La nuova definizione Icom di “museo”? Timida e non tiene conto della lezione della pandemia


La nuova definizione di “museo” approvata dall’Icom? Troppo timida: non tiene conto delle tribolazioni dei musei durante la pandemia, chiusi quasi ovunque nonostante siano luoghi che aiutano a migliorare il benessere psico-fisico degli individui.

Non ce n’è traccia. Nella nuova definizione di “museo” dell’ICOM, International Council of Museum, che risponderà pure meglio a un concetto di museo contemporaneo, inclusivo, quale si era resa necessaria fino all’emergenza sanitaria da Covid-19, non si è riusciti a capitalizzare proprio gli anni della pandemia. Eppure la tenuta del rapporto tra le comunità e queste istituzioni culturali è stata messa a dura prova in questi anni da una fatto nuovo e, cioè, che per salvaguardare la salute pubblica i musei possono essere costretti a rinunciare alla condizione di istituti “aperti al pubblico”, sebbene sia identificativa. E sebbene dal 2015 in Italia i musei siano stati equiparati ai servizi pubblici essenziali, come ospedali e scuole.

Si sarebbe potuto andare oltre nella riflessione e nei suoi approdi, insomma, e invece ci si è fermati al dibattito ex ante. È ciò che, invece, avevamo provato a fare su Finestre sull’Arte, grazie alle approfondite riflessioni non solo in materia giuridica, ma anche sul piano ideale e valoriale, con il costituzionalista Enrico Grosso e poi con uno specifico confronto sulla definizione con Salvatore Settis. “È proprio dopo l’esperienza dell’emergenza sanitaria mondiale che la discussione dovrebbe ricevere rinnovato impulso verso una nuova definizione di museo”, scrivevamo.

Certo, non si può dire che l’attuale definizione, dopo il fallimento della Conferenza Generale di Kyoto del 2019, non sia frutto di un percorso ampiamente dibattuto. “Condotto con grande equilibrio e trasparenza”, ricorda ICOM Italia, “dal Comitato Internazionale ICOM Define, coordinato da Bruno Brulon e Lauran Bonilla-Merchav, esso ha visto un’ampia partecipazione dei Comitati Nazionali e Internazionali, chiamati a consultare a più riprese i loro associati e ad esprimere le loro valutazioni. La quarta ed ultima consultazione, alla quale ha partecipato anche ICOM Italia, aveva riguardato le 5 proposte elaborate dal Comitato (ovvero dai cinque gruppi, di 4 membri ciascuno, nel quale si era articolato), tenendo conto delle parole e concetti chiave maggiormente condivisi dalla comunità internazionale. Una volta raccolte le preferenze e alcune proposte puntuali di modifiche/integrazioni di parole chiave tra una definizione e l’altra, si è arrivati ai due testi finali presentati nell’Advisory Council del 20 maggio 2022, la cui votazione ha sciolto l’ultima riserva”. Ma è proprio la lunga articolazione del processo che ci porta a chiederci se gli effetti della pandemia sui musei siano stati tema di discussione.

Parma, Complesso della Pilotta. Foto di Giovanni Hanninen
Parma, Complesso della Pilotta. Foto di Giovanni Hanninen

Confrontando la proposta approvata a Praga il 24 agosto di quest’anno (l’ottava dal 1946, in cui è stato fondato ICOM) con la precedente “definizione di Vienna” del 2007 proprio la maggiore precisazione della funzione sociale dei musei, non solo “aperti al pubblico”, ma “accessibili e inclusivi”, con la specificazione che questa condizione è indirizzata anche alle “diversità”, si offre come edificante enunciato in parte contraddetto dai recenti fatti storici. No, i musei possono non essere aperti al pubblico. Una decisione che può passare (come di fatto è passata) sopra la testa della società per volontà discrezionale, cioè non fondata su incontrovertibili fatti scientifici, del superiore decisore politico. E se ciò è avvenuto è perché ai musei non è stata riconosciuta, e continua anche con la nuova definizione a non essere riconosciuta, una funzione legata proprio alla sfera sanitaria.

La chiusura obbligatoria dei musei stabilita per legge nel 2020 per contenere la diffusione del Covid-19, tra fine febbraio e maggio e poi tra novembre e dicembre, ha messo in evidenza anche che in stato emergenziale la cultura non è “un bene di prima necessità” o una cura dell’anima per i cittadini provati. Al contrario di scuola, sanità e trasporti, a cui sono stati equiparati in quanto servizi pubblici essenziali, i musei andavano chiusi punto e basta.

Nel dicembre di quell’anno con Enrico Grosso, Ordinario di diritto costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, avevamo anticipato il pronunciamento della Corte Costituzionale che ha poi stabilito la legittimità dell’uso dei Dpcm per introdurre le misure di contenimento della pandemia, ivi comprese quelle per i musei. Nella lunga intervista Grosso ci spiegava che “la tutela dell’incolumità pubblica (e dei livelli essenziali della salute) nelle situazioni di emergenza, spetta comunque allo Stato in ragione di quanto stabilito dall’art. 117 della Costituzione”; che “lo Stato ha il potere di adottare norme limitative della fruizione dei beni culturali” e, in definitiva, che “la normativa statale che chiude i musei non lo fa in quanto intende dettare una disciplina ‘sui musei’ (…), ma in quanto intende dettare una disciplina sulla tutela della pubblica incolumità (che è di sua competenza), la quale ha una indiretta, inevitabile ma non illegittima, influenza anche sulla fruizione dei musei. E che dunque prevale”.

