La Collezione Carlo Pepi: macchiaioli, Modigliani e Picasso sulle colline pisane


Divisa in due splendide ville, la visita alla Collezione Pepi (a Crespina, nella provincia pisana) è un’esperienza imperdibile e rivoluzionaria. Ecco perché.

La collezione appartenente a Carlo Pepi è un’immensa raccolta di opere, formata per la gran parte da dipinti e disegni, di cui certamente non è facile o quantomeno immediato tracciarne i contorni. È disposta in due ville nella provincia pisana, a Crespina, tra campagne e colline, lì dove non ti aspetteresti di trovare tanta arte, ma che in realtà è stata da sempre meta di villeggiatura e ritiro e il suo paesaggio arcadico attirò anche innumerevoli artisti, in particolare i macchiaioli e i loro eredi, tra cui Silvestro Lega, i Tommasi, Adolfo e i fratelli Angiolo e Ludovico, Francesco e Luigi Gioli (nati nei dintorni, Giorgio Kienerk, ma anche Anchise Picchi, e chissà chi altro). La collezione si visita nei frequenti appuntamenti che il proprietario, Pepi, anima portando i visitatori alla scoperta della sua casa e delle storie che porta con sé.

Esperienza unica, straniante, disorientante e anticonvenzionale, aggettivi che del resto si sposano anche all’artefice di questo immenso sforzo collezionistico, quello straordinario e pittoresco personaggio che è Carlo Pepi, e non si voglia per malizia leggere l’attributo “pittoresco” come qualcosa di spregiativo, ma tutt’altro e lo si capirà in seguito.

Ormai il nome di Pepi è familiare a molti: il collezionista si è infatti fatto una nomea come cacciatore di falsi, con una formazione da autodidatta e a quanto pare un talento innato, un occhio da attribuzionista che Pepi non ha prestato alla connoisseurship, ma impiegato per scovare le opere che truffaldinamente venivano inserite nei circuiti dell’arte con nomi altisonanti. Lunga la lista di spettacolari intuizioni che ha accumulato, sbugiardando e rovinando la festa a falsari, avidi mercanti e spregiudicati collezionisti, che gli sono valse più di un riconoscimento e tanto amaro, poiché non di rado è stata messa in dubbio la sua competenza, nonché taciuti o negati i meriti. Ma a memoria, Pepi ha sempre avuto ragione, anche quando si scagliava contro importanti esperti, stimati curatori, e imponenti realtà operanti nel settore delle mostre d’arte, come accaduto spesso per difendere uno dei suoi artisti prediletti, Amedeo Modigliani, della cui Casa natale a Livorno è stato anche presidente.

Il personaggio di Pepi si ama o si odia, osannato da molti come voce del popolo che si lancia contro colossi ed esperti, odiato e avversato da altri, che non amano le incursioni nel campo dell’arte e la sicurezza ostentata di uno che non ha titoli accademici. Una personalità sfaccettata e complessa che finisce sempre per polarizzare i giudizi, e che altrettanto spesso catalizza l’interesse finendo però per distoglierlo dalla sua collezione, che invece è altrettanto affascinante, e che dimostra, se ancora ce ne fosse bisogno, che Pepi non è certo un improvvisato nel mondo dell’arte.

Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi

Probabilmente è la collezione d’arte più voluminosa della Toscana e non solo. Ma i numeri sembrano non piacere troppo a Pepi, il che è doppiamente assurdo, in primis poiché solitamente si è tristemente usi interfacciarsi all’arte, come del resto a praticamente tutti gli aspetti della vita, con interessi squisitamente quantitativi: quante opere ci sono? Quanto valgono? Quale vale di più? Sono solo alcune delle domande più gettonate in ambito museale. Inoltre, Carlo Pepi è un commercialista e con i numeri si suppone abbia molta dimestichezza. Ma Pepi non parla volentieri di valori e prezzi, la sua collezione è sicuramente preziosa ma è stata messa insieme per scrupolo documentario e per puro diletto, e i capitali non certo infiniti del collezionista, più volte inguaiatosi finanziariamente per la sua passione, hanno orientato le sue scelte su opere economicamente più accessibili. Questo non gli ha impedito di mettere insieme alcuni capolavori, tantissime preziose testimonianze storiche, interessanti brani di pittura poco conosciuta, che con estrema naturalezza sono disposti accanto anche a opere di qualità decisamente inferiore di artisti che Pepi talvolta definisce “imbrattatele”.

