Ma che senso ha spostare il Quarto Stato a Firenze per celebrare il 1° maggio?


In occasione della Festa dei Lavoratori, il Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo lascia Milano e si trasferisce per due mesi a Firenze, dove sarà esposto nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Ma che senso ha questa operazione?

Il commento migliore è quello di un’utente della pagina Facebook del sindaco di Firenze, Dario Nardella: astenersi da qualunque retorica sulle lotte operaie, e limitarsi a indicare periodo e luogo dell’esposizione con orari, costi del biglietto ed eventuali riduzioni. Sul fraseggio che ha già iniziato ad accompagnare il trasferimento temporaneo del Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, del resto, si potrebbe dir di tutto: ci si limiterà a rilevare come questo prestito, che sarà presentato domani nell’ambito di un incontro con il ministro del lavoro Andrea Orlando e il sindaco di Milano Giuseppe Sala, giunga in un momento del tutto singolare, con i sindacati di base che giusto pochi giorni fa hanno proclamato per il 20 maggio lo sciopero generale contro la guerra e contro un governo che, incurante del parere di quella che secondo tutti i sondaggi è la grande maggioranza del paese, prosegue imperterrito e ostinato nella propria deriva bellicistica, con i lavoratori dei musei civici milanesi che a fine marzo sono entrati in stato d’agitazione per l’appalto sull’accoglienza, e più in generale con i lavoratori della cultura che in tutta Italia, Firenze inclusa, come certificano le associazioni di categoria, chiedono a gran voce condizioni di lavoro migliori. Cosa può dire in questo contesto il Quarto Stato? Assolutamente niente, se deve diventare “l’ennesima, rischiosa e inutile trovata pubblicitaria”, come sottolinea l’associazione Mi Riconosci. Un Quarto Stato di Pellizza da Volpedo che “irrompe con il suo profondo significato politico e sociale all’interno dello scenario rinascimentale che adorna il monumentale Salone dei Cinquecento”, come recita il comunicato stampa, è più eloquente se non dice niente. Rimanga il dipinto muto e attonito dinnanzi al suo triste destino d’icona commerciale e di strumento politico: è meglio così.

Converrà dunque lasciar perdere la retorica e concentrarsi sugli aspetti che riguardano l’operazione in sé. Intanto, che senso ha spostare il Quarto Stato da Milano a Firenze per esporlo nel Salone dei Cinquecento, in quella che appare più come un’ostensione (a pagamento beninteso, a parte il 1° maggio quando l’opera sarà mostrata gratuitamente a fiorentini e turisti: troppa grazia) che come un’occasione di approfondimento culturale? Alla domanda si potrebbe rispondere anche senza soffermarsi sullo stridore tra la marcia dei lavoratori di Pellizza e quella dell’esercito di Cosimo I che negli affreschi di Vasari sottomette con la forza i suoi nemici, un contrasto che da solo basterebbe a fugare qualunque dubbio sulla natura pubblicitaria dell’operazione: è uno spostamento privo di senso perché non c’è a Firenze una mostra che lo giustifichi, e perché l’idea astratta di celebrare la festa dei lavoratori il 1° maggio da sola non può porsi come una ragione valida. Anzi, si crea un precedente piuttosto pericoloso, perché se una ricorrenza annuale diventa capace di sdoganare lo spostamento di capolavori di somma importanza (anche se la città di Milano, con le sue mostre natalizie, ha fatto scuola in questo senso), allora potenzialmente non esistono più limiti ai viaggi delle opere d’arte. Un’opera d’arte dovrebbe però viaggiare solo se lo spostamento è motivato da progetti scientifici seri, inappuntabili, di alto livello: con il viaggio da Milano a Firenze del Quarto Stato che, scrive il Museo del Novecento di Milano, “esce dalla sua teca in occasione del Primo Maggio” per “condividere il messaggio di forza e speranza che sprigiona la marcia silenziosa e compatta” rappresentata nel dipinto, si sancisce la caduta di un’altra barriera contro gli spostamenti scriteriati. Perché semplicemente non esiste alcuna valida motivazione scientifica che lo sostenga.

