Ragazzi che fanno le guide nei musei per l'alternanza scuola-lavoro: sbagliatissimo. Troviamo un'alternativa?


Sempre più spesso ragazzi delle scuole vengono chiamati a fare le guide museali per progetti d'alternanza scuola-lavoro. Una pratica aberrante e sbagliatissima. Possiamo trovare un'alternativa per consentire ai ragazzi di arricchirsi e formarsi veramente?

Un paio di giorni fa è arrivato in redazione un comunicato stampa che c’informava di un’iniziativa in avvio a Firenze, nell’ambito dei progetti dell’alternanza scuola-lavoro, l’istituto introdotto nel 2003 dalla riforma Moratti in forma facoltativa, e poi reso obbligatorio nel 2015 dalla legge sulla “buona scuola” di Matteo Renzi. Il titolo del comunicato recitava: “giovani nei musei, ambasciatori dell’arte”. Riassumendo, alcuni gruppi di studenti dei licei fiorentini e d’alcune località vicine (Pontassieve, Campi Bisenzio), da questo sabato 28 aprile e fino agl’inizî di giugno, per un certo numero di fine settimana saranno inviati nei musei civici della città per “rispondere alle domande e alle curiosità dei visitatori”. Il comunicato evita accuratamente il verbo “guidare” e sinonimi (o sostantivi derivati), ma il sunto è sintetizzato in poche righe che non lasciano campo a troppi dubbî: “le sale dei musei saranno animate dalla presenza di giovani liceali perfettamente preparati dal punto di vista storico e artistico e pronti ad accogliere il pubblico offrendo una spiegazione dell’ambiente e delle opere in esso contenute”. Seguiva il calendario delle aperture, che riguardano importanti siti come Palazzo Vecchio, Santa Maria Novella, Museo Novecento, Museo Stefano Bardini, Cappella Brancacci. E c’è anche un percorso di tre ore attraverso tutto il centro storico.

I ragazzi fiorentini, tuttavia, non sono gl’unici a vestire i panni delle “guide museali” nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro. A Grosseto, al Museo Archeologico e d’Arte della Maremma, sono i giovani delle terze del locale liceo classico che svolgono il ruolo di guide. E lo stesso accade a Reggio Calabria, dove gli studenti dell’istituto tecnico commerciale “Raffaele Piria” conducono gruppi, singoli e scolaresche alla scoperta del Museo Diocesano. E a centinaia di chilometri di distanza, a Treviso, s’è da pochi giorni concluso un analogo progetto degli alunni delle quinte del liceo linguistico, che tra la fine del 2017 e l’aprile di quest’anno sono stati chiamati a proporre visite guidate al pubblico del Museo Bailo e del Museo di Santa Caterina, i due principali musei trevigiani.

Non sempre però quest’esperienze hanno conosciuto svolgimenti tranquilli. Gli studenti del liceo classico Vittorio Emanuele di Napoli, dopo la protesta condotta ai musei universitarî del capoluogo campano in occasione delle giornate di primavera del FAI, divenuta in brevissimo tempo un caso nazionale, hanno seguitato a esprimere la loro contrarietà con un’ulteriore manifestazione di dissenso al Museo Duca di Martina, presso la Villa Floridiana di Napoli. E sempre a Napoli, gli studenti del liceo classico Garibaldi, costretti a lavorare per otto ore il primo maggio al Pio Monte della Misericordia, nelle scorse ore hanno diramato due note nelle quali hanno spiegato che, proprio nella giornata in cui si celebra la festa dei lavoratori, dovranno “andare a svolgere un lavoro non retribuito, rubando posto a migliaia di giovani laureati”, e incarnando “il perfetto ruolo di studente-macchina”, che ridurrà la grandezza del Caravaggio del Pio Monte “a poche paginette imparate a memoria la sera prima, mentre centinaia di laureati in storia dell’arte saranno a servire in qualche bar”: il risultato è che “il sapere si ridimensiona e striminzisce sempre di più, diventando un jolly obsoleto da sfoggiare per fini lavorativi, poiché sterile e talvolta fasullo”.

Interno del Pio Monte della Misericordia con il dipinto di Caravaggio, le Sette opere di misericordia
Interno del Pio Monte della Misericordia con il dipinto di Caravaggio, le Sette opere di misericordia. Ph. Credit Finestre sull’Arte

Occorre sottolineare come l’attivazione di molti percorsi d’alternanza scuola-lavoro si fondi su un’interpretazione distorta e grossolana della legge. All’articolo 2 del decreto attuativo della riforma Moratti si legge infatti che finalità dell’alternanza è quella di “attuare modalità di apprendimento flessibili e equivalenti sotto il profilo culturale ed educativo”, “arricchire la formazione acquisita nei percorsi scolastici e formativi con l’acquisizione di competenze spendibili anche nel mercato del lavoro”, “favorire l’orientamento dei giovani per valorizzarne le vocazioni personali, gli interessi e gli stili di apprendimento individuali”, “realizzare un organico collegamento delle istituzioni scolastiche e formative con il mondo del lavoro e la società civile”, “correlare l’offerta formativa allo sviluppo culturale, sociale ed economico del territorio”. In altri termini, il legislatore ha immaginato l’alternanza scuola-lavoro non come una forma di lavoro vero, qual è quello di una guida museale, bensì come un momento formativo finalizzato all’estensione di quanto appreso dagli studenti durante i loro percorsi scolastici e volto a garantir loro un primo contatto col mondo del lavoro, al fine d’incanalare con maggior cognizione di causa i loro desiderî e le loro aspirazioni. La formulazione con la legge, tuttavia, si scontra con quanto avviene nella realtà. Spedire ragazzi di diciott’anni a lavorare otto ore al giorno in un museo per guidare il pubblico non arricchisce la loro formazione, non favorisce il loro orientamento, e non rappresenta in alcun modo un collegamento tra scuola e mondo del lavoro, dacché i ragazzi finiscono col sostituire le figure professionali. Del resto, sono i ragazzi stessi ad ammettere come i percorsi da loro condotti abbiano a monte una preparazione sommaria, frettolosa e libresca, che talvolta neppure prevede lo studio in loco delle opere, e in ogni caso risulta lontana anni luce da quella che potrebbe garantire un professionista del settore.