Questa sterminata collezione è stata messa insieme da Pepi in tutta la sua vita. “Il mio motto di vita? Comprare un’opera d’arte al giorno”, affermava Peggy Guggenheim, ma Carlo deve aver alzato quel numero giornaliero in maniera significativa.

La visita alla Collezione Pepi inizia in un’antica e monumentale fattoria nel centro di Crespina, Villa Montelisi. Qui è ospitato il nucleo novecentesco di opere, tutte le stanze sono completamente occupate di dipinti, in parte attaccati alle pareti e in parte accatastati in ogni mobilio e anfratto. Pepi ha acquistato gran parte di queste opere direttamente dagli artisti, che ha frequentato, diventandone amico, sostenendoli anche se ignorati dal mercato e dalla critica. Pepi è stato sempre attento ai movimenti artistici e ai loro protagonisti della scena toscana, ma in particolare livornese, città che a suo dire ha dato alla luce grandissimi artisti, anche se la gran parte di essi è ancora oggi poco conosciuta se non dimenticata.

Di Mario Nigro, Pepi ricorda di essere stato presente al suo capezzale: era l’artista con un passato da chimico e farmacista, che nelle sue ultime ore si consolò di essere stato incluso in un catalogo d’arte insieme ai più importanti artisti del XX secolo. Con commozione invece Pepi parla di Renato Lacquaniti, artista impegnato politicamente, affiliato alla Federazione anarchica, di cui il collezionista possiede saggi di praticamente tutta la sua produzione, incredibilmente eclettica e spesso precorritrice dei tempi. Della stessa intonazione politica anche Renato Spagnoli, anch’egli abbondantemente presente in collezione, come del resto gli altri protagonisti del gruppo Atoma: nelle stanze dell’edificio spuntano continuamente le opere di Voltolino Fontani e degli artisti del movimento Eaista, che si fecero portatori di una poetica fortemente impressionata dalla tecnologia e dalla minaccia nucleare. E ancora, alcune opere di Zeb, lo street artist livornese misteriosamente scomparso, Giovanni March, erede della tradizione labronica, Bruno Secchi, Antonio Vinciguerra, Jean Mario Berti, Chevrier, Alvaro Danti, Osvaldo Peruzzi. I labronici sono numerosissimi, ma non gli unici: cospicue sono le grafiche di Giuseppe Viviani, le opere di Vinicio Berti, Paolo Scheggi, Mino Trafeli, ma anche Keith Haring, che Pepi conobbe nel 1989 quando realizzò l’opera Tuttomondo a Pisa. Un’intera camera da letto, compreso il giaciglio, è completamente ammantata delle scioccanti xilografie di Lorenzo Viani, artista di Viareggio, fra i più grandi protagonisti della prima metà del XX secolo, fautore di un’arte di taglio di denuncia sociale ed espressionista.

Ma alcuni dei pezzi più pregiati sono nell’altro edificio, la villa di famiglia, più appartata rispetto al centro. Qui si conserva soprattutto il nucleo ottocentesco, che Pepi ha messo insieme con grandissima lungimiranza, orientandosi verso gli artefici del movimento macchiaiolo e i suoi eredi, che il mercato rendeva accessibili e in particolare a disegni e opere grafiche, il cui prezzo era ancor più esiguo. Di queste, Pepi apprezza la peculiarità di permettere di vedere un’opera in fieri, nella sua ideazione o nel suo studio, lontano da certi facili effetti che connotano altre produzioni più finite e commerciali. Innumerevoli i disegni, incisioni, schizzi e ogni altro genere di appunto, disposti ovunque o nascosti in cassetti. Pepi possiede gran parte dell’opera incisoria di Giovanni Fattori (anche se anni fa subì un grosso furto) ma anche grafiche di tutti gli altri protagonisti: splendide quelle di Abbati, Zandomeneghi e Signorini, perfino due disegni di Modigliani, di cui uno è il magistrale lapis di Donna Seduta.

Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi
Collezione Carlo Pepi

E poi ancora documenti e taccuini appartenuti agli artisti, un’intera valigia con testimonianze di ogni genere di Lorenzo Viani. In questa casa dove Pepi ha vissuto a lungo, queste opere sono mescolate con ancor più disordine rispetto all’abitazione precedente, in un caos che è completato da innumerevoli cataloghi e libri d’arte, che dimostrano quando deve essere comunque solida la formazione da autodidatta di Pepi. A queste ovviamente si aggiungono anche importanti oli, quelli di Fattori, di Cabianca e Borrani, Lega, di cui uno splendido pastello con una donna colta in lettura, e ancor più numerose le opere di quella moltitudine di artisti troppo frettolosamente accomunati sotto la denominazione di post macchiaioli. Fra queste, emergono opere di Augusto Rey, due squisite operette uscite dalla mano di Eugenio Cecconi, i fratelli Gioli, i Tommasi, un limpidissimo quadro di Manaresi con delle Bagnanti a Quercianella, Ulvi Liegi, Renato Natali, Ruggero Panerai, Leonetto Cappiello, Mario Puccini. Nell’osservare le opere si deve star attenti a non inciampare in una donna dipinta da Vittorio Corcos, non mancare di vedere quella splendida natura morta di Bartolena poggiata per terra e farsi indicare dove si trova il potentissimo autoritratto di Oscar Ghiglia. Salendo al piano di sopra trai i bagni e le camere si scorge qualche altro gioiello: un Daniel Spoerri, Burri e alcune litografie e disegni con firme altisonanti, Warhol, Picasso, Miró e altri.

In questo magma di colori, forme e figure il visitatore è disorientato ma Pepi come un novello Virgilio sembra ricordare ogni collocazione, anche se non si può avvalere di alcun catalogo completo.

“Un approvvigionamento del tutto occasionale e, a nostro avviso, fatto con caotica conduzione, tale che non si riesce a definire un profilo culturalmente plausibile e di valore estetico-storico”: così viene definita la collezione Pepi in un’expertise firmata da grandi esperti in merito a una controversia giudiziaria sulla veridicità di alcune opere.

Un giudizio comprensibile, ma sommario e parziale, fatto a seguito di disamina ma senza anima. Un gioco di parole, per dire che affrontare la collezione di Pepi, coglierne il senso, le scelte e i moventi che l’hanno animata e formata, condividerne la disposizione e l’organizzazione non è immediato, né plausibile se ci affidiamo ai canoni che ci hanno insegnato.

Ciò che Pepi ha realizzato non è un museo perché ci pare vivo: sarà forse quel calcolato caos ad allontanarlo dalle asettiche norme tassonomiche che sezionano il fatto artistico, come un fenomeno scientifico, o perché non si impone come un tempio con l’opera da adorare su un piedistallo, ma come una casa, dove l’opera diventa familiare, qualcosa di cui è possibile attorniarsi, riempirsi la vita senza reverenze o devozione. Lontano da aure mistiche e valori di mercato, le opere divengono testimonianze, brani che si impongono al visitatore con serendipità, che strutturerà la propria visita, ignorando forse qualcosa di importante, ma scorgerà o meglio scoprirà qualcosa di nuovo, senza l’imposizione di doversi soffermare o emozionare davanti a qualche opera, la cui firma celebre ci è stato insegnato che funziona da marchio di qualità.

