Stane Kumar, l'artista sloveno che disegnò i bambini internati nei campi di concentramento italiani


La storia di Stane Kumar, artista sloveno rinchiuso nel campo di concentramento italiano di Gonars, dove disegnò i bambini internati.

Fin dal momento in cui fu istituito, ormai dodici anni fa, il Giorno del Ricordo ha di fatto sdoganato la più becera e meschina propaganda neofascista, per la quale parrebbe non esistere una memoria risultante dalla combinazione di tutti gli eventi occorsi nel passato, ma solamente una manciata di ricordi disgiunti, la cui contestualizzazione in scenari più ampi è operazione da evitare in modo accurato. È veramente avvilente pensare che sulle tristi vicende di morti e profughi si possa cannibalizzare la storia e fare propaganda: abbiamo assistito a deprimenti scontri ideologici, a rivisitazioni a dir poco fantasiose del passato, a utilizzi strumentali e manipolazioni di eventi e testimonianze (valga solamente l’esempio delle numerosissime immagini falsamente ricondotte alle stragi delle foibe, su cui il collettivo Wu Ming ha svolto un incessante lavoro). Non vogliamo tuttavia addentrarci in ricostruzioni storiche su un argomento difficilissimo quale è, appunto, quello delle foibe: lasciamo il compito agli storici. Ma non possiamo neppure tollerare che la solennità del “Giorno del Ricordo” trascorra senza che il ricordo venga contestualizzato.

È necessario partire da un punto su cui si sta iniziando a far luce: non è corretto parlare di pulizia etnica (termine, peraltro, entrato nell’uso comune negli anni Novanta del secolo scorso) ai danni degli italiani per le stragi delle foibe. Come ricordava lo storico Enzo Collotti in un articolo apparso sul Manifesto nell’aprile del 2000, tra coloro che persero la vita nelle stragi delle foibe “vi furono sicuramente molti innocenti ma anche molti responsabili di eccidi contro gli slavi e gli antifascisti. Non voler distinguere tra queste diverse categorie di soggetti e volerle omologare tutte come vittime di una violenza inspiegabile e riferibile unicamente a un accanimento antitaliano, comporta gravi conseguenze politiche”. Viceversa, di "bonifica nazionale“ parlava una circolare inviata, nel 1931, dal Ministero degli Interni ai prefetti della Venezia Giulia, in cui si prospettava l’espropriazione delle ”proprietà terriere che, in una zona di confine, di ampiezza da determinarsi, si trovano oggi in possesso di allogeni“. Con il termine ”allogeni", il regime fascista indicava le popolazioni di etnia non italiana che abitavano la Venezia Giulia e la Dalmazia.

Manifesto squadrista per l'uso forzato della lingua italiana a Dignano, in Istria
Manifesto squadrista per l’uso forzato della lingua italiana a Dignano, in Istria
L’Italia fascista, in altri termini, operò un tentativo di snazionalizzazione delle minoranze etniche, adottando contro le popolazioni slave provvedimenti fortemente discriminatori: divieto di parlare nell’idioma nativo e obbligo di utilizzo dell’italiano, italianizzazione dei toponimi e dei cognomi, chiusura dei giornali in lingua straniera e, in generale, delle attività in cui si faceva utilizzo di idiomi slavi e, ovviamente, aggressioni squadriste nei confronti di sloveni e croati che non si attenevano alle “regole”. La repressione fu brutale, e raggiunse esiti drammatici nel corso della guerra, soprattutto a seguito dell’occupazione italiana di quella che sarebbe poi divenuta la provincia di Lubiana. In questo contesto, il generale Mario Roatta, destinato a diventare criminale di guerra, il 1° dicembre 1942 emanò la famigerata Circolare 3C, che conteneva misure fortemente repressive nei confronti dei partigiani e financo della popolazione civile. Nei confronti di quest’ultima, veniva stabilita la possibilità di “internare, a titolo protettivo, precauzionale o repressivo, famiglie, categorie di individui della città o campagna, e, se occorre, intere popolazioni di villaggi e zone rurali”, di “fermare ostaggi tratti ordinariamente dalla parte sospetta della popolazione, e, - se giudicato opportuno - anche dal suo complesso, compresi i ceti più elevati” e di “considerare corresponsabili dei sabotaggi, in genere, gli abitanti di case prossime al luogo in cui essi vengono compiuti”.