Ne consegue che le conoscenze che i ragazzi acquisiscono durante i loro percorsi di studio vengano piegate a fini meramente utilitaristici, adoperate in maniera strumentale per progetti che, del mondo del lavoro, presentano agli studenti soltanto i suoi lati più oscuri. Non si finirà mai di sottolineare come la scuola debba essere luogo in cui si possa coltivare il pensiero critico: un’ora spesa per far svolgere (male e in maniera approssimativa) a uno studente delle superiori un lavoro che non è di sua competenza, significa sottrarre un’ora alla formazione d’un cittadino consapevole, e obbligare i ragazzi a lavorare gratuitamente otto ore al giorno su attività che non li soddisfano o non sono coerenti con ciò che hanno studiato, equivale a trasformarli in tanti piccoli impiegati frustrati anzitempo. E una scuola che rinuncia a parte del suo ruolo educativo per sottomettersi a logiche più simili a quelle di un’azienda che a quelle d’un luogo di formazione, è una scuola ridotta all’impossibilità d’assolvere alle proprie funzioni basilari. A tutto ciò s’aggiunga il fatto che gli studenti hanno dimostrato d’avere una pessima opinione dell’alternanza scuola-lavoro. Secondo una ricerca condotta dall’Unione degli Studenti, storico sindacato studentesco, il 57% dei ragazzi del campione di studio hanno affermato d’aver affrontato un percorso d’alternanza scuola-lavoro non in linea col proprio corso di studî, il 40% ha rilevato violazioni dei diritti sul luogo di lavoro e il 38% ha dichiarato d’aver dovuto pagare qualcosa per poter affrontare il proprio percorso (non sono rari, per esempio, casi di studenti che hanno dovuto pagare il biglietto del museo in cui avrebbero dovuto svolgere un’attività).

Cosa fare dunque? Nell’attesa che l’alternanza scuola-lavoro venga radicalmente riformata (sono auspicabili, quanto meno, l’abolizione della sua obbligatorietà e l’introduzione di rigidi paletti che possano determinare, per esempio, fino a che punto si possa estendere il contributo dello studente, quali le forme del lavoro che può essere chiamato a svolgere, quali gli orarî), il cambiamento deve giungere dalle scuole: i docenti dovrebbero prendere coscienza di tutti i problemi sorti a seguito dell’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro e riportare quest’istituto nell’alveo del percorso formativo dello studente. I ragazzi, in altri termini, dovrebbero vivere l’alternanza scuola-lavoro come un arricchimento, come un’occasione per sapere come funziona il mondo fuori dalla scuola, come un modo per approfondire quanto appreso sui banchi. I docenti, pertanto, rinuncino ad assecondare le velleità neoliberiste che vorrebbero fare della scuola un’azienda, ed escogitino soluzioni che possano davvero essere utili ai loro alunni. Non si tratta d’una chimera: esistono già valide alternative ai percorsi che conducono i ragazzi a svolgere per otto ore al giorno mestieri per i quali non sono ancora qualificati e per i quali non hanno ancora maturato sufficienti competenze. Per limitarci all’ambito dei musei, si potrebbe citare l’esempio dei Musei Civici di Venezia, che hanno attivato progetti dove gli studenti delle scuole possono offrire la loro collaborazione per varie attività: possono, per esempio, collaborare all’analisi dei documenti della collezione, stare a contatto coi bibliotecari per imparare come si schedano, si conservano e si consultano le collezioni librarie, oppure possono offrire un contributo alla redazione dei testi dedicati al pubblico più giovane, o ancora possono entrare a contatto con i “dietro le quinte” dei musei, accedendo ai depositi e ai laboratori sotto la supervisione del personale scientifico. Ci sono poi realtà dove i ragazzi svolgono attività di help desk e prima accoglienza, in affiancamento agli operatori. In sostanza, si tratta d’attività che non richiedono specifiche competenze pregresse che consentono ai ragazzi di lavorare a contatto coi professionisti, senza sostituirli e prendendo un poco di confidenza con i mestieri del museo, e più in generale con il mondo del lavoro, con i suoi ritmi, con le sue regole, coi diritti e i doveri dei lavoratori. La parola chiave dev’essere “apprendimento”: molti forse lo hanno dimenticato, ma è questa la logica migliore per dar vita a un’alternanza scuola-lavoro che possa essere davvero soddisfacente e che possa offrire ai ragazzi un’esperienza utile e magari anche piacevole.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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