortese, Particolare iniziale O istoriata con Madonna che allatta (Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 1, f. 46r)
Cristoforo Cortese, Particolare iniziale O istoriata con Madonna che allatta (Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 1, f. 46r)
Cristoforo Cortese, Particolare iniziale O istoriata con Natività (Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 1, f. 47r)
Cristoforo Cortese, Particolare iniziale O istoriata con Natività (Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 1, f. 47r)
Cristoforo Cortese, Particolare iniziale P figurata con monaco orante(Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 1, f. 58v)
Cristoforo Cortese, Particolare iniziale P figurata con monaco orante (Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 1, f. 58v)
Cristoforo Cortese, Particolare iniziale O figurata con santa Lucia (Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 1, f. 113r)
Cristoforo Cortese, Particolare iniziale O figurata con santa Lucia (Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 1, f. 113r)

Un saggio della raffinatezza dell’arte di Cortese, oltre che della sua originalità, si può avere ammirando una “O” istoriata con l’immagine di una Natività che fonde in realtà due tradizioni iconografiche, da un lato quella della Natività, e dall’altro quella della Madonna del latte, dal momento che si nota la Vergine colta mentre allatta il Bambino, con un altro curioso particolare, quello di san Giuseppe che accarezza e bacia i piedini del figlio. Nel ristretto spazio di una iniziale, Cortese riesce dunque a creare un’immagine vivace e che si contraddistingue per il suo spiccato gusto narrativo, ulteriormente sottolineato dal personaggio che sulla destra solleva le mani in segno di stupore dinnanzi alla scena sacra.

Si è inoltre conservata nell’abbazia padovana una preziosa testimonianza di Girolamo da Cremona per Santa Giustina: si tratta del Corale 2, che presenta capilettera con eleganti lettere architettoniche, ovvero lettere che imitano architetture, uno dei quali contenente anche un ritratto del profeta Giobbe, che trova spazio entro una “N” le cui gambe diventano due colonne (non sappiamo tuttavia se la figura del profeta sia opera di Girolamo o di un suo collaboratore). Secondo Toniolo, queste opere furono realizzate da Girolamo da Cremona dopo aver visto le opere di Mantegna a Padova: si percepisce un debito nei confronti delle architetture rinascimentali che caratterizzavano soprattutto le scene della Cappella Ovetari, e in più anche la veste di Giacobbe, caratterizzata dallo stesso segno aspro e scultoreo tipico dei panneggi di Mantegna, richiama precisi precedenti mantegneschi (come il san Giuliano del Polittico di san Luca). Girolamo da Cremona fu tra i collaboratori di Mantegna e fu il responsabile del rinnovamento dell’arte della miniatura a Padova: il suo stile, secondo Federica Toniolo, è debitore anche dell’impresa della Bibbia di Borso d’Este, oltre che del Mantegna, da cui ricava la "capacità di inserire prospetticamente le scene all’interno di iniziali architettoniche, vere e proprie sculture dipinte, creando, rispetto alle prove tardogotiche e in piena sintonia con i dettami della devotio moderna, un nuovo coinvolgimento dello spettatore". Un coinvolgimento dello spettatore possibile grazie agli effetti di illusionismo che Girolamo aveva appreso dallo stesso Mantegna.

Il rinnovamento della miniatura partito dall’abbazia di Santa Giustina portò a risultati destinati a durare nel tempo: presto le innovazioni elaborate a Padova si diffusero negli altri centri della Congregazione, che guardavano a Santa Giustina nella scelta dei soggetti e dei motivi decorativi. E ovviamente non c’erano soltanto corali: lo scriptorium di Santa Giustina, nel Quattrocento, era particolarmente attivo nella realizzazione di libri che servivano per la celebrazione delle liturgie, dagli antifonari ai messali, dai breviari ai lezionari e agli innari. Nella biblioteca monastica si potevano però trovare non soltanto opere di carattere sacro, ma lavori della classicità greca e latina, seppure in misura minore. E la tradizione della miniatura padovana non cessò nel Quattrocento: nel secolo successivo, si alternarono miniatori importanti come Antonio Maria da Villafora (le cui miniature si possono trovare nel Corale 1, a seguito della parte quattrocentesca), Benedetto Bordon, Girolamo dai Libri. Segno che l’arte continuò a essere per molto tempo un elemento fondamentale anche per le attività quotidiane dei monaci di Santa Giustina.