Al fine di ricevere i civili rastrellati dalle loro abitazioni, l’Italia fascista s’era dotata di alcuni campi di concentramento collocati lungo il confine orientale: tra questi vi era il campo di Gonars, costruito nel 1941 nell’omonimo comune friulano, a pochi chilometri da Palmanova, e inizialmente utilizzato allo scopo di internare i prigionieri di guerra e i dissidenti politici. Nel novero di questi ultimi, venivano inclusi anche tutti quegli intellettuali sloveni e croati che si opponevano con forza sia al regime fascista, sia alla sua politica d’italianizzazione forzata. A Gonars, in particolare, furono internati moltissimi intellettuali sloveni del tempo, alcuni dei quali agli inizi della loro carriera: negli elenchi dei prigionieri troviamo dunque scrittori (Vitomil Zupan, Bojan Štih), poeti (Alojz Gradnik, France Balantič), storici (Bogo Grafenauer, Vasilij Melik), scienziati, politici, giornalisti e, ovviamente artisti. Tra questi ultimi, i nomi forse più noti sono quelli di Nikolaj Pirnat, Jakob Savinšek, Nande Vidmar, Drago Vidmar, Vlado Lamut e Stane Kumar. Proprio su Stane Kumar (1910 - 1997) è interessante soffermarsi: i suoi disegni sono una delle più alte e allo stesso tempo strazianti testimonianze delle tragiche condizioni degli innocenti internati a Gonars.

Dopo l’emanazione della Circolare 3C, a Gonars arrivarono in massa intere famiglie provenienti dai territori sloveni occupati dall’esercito italiano. La presenza di persone anziane, di donne e soprattutto di bambini cominciò a farsi particolarmente intensa. Parallelamente, gli artisti internati a Gonars iniziarono a produrre svariati disegni per raccontare come si viveva in un campo di concentramento: un caso particolarmente fortuito, dal momento che in altri lager gli artisti non erano riusciti ad avere la stessa possibilità. Gli artisti di Gonars ebbero infatti la fortuna di incontrare Mario Cordaro, il medico del campo di concentramento (a cui, peraltro, il Comune di Gonars ha dedicato una piazza), che riusciva a offrire ai prigionieri insperati barlumi d’umanità: ebbe premura nei confronti dei malati, cercò di salvare la vita a prigionieri che parevano ormai segnati, e promosse l’attività degli artisti sloveni imprigionati nel campo. La vicenda, peraltro, è ripercorsa in una mostra dal titolo Oltre il filo. Tracce di memoria dal campo di concentramento di Gonars, in corso fino al 14 febbraio 2016 presso la chiesa di San Lorenzo di San Vito al Tagliamento. Un sunto di quanto accadeva nel campo ci è stato proposto in un articolo di Simonetta D’Este pubblicato sul Messaggero Veneto il 27 gennaio 2016: Mario Cordaro “trovò il modo di creare un legame con gli artisti internati, cercando di lenirne le sofferenze portando il materiale per dipingere: li avvicinava con il pretesto di farli collaborare in infermeria, e qui potevano trovare cibo e la possibilità di esprimere la propria arte, che nei disegni realizzati racconta della sofferenza dell’internamento, della mancanza di libertà, di patimenti fisici e di privazioni”.