Questo sul filo del diritto. Il passaggio successivo era stato quello di provare a non considerare, però, i due ambiti (cultura e sanità) così nettamente distinti per approdare al cuore della questione, che trascorre dall’ambito giuridico a quello scientifico e culturale. Mantenere l’accesso a musei e parchi archeologici (anch’essi off limits) durante l’emergenza sanitaria sarebbe stato possibile se fossero stati riconosciuti “strumenti utili alla salute psico-fisica dei cittadini”? Noi crediamo di sì. Non “solo”, dunque, luoghi per lo “studio, educazione e diletto”, finalità presenti nella definizione ICOM 2007, riproposte nella nuova con alcune modifiche e integrazioni (“per l’educazione, il piacere, la riflessione e la condivisione di conoscenze”).

“Strumenti utili alla salute psico-fisica dei cittadini”. Il terreno, in Italia, era stato preparato proprio sul piano giuridico: “E qui entra in ballo”, scrivevamo, “la legge del 2015 che ha qualificato i musei come ‘servizi pubblici essenziali’, alla stregua cioè degli ospedali. Se non vogliamo davvero ritenere, come fu pure eccepito, che in realtà la misura del 2015 non fu altro che ‘un’ipocrisia legislativa’ col fine reale di contrarre il diritto di sciopero nel settore, osserviamo che numerosi studi scientifici dimostrino come il ‘contatto’ con le opere d’arte abbia comprovati benefici per la salute psico-fisica delle persone (in particolare, si segnala il portale ‘Cultura è salute’ che registra le best practice in tal senso). Un contatto, aggiungevamo, che, vista la specificità dei beni in questione, può avvenire solo mediante la visita di persona a un museo, ‘ospedale dell’anima’ (come le biblioteche di Marguerite Yourcenar nel suo romanzo Memorie di Adriano), e non attraverso quelle virtuali sperimentate in larga scala proprio durante questa emergenza, e che hanno, peraltro, registrato scarsa risposta da parte dell’utenza. I benefici sulla psiche costituiscono un elemento di particolare rilevanza soprattutto in questo periodo di semi-isolamento (o isolamento, a seconda dei livelli di restrizione per le diverse aree del Paese) legato alla pandemia”.

Da cui discendeva l’interrogativo che ci ponevamo: “in definitiva, questo ruolo riconosciuto da numerosi studi medici, non dovrebbe renderli strumenti utili a partecipare a quella ‘tutela dell’incolumità pubblica’? Se è concesso fare una passeggiata all’aria aperta, perché questa stessa passeggiata è proibito farla in un parco archeologico, che presenta un vantaggio in termini di salute non solo fisica, ma anche sullo spirito per l’arricchimento culturale che produce? Non si tratta, dunque, dei soli gravissimi danni economici subiti dalle diverse istituzioni pubbliche o private nell’ambito dei beni culturali, ma anche di questioni rilevanti sotto il profilo sociale”.

Appurato che non c’è stato nessun contrasto tra Dpcm e legge del 2015 (la Corte, dicevamo, ha poi confermato questo assunto), con Grosso ci spostavamo su un altro livello della riflessione: “La domanda è: la chiusura dei musei è un “sacrificio” necessario a tutela della salute? È viceversa un sacrificio inutile? O è addirittura un sacrificio controproducente?”. Ci portavamo, cioè, sul “piano della battaglia delle idee e della campagna culturale. Qui ciascuno di noi può legittimamente offrire il suo contributo”, osservava ancora il costituzionalista. Si trattava in altre parole, e si tratta tutt’ora, di spostare il terreno di confronto su quello delle “legittime osservazioni politiche” o di “politica del diritto”. Ovvero della possibilità tutta aperta di convincere l’interlocutore politico della ragionevolezza di quelle osservazioni.

Visitatrice alla Galleria Borghese il primo giorno di riapertura dei musei dopo il primo lockdown per Covid
Visitatrice alla Galleria Borghese il primo giorno di riapertura dei musei dopo il primo lockdown per Covid

Ecco il cuore della questione, utile a superare la “contraddizione” stabilita dai Dpcm, secondo cui i musei ostacolerebbero la “tutela dell’incolumità pubblica” che lo Stato deve garantire (art. 117), anche a costo di sacrificare dei beni essenziali costituzionalmente garantiti (art. 9): il riconoscimento del museo quale luogo atto anche a migliorare il benessere psico-fisico degli individui e che pertanto partecipa a quella “tutela dell’incolumità pubblica” (dunque non in contrasto con essa), se acquisito nella nuova definizione ICOM avrebbe potuto essere un passaggio importante in vista di un suo recepimento nelle normative nazionali: affinché non siano più “valutazioni che sfuggono a un controllo di tipo giurisdizionale” (ancora Grosso). E, diciamolo con orgoglio, era stata la proposta con cui ICOM Italia aveva partecipato alla call internazionale del MDPP (Standing Committee on Museum Definition, Prospects and Potentials) che tra le finalità di un museo aveva provato a introdurre proprio la promozione del “benessere della comunità”.