Girolamo da Cremona e collaboratore, Particolare iniziale F figurata con Giobbe (Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 2, f. 37r)
Girolamo da Cremona e collaboratore, Particolare iniziale F figurata con Giobbe (Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 2, f. 37r)
Girolamo da Cremona e collaboratore, Particolare iniziale I (Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 2, f. 50r)
Girolamo da Cremona e collaboratore, Particolare iniziale I (Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 2, f. 50r)
Girolamo da Cremona e collaboratore, Particolare iniziale O (Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 2, f. 63r)
Girolamo da Cremona e collaboratore, Particolare iniziale O (Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 2, f. 63r)
Girolamo da Cremona e collaboratore, Particolare iniziale P (Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 2, f. 116r)
Girolamo da Cremona e collaboratore, Particolare iniziale P (Padova, Biblioteca Statale S. Giustina, ms 2, f. 116r)

La Biblioteca Statale del Monumento Nazionale dell’Abbazia Benedettina di Santa Giustina

L’abbazia benedettina di Santa Giustina si trova a lato del Prato della Valle, nel centro di Padova, e sorse a fianco della basilica fondata nel V secolo sulla tomba di santa Giustina, vergine e martire padovana. Dall’abbazia di Santa Giustina, nel XV secolo, quando abate era Ludovico Barbo, partì la riforma che diede origine alla Congregazione di Santa Giustina, dal 1505 chiamata “Congregazione Cassinese”. Il Monastero, dotato di ben cinque chiostri, fu soppresso da Napoleone nel 1810 e trasformato in una caserma. Riaperto nel 1919, dalla fine della seconda Guerra Mondiale è divenuto sede di istituti culturali, tra cui l’Istituto di Liturgia Pastorale annesso al Pontificio Ateneo di Sant’Anselmo di Roma, il laboratorio di restauro del Libro Antico e la Biblioteca. Quest’ultima esisteva fin dal primo insediamento dei monaci nel X secolo, secondo il tradizionale amore per la cultura ispirato da san Benedetto.

Nel XV secolo, la Biblioteca si arricchì di numerosi libri corali preziosamente miniati: nel 1493 se ne contavano ben 1.337, custoditi nella Biblioteca antica, l’attuale “Sala San Luca”. Il patrimonio aumentò notevolmente dopo che si strinsero i rapporti tra biblioteca e Università di Padova, al punto da rendersi necessaria una nuova sede; fu costruita così una grande sala, di trenta metri per dieci, arredata con scaffalature dell’architetto fiammingo Michele Bartems. All’epoca della soppressione napoleonica (1810) il patrimonio era ricco di 80.000 volumi, che venne disperso in diverse sedi. I libri di Santa Giustina arricchirono la Biblioteca Braidense di Milano, la Marciana di Venezia, il Museo Civico e la Biblioteca Universitaria di Padova, e altri volumi confluirono sul mercato delle antichità e si trovano disseminati in tutto il mondo: da Parigi a Londra, da New York a Los Angeles, da Città del Capo a Berlino e Budapest. Con la riapertura dell’abbazia del 1919, i nuovi monaci tornarono a incrementare il patrimonio librario, che oggi conta 140.000 volumi: la Biblioteca è specializzata in scienze religiose (Bibbia, patristica, teologia, liturgia) e in storia (monastica, ecclesiastica e locale), ma sono presenti nei suoi fondi anche altre discipline, come la filosofia e la letteratura italiana e classica e la storia dell’arte. Dispone anche di 1300 periodici, di cui 500 correnti. Rinata nel 1943 come biblioteca esclusivamente a servizio della comunità monastica benedettina di Santa Giustina, dal 1972 è una biblioteca pubblica statale, aperta per la consultazione ad ogni cittadino italiano (e per estensione ad ogni cittadino dell’Unione Europea), e istituto periferico del Ministero della Cultura.

La Biblioteca Statale del Monumento Nazionale dell'Abbazia Benedettina di Santa Giustina
La Biblioteca Statale del Monumento Nazionale dell’Abbazia Benedettina di Santa Giustina

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