È inoltre risibile il motivo per cui, come si legge nel comunicato, “la presenza dell’opera a Firenze fino al 30 giugno trova una sua giustificazione storico-artistica proprio nelle vicende biografiche dell’artista che qui soggiornò frequentando l’Accademia di Belle Arti, sotto l’insegnamento di Giovanni Fattori, entrando in contatto con i capolavori del passato e studiando le tecniche artistiche moderne”: se la presenza di un artista in una città in un dato momento storico diventa un pretesto valido per spostare opere d’arte, allora Carrara dovrebbe quanto meno pretendere la Pietà Vaticana di Michelangelo. Anzi, sarebbe uno spostamento financo più sensato rispetto a quello del Quarto Stato a Firenze. E naturalmente non è una ragione valida la concessione ai fiorentini della facoltà di vedere l’opera: non si vedrebbe altrimenti perché negare, per esempio, il David di Michelangelo ai milanesi, la Primavera di Botticelli agli anconetani, oppure la Giuditta di Donatello ai catanesi.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato (1898-1901; olio su tela, 293 x 545 cm; Milano, Museo del Novecento)
Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato (1898-1901; olio su tela, 293 x 545 cm; Milano, Museo del Novecento)
Controlli sul Quarto Stato di Pellizza da Volpedo prima del trasferimento da Milano. Foto di Elena Gnaccolini
Controlli sul Quarto Stato di Pellizza da Volpedo prima del trasferimento da Milano. Foto di Elena Gnaccolini
L'opera viene spostata dentro il Museo del Novecento di Milano. Foto di Elena Gnaccolini
L’opera viene spostata dentro il Museo del Novecento di Milano. Foto di Elena Gnaccolini
Il Quarto Stato arriva al Salone dei Cinquecento di Firenze. Foto di Dario Nardella
Il Quarto Stato arriva al Salone dei Cinquecento di Firenze. Foto di Dario Nardella
Il Quarto Stato installato nel Salone dei Cinquecento di Firenze. Foto di Dario Nardella
Il Quarto Stato installato nel Salone dei Cinquecento di Firenze. Foto di Dario Nardella

C’è poi un’altra ragione che avrebbe dovuto frenare lo spostamento, ovvero il fatto che il Quarto Stato è forse l’opera più importante e nota del Museo del Novecento. È come se gli Uffizi mandassero in prestito la Venere di Botticelli, o come se la Galleria Borghese si privasse momentaneamente dell’Apollo e Dafne di Bernini. Sono, in sostanza, le opere che qualunque visitatore dei rispettivi musei aspetta di trovarsi quando varca l’ingresso, sono le opere che molti chiamano “identitarie”, senza le quali gl’istituti perdono temporaneamente una parte del prestigio di cui godono presso il pubblico. E la ragione suggerisce che dovrebbero muoversi il meno possibile. Un fiorentino che voglia vedere il Quarto Stato impiega poco più di due ore coi mezzi pubblici (sei per chi vuole risparmiare adoperando i treni regionali) per veder soddisfatto il proprio desiderio. E magari già che si trova a Milano vede anche altro. La tendenza tuttavia anche in questo caso parrebbe segnata: poche settimane fa, giusto per citare l’ultimo caso, la Fornarina di Raffaello ha lasciato Palazzo Barberini in direzione Londra. Ma almeno in quel caso il trasferimento è stato motivato dalla partecipazione del quadro a un’importante mostra alla National Gallery. Nel caso del Quarto Stato, invece, non c’è neppure questo motivo a sostenere il viaggio, tant’è che molti milanesi (basterà leggere i commenti sui social) non hanno accolto in maniera positiva la notizia, e adesso Milano si aspetta che Firenze contraccambi con un’opera di pari valore. Un viaggio immotivato ne chiama sempre un altro altrettanto irragionevole per semplici ragioni di restituzione del favore, e anche se i trasporti di opere d’arte si svolgono nella massima sicurezza, uno spostamento di un dipinto o di una scultura non è mai un’attività esente da rischi.

Infine, cade la barriera sull’opera in sé. Il Quarto Stato fu comperato nel 1920, per la somma di cinquantamila lire, con risorse che i milanesi misero a disposizione con una sottoscrizione popolare, e fu sistemato nel Castello Sforzesco. Sotto il fascismo finì in deposito, e negli anni Cinquanta, complice anche la riscoperta di Pellizza da Volpedo, l’opera riemerse e fu sistemata nella sala della giunta di Palazzo Marino per il suo valore simbolico, per poi essere spostata alla Galleria d’Arte Moderna nel 1980 e infine, nel 2010 al Museo del Novecento. In questi cento anni di storia, l’opera s’è mossa raramente da Milano: si ricordano in particolare i due viaggi nel 2001, quello a Volpedo in occasione del centenario della sua realizzazione, e quello a Roma per la mostra Italie 1880-1910 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. E finché lo spostamento è motivato da ragioni scientifiche, può andar bene: se invece il Quarto Stato si sposta per ragioni politiche, sarebbe delicato e opportuno, dato che in virtù della sua storia è letteralmente un’opera che appartiene a tutti i milanesi, aprire quanto meno una discussione pubblica con la città invece che comunicare il trasferimento a decisione già presa e imposta ai cittadini.

Quegli stessi cittadini ai quali, in ottica allargata, guarda il quadro di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Il 18 novembre del 1905 l’artista scriveva al giornalista Ernesto Majocchi rallegrandosi per l’imminente pubblicazione del suo quadro in una cartolina per la rivista L’uomo che ride, perché così l’idea alla base del quadro si sarebbe diffusa “fra i forti lavoratori ad animarli a proseguire sicuri verso un ideale di equità ben intesa nella distribuzione della ricchezza sociale”. E se lo spostamento di un quadro dal così alto valore simbolico viene imposto dall’alto per un’operazione priva di senso, c’è da domandarsi quanto davvero venga ancora inteso lo spirito che ha animato il pittore.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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