“Chi chiude i musei considera gli esseri umani come mero corpo, come se non esistesse una componente spirituale”, ci aveva detto Settis. E ricordava che “quando il pittore Lucian Freud, nipote dello psicanalista, diceva ‘io vado alla National Gallery come si va dal medico’ intendeva proprio questo: come uno va dal medico per uscirne in miglior salute fisica, così uno va al museo per uscirne in miglior salute intellettuale. Il pensiero, la psiche, i sentimenti. Non è solo in termini di Pil che si giudica il benessere. Anni fa l’Istituto Centrale di Statistica ha istituito una Commissione, di cui facevo parte, che ha prodotto un documento in cui si usavano come indici del benessere spirituale e benessere intellettuale dei cittadini anche la bellezza del paesaggio e la salvaguardia dei centri storici. Il primato storico dell’Italia nella legislazione per la tutela veniva riconosciuto. Tutto questo è stato dimenticato dall’attuale governo”.

Anche l’illustre professore utilizza quel termine “benessere” di cui abbiamo appena detto. La sua traduzione nella lingua inglese (“wellbeing”), come osservato da Tiziana Maffei, presidente ICOM Italia, contiene maggiori sfumature rispetto al concetto di benessere del vocabolo italiano. Con “wellbeing” si intende “the state of feeling healthy and happy”: una condizione di salute non disgiunta dalla felicità. Che è ancora qualcosa di diverso dal benessere. “Un punto importantissimo”, ce ne dava merito Settis ricordando la lunga storia che “la condizione di felicità” ha dalla filosofia greca alla filosofia morale contemporanea: “già Aristotele capiva benissimo che in condizione di ‘eudaimonia’ gli esseri umani non solo sono più felici, ma essendo più felici sono anche più produttivi”.

“Con i musei chiusi non soffrono solo i bilanci ma i cittadini, e in particolare i bambini, gli studenti, le famiglie”, dicevano in un appello a Franceschini oltre 80 direttori di museo. Era già, a caldo, la voce della necessità di una riconsiderazione del ruolo e delle finalità dei musei legata agli effetti della pandemia.

“Salute”, “benessere”, “felicità”. Non sono sottigliezze lessicali. Anche l’adozione a livello terminologico di “sociale” sarebbe stata più efficace a indicare la finalità pubblica di un museo. Tanto più che, in linea con la Convenzione di Faro, la nuova definizione ICOM sottolinea il ruolo attivo (“con la partecipazione delle comunità”) da parte del visitatore dei musei, e non meramente passivo, di recettore. Di “uso sociale dei beni culturali ed ambientali” (e quindi anche dei musei) parla una lontana legge di settore che la Regione Siciliana si era data nel 1977 (n. 80, tuttora in vigore), laddove individuava tra le sue finalità, insieme alla tutela e alla valorizzazione, anche appunto il fine civico. Questo fine, inteso come accrescimento della consapevolezza del valore del patrimonio culturale e, in definitiva, del miglioramento della qualità della vita della collettività, potrebbe, allora, essere interpretato più nello specifico anche come miglioramento della “salute psico-fisica dei cittadini”.

Sebbene, dunque, contenga degli elementi innovativi quali, oltre alla promozione dell’inclusività e della partecipazione delle comunità, anche “il richiamo a un comportamento etico (con evidente rinvio al Codice etico di ICOM) e all’esigenza di professionalità nello svolgimento delle funzioni proprie del museo”, come spiega ICOM Italia, la nuova definizione di Museo appare timida e resta inadeguata ai temi nuovi posti dalla recente storia mondiale e ai concreti effetti di un suo recepimento, oltre che da parte delle comunità museali internazionali, inserendola in statuti e codici di deontologia, anche, attraverso modifiche della normativa, da parte di quegli organi politici che “condizionano” la vita dei musei.


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Silvia Mazza

L'autrice di questo articolo: Silvia Mazza

Storica dell’arte e giornalista, scrive su “Il Giornale dell’Arte”, “Il Giornale dell’Architettura” e “The Art Newspaper”. Le sue inchieste sono state citate dal “Corriere della Sera” e  dal compianto Folco Quilici  nel suo ultimo libro Tutt'attorno la Sicilia: Un'avventura di mare (Utet, Torino 2017). Come opinionista specializzata interviene spesso sulla stampa siciliana (“Gazzetta del Sud”, “Il Giornale di Sicilia”, “La Sicilia”, etc.). Dal 2006 al 2012 è stata corrispondente per il quotidiano “America Oggi” (New Jersey), titolare della rubrica di “Arte e Cultura” del magazine domenicale “Oggi 7”. Con un diploma di Specializzazione in Storia dell’Arte Medievale e Moderna, ha una formazione specifica nel campo della conservazione del patrimonio culturale (Carta del Rischio).


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