Il senatore Zanda vuole garantire il debito italiano col patrimonio pubblico (musei inclusi). Non ci resta che piangere


Considerazioni sull'idea lanciata ieri dal senatore Luigi Zanda: ipotecare il patrimonio pubblico (inclusi musei teatri) a garanzia del debito.

Il tema del debito pubblico, si sa, da sempre stimola le più fervide creatività, specialmente in tempi di crisi, quando ogni soluzione per ridurre il fardello che grava sugli italiani viene lanciata con la più disinvolta nonchalance, un po’ come quando, al parco, si dà il granturco ai piccioni. L’ultimo creativo è l’avvocato Luigi Zanda, senatore del Pd, che ieri, in un’intervista concessa a Repubblica, è partito da una constatazione: per aiutare il commercio e l’industria a riprendersi dall’emergenza sanitaria, occorreranno tanti soldi, e per trovare questi denari l’Italia dovrà fare debito. Su come ripagarlo, l’avvocato Zanda non ha dubbî: “per far fronte al nostro fabbisogno straordinario senza far esplodere il debito pubblico potremmo dare in garanzia il patrimonio immobiliare di proprietà statale, almeno per la parte costituita dagli edifici che ospitano uffici, sedi delle grandi istituzioni, ministeri, teatri, musei... è una vecchia tesi che può tornare attuale”. Si tratterebbe di “garanzia” e non di “vendita”, spiega Zanda, che nell’elenco dei beni da ipotecare (per un controvalore di 60 miliardi di euro) include anche Montecitorio o Palazzo Chigi (Palazzo Madama sembrerebbe di no: così se l’Italia dovesse risultare insolvente, lui potrà continuare a riunirsi nell’aula consueta, e i suoi colleghi deputati dovranno invece organizzarsi per trasferire le sedute in qualche baretto in via del Corso, e il governo cercherà un fondo sfitto in galleria Alberto Sordi), e poi spiagge, porti, aeroporti. Sui monumenti, Zanda appare più scettico: no a Colosseo e Fontana di Trevi, perché “non siamo in un film di Totò”, anche se sarebbe “meglio dare in garanzia i nostri immobili pubblici anziché affidarsi alla Troika”.

Al di là di tutte le noiose implicazioni culturali che il progetto di Zanda comporta (in linea teorica potremmo anche completamente disinteressarci del fatto che il valore immateriale del patrimonio che l’avvocato vorrebbe ipotecare sia di gran lunga superiore a quello materiale: probabilmente ai creditori interesserebbe poco), e al di là del fatto che si può tranquillamente essere grandi fan dell’esperienza greca se si tratta di mettere sul piatto anche le infrastrutture strategiche, per limitarsi a esaminare la sua idea guardando solo ai beni culturali ci sarebbe da fargli notare che c’è un piccolo intralcio che si chiama Costituzione: in questo testo è stabilito che la tutela del patrimonio storico e artistico della nazione è in capo alla Repubblica, e di conseguenza, se anche si vendesse il contenitore, le spese per mantenere in ordine il contenuto spetterebbero comunque allo Stato, e i vantaggi economici di un’operazione come quella da lui auspicata sarebbero risibili.

I limiti dell’operazione di Zanda sono, in sostanza, gli scarsi benefici che se ne trarrebbero, e il suo orizzonte limitato: una volta che un museo si vende, ci si limita a incassare ma non si dispone più del bene. E allora, ci piacerebbe suggerire all’avvocato qualche soluzione alternativa. Non certo operazioni gravose, lunghe e faticose (per esempio, che so, un serio piano di contrasto all’evasione fiscale, che secondo l’ultima Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contribuitva del Mef ammonta, per l’ultimo anno per cui sono disponibili i dati, ovvero il 2017, a 109 miliardi di euro: e poi, dato che vogliamo “tornare alla normalità”, mica vorremo disincentivare le vecchie abitudini?), ma un progetto di affitti a lungo termine e promozione turistica da attuare subito.

Partiamo dal Colosseo: Zanda, giustamente, dice che non si può vendere. Possiamo però concederlo in locazione a un qualche regista hollywoodiano per il sequel de Il Gladiatore, dato che è ormai passata una ventina d’anni dalla pellicola con Russel Crowe e il pubblico è pronto per il bis. I romani saranno obbligati a vestirsi da centurione e a garantire almeno cinque selfie al giorno coi turisti (per i proventi sarà aperto un conto corrente dedicato). Gli abusivi rumeni, se dovessero protestare perché rimarranno disoccupati, saranno rispediti nell’antica Dacia: tanto i romani stavano anche là. Terminate le riprese, soluzione due: ristrutturare il Colosseo (c’era già chi voleva dotarlo di velarium, ma perché limitarsi? Restituiamo al monumento “il suo antico splendore”, come recitano i comunicati stampa dei poveri di lessico e fantasia) e lo affittiamo a James Pallotta che lo trasformerà nel nuovo stadio della Roma. Anche la Fontana di Trevi non sarà venduta: diventerà una piscina dove si potrà serenamente fare un tuffo dietro pagamento di un biglietto di cinque euro (se l’esperimento dovesse funzionare, sarà esteso a tutte le fontane italiane).

