A proposito di Alberto Angela: la divulgazione da prima serata è troppo romanzata?


Una riflessione sui programmi divulgativi di Alberto Angela: sono un ottimo prodotto, ma cosa succederebbe se certi dettagli venissero meno enfatizzati o meno romanzati?

Per cominciare a rileggere l’inedita trasmissione di Alberto Angela su Caravaggio, Stanotte con Caravaggio, si potrebbe partire dai meri dati numerici, che parlano, al solito, d’un gran trionfo: mercoledì 16 dicembre, il suo programma è stato il più seguito in prima serata, con 3 milioni e 212mila spettatori che hanno garantito all’approfondimento su Michelangelo Merisi il 14,1% di share. Le chiavi del successo della divulgazione televisiva di Alberto Angela sono state esaminate a lungo: la chiarezza e l’accessibilità dei testi, la fotografia sontuosa e ipersaturata, la serietà del lavoro della squadra, la rivisitazione in chiave più moderna e ammiccante dello stile di Piero Angela, il garbo, l’affabilità, la pacatezza e l’avvenenza del conduttore, il tono quasi confidenziale e colloquiale che Angela iunior riesce a instaurare col proprio pubblico, la capacità d’aver creato una presenza iconica e immediatamente riconoscibile, fatta d’un parlato calmo, disteso, scandito e didascalico e di una mimica teatrale fin quasi all’eccesso.

Alberto Angela è dunque un divulgatore scientifico ammirevole, che gode d’un’ampia e meritata popolarità, e che probabilmente è in grado di rendere appassionante e avvincente qualsiasi argomento, anche senza far uso di ritrovati come le ricostruzioni immersive dei dipinti, semplicemente con la sua presenza, il suo stile e la sua narrazione. Certo, Angela è stato anche pesantemente criticato dacché le sue trasmissioni non sono al riparo dagli errori (e Stanotte con Caravaggio non fa eccezione in tal senso), ma non è questo il punto: nessuno è immune ed esente dagli errori, e a chi fa divulgazione capita di sbagliare. Di fronte a trasmissioni come l’approfondimento su Caravaggio le questioni su cui occorrerebbe riflettere (e si tratta di problemi essenziali, alla base della buona divulgazione scientifica) sono altre, principalmente due: le enfatizzazioni e i cliché.

Le enfatizzazioni di certi tratti della personalità d’un artista, o di certi elementi della sua opera, sono rischi nei quali s’incorre quando si vuol rendere appetibile un prodotto divulgativo per un pubblico largo: le si adoperano, sostanzialmente, con l’intento di far sì che gli ascoltatori o i lettori si appassionino di più al prodotto che si propone. Si enfatizza un tratto dell’opera di Caravaggio quando, ad esempio, per spiegare il perché del rifiuto della Madonna dei Palafrenieri ci s’attacca a un’unica fonte (che sia poco plausibile al cospetto d’altre poco importa), ovvero il Bellori che motiva l’iniziale insuccesso del dipinto sulla base del fatto che il pittore vi ritrasse “in esso vilmente la Vergine con Gesù fanciullo ignudo”, tacendone altre che invece forniscono motivazioni diverse e più credibili benché meno intriganti (i contrasti tra la Compagnia dei Palafrenieri e la Fabbrica di San Pietro attorno al giuspatronato dell’altare cui la Madonna era destinata). Non si commette un errore nel sottolineare che certi dipinti potrebbero aver effettivamente suscitato clamore (della Madonna dei pellegrini è lo stesso Baglione a sottolineare che “da’ popolani ne fu fatto estremo schiamazzo”: ed è comunque interessante rilevare come il pittore rivale di Caravaggio sottolinei che a sorprendersi furono i “popolani”), ma sicuramente, enfatizzando un episodio, si potrebbe finire col distorcere la conoscenza di un artista e del contesto in cui operò. Si potrebbe continuare a lungo: si enfatizza un’ipotesi che vuole Caravaggio soldato in Ungheria quando s’arriva alla conclusione che, secondo “qualcuno” (senza peraltro dire chi), il pittore fosse un “Rambo” mal inserito nella società, si enfatizza l’idea secondo cui Caravaggio potrebbe aver rifatto le tele della cappella Cerasi dopo aver tratto alcuni spunti dall’Assunta di Carracci quando ci s’inventa di sana pianta che il lombardo si sentì superato dalla bellezza dell’opera dell’emiliano, si enfatizza la labile congettura secondo cui Caravaggio potrebbe aver assistito all’esecuzione di Beatrice Cenci (non esistono prove) quando s’arriva addirittura a stabilire che quella macabra scena sarebbe rimasta “così impressa nella mente di Caravaggio” da trovar spazio anche nei futuri dipinti con soggetti decapitati, si propone un racconto dagli accenti romanzati quando s’associa la popolana Maddalena Antognetti agli ambienti del meretricio romano sulla base della lettura travisata d’una fonte, e così via.

