I conquistatori del sole di Giuseppe Cominetti, un inno al lavoro e alla speranza


Si intitola “I conquistatori del sole” l'opera più famosa di Giuseppe Cominetti, originale divisionista vercellese. Un inno al lavoro, al primo maggio, alla speranza nel futuro.

“Quel matto d’un Cominetti che in giovinezza nessun savio avrebbe voluto per amico” Quell’artista “che si è disperso nelle pagine oscure di giornaletti del tempo, che nessuna rivista d’arte ha tramandato”. Così Giovanni Carandente, compilando la voce su Giuseppe Cominetti nel catalogo della Quadriennale di Roma del 1959, rievocava la scarsa fortuna che l’artista vercellese avrebbe conosciuto soprattutto dopo la sua prematura scomparsa. Artista ancor oggi poco noto, Cominetti: non gli hanno giovato la vita breve (scomparve a quarantotto anni) e l’aver trascorso gran parte della sua esistenza fuori dall’Italia, a Parigi, dov’ebbe modo di riscuotere i maggiori successi. Eppure non si può prescindere dall’attribuirgli, come ricordava lo stesso Carandente, il ruolo di “propugnatore d’avanguardia nell’ambiente di Genova dei primi anni del Novecento”, che ricoprì assieme a un altro grande dimenticato, quel più anziano Rubaldo Merello che al pari di Cominetti è stato riscoperto di recente, e ha avuto l’onore d’una monografica a lui dedicata, che s’è tenuta al Palazzo Ducale di Genova tra il 2017 e il 2018. Cominetti ha avuto nel 2010 la sua mostra: una piccola rassegna al Museo Borgogna di Vercelli che s’era posta l’obiettivo di ricollocare la sua figura tra quelle preminenti che caratterizzarono il periodo a cavallo tra divisionismo e futurismo.

In quell’occasione, il Borgogna ebbe modo d’acquisire una delle opere fondamentali dell’artista, Le Forgeron, che assieme a tre pendant, ovvero L’Electricité conservata presso lo stesso museo, L’Edilité del Museo dell’Accademia Ligustica di Genova e una quarta tavola sul lavoro della terra, della quale oggi non è nota l’ubicazione, andava a comporre una specie di polittico sul lavoro, tema che fu sempre caro al grande artista piemontese. Parla di lavoro anche il suo dipinto più noto, I conquistatori del sole, opera del 1907 anch’essa conservata al Museo Borgogna, dov’è arrivata direttamente dagli eredi del pittore. È un capolavoro che porta agli estremi gli esiti della pittura divisionista: sopra una terra arsa da un sole che brucia il cielo e lo investe con la sua luce d’un rosso innaturale, tre lavoratori, solitari e titanici, quasi eroici nel loro sforzo immane, si piegano per graffiare il terreno con gli artigli delle loro zappe bidenti. A guardar bene, il contadino è però uno soltanto: è colto da Cominetti in tre diversi momenti della sua azione, in una sorta d’anticipo del dinamismo futurista.

Giuseppe Cominetti, I conquistatori del sole (1907; olio su tela, 291 x 290 cm; Vercelli, Museo Francesco Borgogna)
Giuseppe Cominetti, I conquistatori del sole (1907; olio su tela, 291 x 290 cm; Vercelli, Museo Francesco Borgogna)