Come anticipato, Stane Kumar si dedicò proprio alla raffigurazione dei bambini rinchiusi nel campo: molti di questi disegni sono oggi conservati presso il Muzej novejše zgodovine Slovenije, il Museo Nazionale di Storia Contemporanea della Slovenia, che ha sede a Lubiana. In un’opera del 1943, Internirani otroci (“Bambini internati”), firmata e datata (“S. Kumar 43 / Gonars”), l’artista ci dà un’idea di come i bambini fossero obbligati ad affrontare le dure condizioni di prigionia: con abiti logori, senza calzature, in condizioni igieniche disastrose, costretti a vagare per il campo in quanto spesso rimasti orfani dei genitori, che non di rado venivano fucilati durante le esecuzioni sommarie dei fascisti contro le popolazioni slovene e croate, oppure morivano di stenti per le atroci condizioni di vita nei campi. La storica slovena Metka Gombač ha offerto un quadro della situazione in cui versavano i bambini internati a Gonars e in altri campi di concentramento italiani in un suo articolo apparso nel 2005 su una rivista scientifica dell’Università di Venezia, Deportate, Esuli e Profughe (di cui riportiamo voce completa e link per scaricarlo in bibliografia). I bambini furono proprio le principali vittime delle condizioni dei campi, in particolare di quello di Rab-Arbe, dove si registravano i più alti tassi di mortalità. Spesso, i comandanti dei campi evitavano di proposito il miglioramento delle condizioni di vita: programmare un vitto insufficiente, nota Metka Gombač, era funzionale a non sottrarre risorse all’esercito e a rendere più deboli i prigionieri. “Non si condanna a morte, quindi, ma si lascia morire”.

Stane Kumar, Internirani otroci
Stane Kumar, Internirani otroci, “Bambini internati” (1943; Lubiana, Museo Nazionale di Storia Contemporanea della Slovenia)

Stane Kumar, Internirani otrok
Stane Kumar, Internirani otrok, “Bambino internato” (1943; Lubiana, Museo Nazionale di Storia Contemporanea della Slovenia)
Lo stesso Kumar fu impressionato dalla vista di questi bambini che, provati dai patimenti, si aggiravano per il campo, soprattutto dopo che, alla fine del 1942, a Gonars arrivarono diversi prigionieri provenienti da Rab-Arbe (il trasferimento si era reso necessario un po’ per via del continuo arrivo di nuovi internati dalla Slovenia, e un po’ perché le condizioni di vita a Rab-Arbe erano tremendamente precipitate). Un ulteriore disegno di Kumar, uno tra i più toccanti della sua produzione, rappresenta un bambino scheletrico, appoggiato mestamente a un filo spinato: piange, e soffre talmente tanto che sembra non accorgersi del dolore provocato dalle spine. E per quanto schematica possa apparirci l’opera, per quanto incerto possa sembrare il tratto (dobbiamo immaginarci, del resto, in quali condizioni l’artista dovette operare: e se pensiamo a ciò, non possiamo che tributare tutta la nostra ammirazione a Stane Kumar, che nonostante le sofferenze del campo riusciva comunque a trovare la forza per fare ciò che amava), il dramma e la tragedia dei campi e della guerra ci appaiono in tutta la loro violenta spietatezza. Si tratta inoltre di un disegno che par quasi dar forma ai pensieri di Kumar, che in una sua memoria, tratta da un documento conservato nell’Archivio di Stato della Repubblica di Slovenia e riportata nell’articolo di Metka Gombač, raccontava questa impressione: “Ho visto la fame della prima guerra mondiale, ma quella non era fame vera. Quella veramente reale era la fame nei campi dove ad ogni passo ritrovavi due paia di occhi che ti chiedevano di sfamarli, di dar loro qualcosa da mangiare. I bambini diventavano ottusi e stavano seduti negli angoli delle baracche senza parlare. Morivano in tanti di fame e tu non potevi far niente”.

Stane Kumar, Novorojencek
Stane Kumar, Novorojenček, “Neonato” (1943; Lubiana, Museo Nazionale di Storia Contemporanea della Slovenia)
Risulta alquanto difficile stabilire il numero dei bambini che finirono rinchiusi nei campi di concentramento italiani al confine: non venivano annotati nei registri ufficiali, e non erano segnate neppure le nascite che avvenivano entro il perimetro del campo. Lo stesso Kumar ci ha lasciato, tra i numerosi disegni, un foglio che raffigura un neonato: è noto come Novorojenček (“Neonato”: è lo stesso artista a riportare il titolo direttamente sul foglio) e, come pressoché tutti i disegni realizzati da Kumar a Gonars, reca la firma dell’artista oltre alla data e al luogo di realizzazione. Possiamo solo ipotizzare quale fosse il destino di molti di questi neonati: i campi non erano ovviamente attrezzati per consentire condizioni decorose per le partorienti, e questi bambini erano le vittime più esposte agli stenti, alle numerose malattie che si diffondevano tra i prigionieri, e alla fame, anche perché alle loro stesse madri mancavano i nutrimenti con cui poterli sfamare. È dunque probabile che lo stesso destino toccò anche alla bambina raffigurata dall’artista, anche in considerazione del fatto che la mortalità neonatale era elevatissima: la maggior parte dei bambini nati nel campo non riusciva ad andare oltre i primi giorni di vita.