Un fotogramma della trasmissione Stanotte con Caravaggio, con Alberto Angela
Un fotogramma della trasmissione Stanotte con Caravaggio, con Alberto Angela

Volendo spezzare una lancia in favore di Alberto Angela, si potrebbe affermare che gli studi caravaggeschi costituiscono un terreno molto scivoloso, con una bibliografia sterminata, in costante e continuo aggiornamento, dove non mancano neppure gli attriti tra studiosi, e possono dunque rivelarsi materia estremamente ostica da divulgare, benché l’assunto possa suonare come un paradosso. Ma a prescindere dal contesto scientifico di riferimento, può comunque una trasmissione di divulgazione destinata a un pubblico di tre milioni di spettatori prodursi in esagerazioni al fine di render più sugosa la “trama” del racconto? Credo si possa poi esser sostanzialmente d’accordo sul fatto che trovate simili siano una sorta di entry level della cultura e riescano pertanto ad avvicinare il pubblico alla cultura, e credo che nessuno possa mettere in dubbio questo merito. Probabilmente tantissimi che, fino a mercoledì sera, non sapevano dove si trovasse la Cappella Contarelli, si saranno ripromessi di compiere una visita a San Luigi dei Francesi, tanti altri saranno stati spronati a visitare la Galleria Borghese, altri ancora staranno già programmando un tour alla scoperta delle opere di Caravaggio a Napoli, e via dicendo. Qualcuno dirà che Stanotte con Caravaggio è meglio di tanti programmi trash: anche senza arrischiare paragoni si può sicuramente dire che è bene che, nella prima serata della prime rete televisiva d’Italia, si parli di Caravaggio. Esisteranno però vie alternative all’enfatizzazione per render più avvincente la narrazione rimanendo fedeli ai dati forniti dalla consulenza scientifica (tanto più che la redazione di Alberto Angela può contare su nomi autorevoli della comunità scientifica, come quello di Rossella Vodret nel caso del programma su Caravaggio)?

L’altro elemento cui s’accennava è quello della perpetuazione dei cliché: varrà la pena ricordare che uno dei primi testi novecenteschi su Caravaggio non era opera d’uno storico dell’arte, ma d’un fisiologo, Mariano Luigi Patrizi, che nel 1921 dava alle stampe un saggio sul pittore milanese intitolato Un pittore criminale. Son passati quasi cent’anni esatti dalla pubblicazione di quel volume ma sembra che Caravaggio debba esser tuttora presentato al pubblico come, appunto, “pittore criminale”, incapace di schiodarsi dai luoghi comuni sulla sua indole violenta, sul suo temperamento difficile, e sui suoi quadri come prodotto del suo carattere, per quanto si tratti, naturalmente, di aspetti dell’esistenza e anche dell’arte di Caravaggio tutt’altro che secondari. Forse il grande pubblico necessita di programmi di divulgazione scientifica che eccedano in biografismo e aneddotica per potersi interessare alla materia? Non credo: sarebbe allora più profittevole, utile e appassionante vedere un film sull’artista. Né credo che ad Alberto Angela riesca difficile esser coinvolgente anche senz’addentrarsi troppo in dettagli da romanzo sulla vita d’un artista: forse, semplicemente, è perché il canovaccio della divulgazione caravaggesca s’è ormai talmente solidificato che risulta difficile discostarsi da quella sorta di canone che costituisce l’ossatura di tutta la produzione divulgativa sull’artista e che pone l’accento più sui suoi trascorsi che sulle sue opere, oppure motiva le sue opere sulla base dei suoi trascorsi.

Si tratta di problemi insiti nella natura stessa del prodotto divulgativo, che per definizione cerca di rivolgersi a un pubblico ampio e cerca di farlo in un lasso di tempo solitamente molto limitato (in questo caso, le due ore d’una trasmissione televisiva del prime time), che comunque è sempre inferiore, o più concentrato, rispetto a quello d’una lezione accademica. Uno dei grandi meriti dei programmi di Alberto Angela sta proprio nella sua capacità d’evitare un tono magistrale: un merito rilevante, perché è una delle chiavi fondamentali per stimolare la curiosità del pubblico, a sua volta uno dei principali obiettivi della divulgazione scientifica. Ma può essere rivisto il paradigma secondo cui per raggiungere un pubblico vasto occorre necessariamente enfatizzare o proporre cliché? Non mancano i buoni esempi: pensando alla televisione e rimanendo in Italia, si potrebbe citare la serie Signorie prodotta anch’essa dalla Rai, oppure volendo guardare all’online si potrebbe trarre spunto da iniziative come i video divulgativi dei Palazzi dei Rolli di Genova o le video-pillole di un ottimo emergente come Jacopo Veneziani. La vera sfida della divulgazione scientifica (o che voglia proporsi come tale), e non soltanto quella di Alberto Angela (si pensi, ad esempio, alle tante iniziative nate sul web durante i mesi della pandemia), la principale difficoltà, è proprio quella di mantener inalterata la capacità di presa sul pubblico senza rinunciare a un racconto meno romanzato, ma più aderente al dato storico. Un problema di equilibrio, insomma, più che di superficialità: può dunque un racconto ugualmente leggero e accattivante, ma più bilanciato, fare davvero meno audience?


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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