Era, in sostanza, un’immagine nuova, sia perché una pittura divisionista così forte, capace di spingere ai limiti le ricerche d’un Nomellini, al quale Cominetti avrebbe guardato per buona parte della sua carriera (il vercellese, più giovane di sedici anni del toscano, gli s’era avvicinato poco dopo essersi trasferito a Genova nel 1902), non s’era mai vista, sia perché innovativa era anche l’idea di voler dipingere il contadino in una sequenza quasi cinematografica. Naturale, dunque, che nel 1909 arrivasse l’invito a esporre l’opera, realizzata proprio a Genova, al Salon d’Automne di Parigi, dove fu apprezzata. E Cominetti stesso s’innamorò di Parigi, al punto di decidere di fissare lì la sua residenza. Nei suoi Conquistatori del sole convivono l’innovativa modernità dell’immagine, che si nutre anche delle sperimentazioni luministiche di Previati (dal 1901 il ferrarese soggiornò a più riprese in Liguria e Cominetti ebbe modo di conoscere bene e da vicino le sue opere) e l’ispirazione sociale, nella quale è parimenti possibile vedere in controluce un ulteriore segno della vicinanza a Nomellini, che sul finire dell’Ottocento s’era impegnato in dipinti di forte denuncia sociale ed era anche politicamente attivo (fu persino arrestato, nel 1894, per aver partecipato a riunioni del movimento anarchico genovese). Nomellini avrebbe poi abbandonato la sua pittura d’ispirazione sociale. Cominetti avrebbe invece insistito, sfondando “sul dramma della fatica immanente dell’uomo moderno”, com’ebbe a scrivere il pittore Gianfranco Bruno, “nella vitalità del tempo nuovo, nel corrusco flettersi dell’immagine umana sulle tensioni della vita”. Sono queste le istanze di cui si fanno portatori i suoi Conquistatori del sole.

Nella sua Storia dell’arte italiana, Giorgio Di Genova evidenziava come l’opera debba il suo titolo “alla luce vespertina che l’accende”, anche in quanto “omaggio al divisionismo puntinista”. Ridurre il titolo e la portata di quest’opera a una pura questione tecnica significa tuttavia perdere una parte tutt’altro che secondaria del suo contenuto. All’epoca in cui Cominetti dipingeva la sua opera, tra Torino e Genova si diffondevano le opere di Giovanni Cena, che aveva già dato alle stampe tre raccolte di poesie dove il tema del lavoro veniva affrontato a più riprese, talora con una visione cupa (“perennemente schiavi e ciechi andare / per una landa ignota ed infinita”), talaltra con uno sguardo meno disilluso, specie nelle poesie in cui entra il tema del lavoro della terra (“le mondaiole vanno e di sanguigni / papaveri s’infiorano la treccia: / cantando la canzone villereccia / svelgon dal grano i cespiti maligni”). Quella terra ch’è vista da Cena come una madre che offre all’uomo “il pan quotidiano”, quella stessa terra su cui splende il sole crepuscolare sotto il quale lavorano i contadini di Cominetti. Sarà interessante ricordare anche che poco prima che Cominetti dipingesse I conquistatori del sole, Cena, nel 1903, aveva pubblicato il suo primo e unico romanzo, Gli ammonitori. È la storia di un tipografo che, licenziato dopo uno sciopero, s’avvicina a un’umanità varia e derelitta che si muove nelle case popolari di Torino, e decide di cercare di riscattare la propria condizione scrivendo la propria autobiografia per arrivare poi a progettare di suicidarsi gettandosi sotto l’automobile del re, in un gesto che vuol essere l’inizio d’una nuova vita per molti, il compimento del desiderio di “vivere dentro gli altri, dentro l’umanità, dentro l’essere universale”, la volontà di offrire con la propria morte “una testimonianza in favore della vita”. Nel romanzo ricorre spesso l’immagine del sole. Il sole che illumina una domenica di riposo dopo una settimana di lavoro, e che viene dunque salutato con gioia. Il sole ch’entra dalla finestra in una giornata d’inverno e scalda l’animo del protagonista. Il sole che accende l’aria col suo tepore, dà vita alle correnti del mare e lo solleva, il sole che feconda la terra. “Il sole è il nostro vero bene, per ora non ce n’è uno maggiore”, dice nel romanzo Crastino, il poeta amico di Martino Stanga, ovvero il tipografo che racconta la sua storia fino alla decisione ultima di togliersi la vita.

Il sole è ben più di un pretesto per tentare esperimenti sulla luce divisionista. Il sole è una presenza salvifica. È il simbolo più puro e luminoso della speranza. I contadini di Cominetti lo sanno bene. E per questo partono per la difficile conquista: dai campi chiederanno una tregua al sudore, ricordando l’inno di Pietro Gori, nell’attesa che maggio arrivi e splenda per loro alla gloria del sole.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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