Per Milano il problema non si pone: nel cda della Scala sono già entrati gli arabi, quindi, visto che sicuramente ci prenderanno gusto (anche perché le palme in piazza Duomo ci sono già: al limite ci aggiungeranno un cammello o un dromedario), potremmo affittare tutta la città a qualche sceicco che, al grido di “jihad e fatturato”, imporrà a tutti, da Beppe Sala in giù, l’utilizzo di kandura e turbante (ma rigorosamente firmati Armani), tirerà su un grattacielo vicino alla Pinacoteca di Brera, e farà sottostare il rito dell’aperitivo alla sharia (quindi no spritz e prosecco, si potranno bere solo frullato di datteri e acqua fresca).

Venezia e Firenze potrebbero essere invece concesse alla Disney che creerà due enormi parchi a tema sul Rinascimento. I centri storici sono già preda della gentrification più abietta, quindi cacciare gli ultimi abitanti non sarà difficile. Lo stesso potremmo fare con i centri dell’Appennino umbro-marchigiano colpiti dalle recenti calamità naturali: un grande parco a tema medievale che vada dall’Aquila a Macerata passando per Visso, Arquata del Tronto, Castelsantangelo sul Nera e altri borghi. Che hanno però il problema dello spopolamento e si troverebbero dunque nell’impossibilità di garantire forza lavoro: suggeriamo allora di prendere un adeguato numero d’immigrati dal Cpt di Pozzallo e di travestirli da figuranti in calzamaglia attillata à la Benigni e Troisi in Non ci resta che piangere per allietare il pubblico. La Sicilia, peraltro, potrebbe diventare un grande zoo-safari: potremmo importare qualche animale dall’Africa, per esempio bufali, ippopotami, zebre o elefanti (i leoni no, ché poi sbranano i siciliani), e gli immigrati che avanzano da Pozzallo li disseminiamo per tutta la regione in modo da sistemarli in un habitat più vicino possibile a quello a loro familiare, e al contempo per allestire un ambiente più realistico per i turisti. Così, in un colpo solo, avremmo risolto anche il problema dell’immigrazione. Ovviamente mettiamo il divieto di sparare all’africano, ché magari a un placido sessantenne di Amburgo gli sale l’accesso di revival colonialista, gli viene da immedesimarsi nel generale Lothar alla guerra contro gli herero, e finisce col decimarci la manodopera.

Massimo Troisi e Roberto Benigni in Non ci resta che piangere
Massimo Troisi e Roberto Benigni in Non ci resta che piangere

Quanto alle opere dei musei, il David di Michelangelo, la Venere di Botticelli, il Bacco di Caravaggio e altri capolavori noti anche agli analfabeti ovviamente continuerebbero a rimanere di proprietà pubblica (anche perché se il pensionato del Wisconsin in arrivo a Firenze non dovesse trovare la Primavera probabilmente avrebbe di che obiettare, e non vogliamo arrecare danni d’immagine all’Italia). Anzi, ne va incentivata l’esposizione: il David potrebbe partire per un tour mondiale nei palasport di tutto il mondo (gli s’abbina un concerto di Lady Gaga o di qualche altra star del pop). E qui potremmo chiedere una consulenza al direttore del Museo Nazionale di Capodimonte, Sylvain Bellenger, ovvero uno che a spedire pacchi di opere in giro per il globo è già abituato, e non avrebbe problemi a inventare soluzioni creative. Per l’Uomo vitruviano bisogna eliminare il vincolo del riposo forzato, e si propone un’esposizione permanente, anche se è un disegno (se si dovesse deteriorare, si chiama un restauratore che lo ridisegna daccapo). Nei nostri musei ci sono poi un sacco di opere di pittori e scultori poco noti ai più, come Bernardo Strozzi, Domenico Fiasella, Jacopo del Sellaio, Giulio Campi, Battistello Caracciolo e altri artisti sfigati: se qualche loro opera mancasse da un museo di Sarzana o di Cremona non se ne accorgerebbe nessuno, quindi suggeriamo di creare un fondo ad hoc e venderle all’asta, così finalmente di questi quadri potrebbe godere qualche vero amatore (un finanziere arabo che sovvenziona il terrorismo internazionale, un malavitoso che non avrebbe problemi a piazzare un quadro del Grechetto sopra a una pantera dorata a grandezza naturale, o un trafficante che deve possedere la titolarità d’un’opera per riciclare i proventi della vendita delle pasticche di MDMA ai sedicenni di cui poi si prenderà cura il sistema sanitario nazionale).

Per la Sardegna, terra d’origine del senatore Zanda, la soluzione è a portata di mano: la affittiamo a qualche multinazionale dei villaggi vacanze per creare un enorme Aqualand, con escursioni nell’entroterra da organizzare su quad o mezzi simili. Per quanto riguarda il senatore Zanda, potremmo farlo travestire da issohadores del carnevale di Mamoiada, e lo mettiamo a suonare le launeddas all’aeroporto di Elmas per intrattenere i turisti in arrivo sull’isola. In alternativa può esibirsi nel cantu a chiterra, di cui magari è un abile interprete. Probabilmente gli riesce meglio che trovare soluzioni al problema del debito pubblico.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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