Stane Kumar fu tra i sopravvissuti, ma molti degli internati non riuscirono a uscire vivi da Gonars. I bambini furono tra le vittime più numerose: tuttavia, come detto poco sopra, non si sa quanti bambini furono imprigionati nei campi di concentramento italiani al confine, né è dato sapere esattamente quanti di loro perirono. Limitandoci a Gonars possiamo citare Boris Pahor, che nel suo recente libro Triangoli rossi, parla di 453 uomini morti nel campo, a cui aggiunge le 953 donne che, stando a quanto da lui riportato, persero la vita nella sezione femminile. Benché le cifre oscillino (c’è anche chi ferma la conta a 453), sono tutti più o meno concordi sullo stabilire attorno alle cinquemila persone il numero di coloro che, alla data dell’armistizio, l’8 settembre del 1943, erano rinchiuse a Gonars. La storica Alessandra Kersevan ha stimato in 5.343 persone, di cui 1.643 bambini, il numero esatto degli internati a Gonars, sulla base di un documento datato 25 febbraio 1943 e redatto in sloveno da un comitato di soccorso per gli internati di Gonars. Oggi, il campo non esiste più: dopo l’armistizio iniziò lo smantellamento, che si concluse in tempi rapidi. Cosa rimane dunque, oggi, di una delle più vergognose pagine della storia d’Italia della quale in molti, purtroppo, hanno nessuna o poca conoscenza? Rimangono le testimonianze di molti ex prigionieri, spesso trascritte subito dopo la guerra (particolarmente commoventi sono proprio quelle dei bambini: diverse sono state raccolte da Metka Gombač nel lavoro di cui abbiamo parlato), rimane un sacrario eretto nel 1973 nel cimitero di Gonars in memoria di quanti persero la vita nel campo, rimane l’impegno degli abitanti del comune friulano a mantenere viva la memoria. E rimangono, ovviamente, i disegni di Stane Kumar e degli altri artisti internati: testimonianze anche queste forti, in grado di comunicare con forte impatto una pagina di storia il cui ricordo dovrebbe essere più che mai vivo in giornate dedicate al ricordo e alla memoria. E una memoria che ricordi tutto è il modo migliore per rendere davvero omaggio a tutte le vittime innocenti.

Bibliografia di riferimento

  • Boris Pahor, Triangoli rossi: I campi di concentramento dimenticati, Bompiani, Milano, 2015
  • Arturo Benvenuti, K.Z. Disegni degli internati nei campi di concentramento nazifascisti, Becco Giallo Editore, Padova, 2015
  • Gianni Oliva, Foibe, Mondadori, Milano, 2014
  • Jože Pirjevec, Gorazd Bajč, Foibe: una storia d’Italia, Einaudi, Torino, 2009
  • Adamo Mastrangelo, Foibe, quello che non si dice, Lampi di stampa, 2009
  • Metka Gombač, I bambini sloveni nei campi di concentramento italiani (1942-1943) in Deportate, Esuli e Profughe, n. 3, luglio 2005. Il contributo è scaricabile in formato PDF da qui
  • Alessandra Kersevan, Un campo di concentramento fascista: Gonars 1942-1943, Kappa Vu, Udine, 2003
  • Božidar Jezernik, Jože Dežman, Struggle for survival: Italian concentration camps, Društvo za preučevanje zgodovine, literature in antropologije, Lubiana, 1999
  • Milica Kacin Wohinz, Jože Pirjevec, Storia degli sloveni in Italia: 1866-1998, Marsilio, Venezia, 1998


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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