Pepi, lontano da ambienti patinati, a dispetto di canoni e cliché consolidati, rifuggendo giochi di potere, ha cercato sempre di rendere l’arte una cosa accessibile, a disposizione dei tanti e non solo a vantaggio di pochi. Non si è mai rifiutato di collaborare o rendere disponibile parte della sua collezione (controllate pure la sterminata lista di esposizioni e cataloghi) anche per mostre non di grande eco ma di sicuro valore, volte a valorizzare i tanti artisti presenti in collezione anche nei comuni di provincia dove erano nati o avevano operato. Aveva perfino proposto al Comune di Livorno di esporre una buona parte della sua collezione a lungo termine nel Museo Civico Giovanni Fattori, progetto poi congelatosi.

Ma con tanta tenacia sono stati spesso messi in dubbio il suo operato e le sue competenze, che perfino lui qualche volta con un po’ di amarezza si domanda se sia davvero così, se non abbia sbagliato qualcosa. Eppure a dispetto dei titoli accademici, i successi conseguiti nelle sue battaglie contro i falsari, la realizzazione di una collezione composta da opere e testimonianze di artisti che solo in tempi recenti se non recentissimi stanno acquisendo la giusta considerazione, e che son state salvate dalla dispersione, il sostegno agli stessi artisti, la volontà di rendere quanto più accessibile la sua collezione senza alcun fine economico (non si paga per visitare la collezione Pepi), potrebbero anche parer sufficienti per meglio definire e considerare la figura di Pepi.


Finestre sull'arte
Se questo articolo ti è piaciuto o lo hai ritenuto interessante,
iscriviti alla nostra newsletter gratuita!
Niente spam, una sola uscita la domenica, più eventuali extra, per aggiornarti su tutte le nostre novità!

La tua lettura settimanale su tutto il mondo dell'arte

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

Jacopo Suggi

L'autore di questo articolo: Jacopo Suggi

Nato a Livorno nel 1989, dopo gli studi in storia dell'arte prima a Pisa e poi a Bologna ho avuto svariate esperienze in musei e mostre, dall'arte contemporanea, alle grandi tele di Fattori, passando per le stampe giapponesi e toccando fossili e minerali, cercando sempre la maniera migliore di comunicare il nostro straordinario patrimonio.


A casa di Fabio e Virginia Gori, dove tutti gli elementi sono opere d'arte
A casa di Fabio e Virginia Gori, dove tutti gli elementi sono opere d'arte
Giuseppe Ricci Oddi, il collezionista che donò la sua raccolta a Piacenza senza chiedere niente in cambio
Giuseppe Ricci Oddi, il collezionista che donò la sua raccolta a Piacenza senza chiedere niente in cambio
Peggy Guggenheim, l'ultima dogaressa di Venezia. Ecco come nacque la sua collezione e quali furono i suoi interessi
Peggy Guggenheim, l'ultima dogaressa di Venezia. Ecco come nacque la sua collezione e quali furono i suoi interessi


Commenta l'articolo che hai appena letto



Commenta come:      
Spunta questa casella se vuoi essere avvisato via mail di nuovi commenti



1. Carlo in data 30/10/2021, 20:19:41

Bravo Jacopo, dopo aver capito tutto di me, hai scritto un bellissimo articolo per la interessante Rivista e Ti ringrazio inviando a te ed alla Redazione i più cordiali saluti. Carlo Pepi




2. Finestre sull'Arte in data 31/10/2021, 23:11:06

Gentilissimo, grazie molte per l'apprezzamento e complimenti per la Sua collezione e la Sua attività! La redazione



3. Luciana in data 02/11/2021, 08:59:17

Un collezionista "anomalo"che spero di visitare e di conoscere.Un profilo ben descritto da Jacopo Suggi (conosciuto al Museo Fattori a Livorno)Grazie



4. Ros in data 03/12/2021, 10:53:41

Complimenti per il bellissimo articolo, condivido tutto, conosco Carlo da diversi anni😘 👏👏👏non vi è al mondo uno simile a lui!!!! Un compiuter umano 👏👏👏facciamo tesoro finché sarà qui con noi🙏❤👏👏👏👏







Torna indietro