Prestiti scellerati: il Museo Nazionale di Capodimonte perde per quattro mesi i suoi gioielli. Caravaggio incluso


Il Museo Nazionale di Capodimonte spedisce per quattro mesi i gioielli della sua collezione negli Stati Uniti. Ma qual è l'idea di museo del suo direttore?!

Mentre in queste ore si litiga per il prestito di un’opera di Raffaello, il Ritratto di Leone X che lascerà temporaneamente gli Uffizi per raggiungere Roma, dove sarà esposto alla maximostra sull’Urbinate per il cinquecentenario della scomparsa, Napoli è teatro d’un accadimento che meriterebbe passioni ben più incendiarie e animi infinitamente più accalorati di quelli che stanno alimentando il dibattito attorno a Raffaello: il Museo Nazionale di Capodimonte ha spedito in Texas non uno, non due, non tre e neanche dieci capolavori della sua collezione, ma una quarantina di pezzi, già partiti alla volta degli States per essere esposti in una mostra al Kimbell Art Museum di Fort Worth, intitolata Flesh and Blood. Italian Masterpieces from the Capodimonte Museum. Le ragioni scientifiche del progetto? Non pervenute! Col consueto sbrodolio di superlativi, l’evento è presentato dal museo texano come “un incredibile raduno di dipinti” che consentirà al fortunato visitatore di compiere “un viaggio attraverso le più significative conquiste artistiche della pittura italiana del Rinascimento e del Barocco” e di farsi “catturare dai più grandi talenti del XVI e del XVII secolo”.

Ovviamente nessuna idea che non sia quella di spostare in blocco da Napoli a Fort Worth tre dozzine abbondanti di capolavori, quasi fossero pacchi postali, con buona pace di quello che Francis Haskell ha scritto e riscritto nei suoi testi sulle ragioni che dovrebbero sostenere una mostra. A leggere l’elenco delle opere che lasceranno per tre mesi il museo, c’è da farsi prendere da forti convulsioni: la Flagellazione di Caravaggio, la Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi, l’Antea del Parmigianino, la Danae di Tiziano, l’Atalanta e Ippomene di Guido Reni, la Pietà di Annibale Carracci, il San Girolamo e il Sileno ebbro di José de Ribera, e poi il meglio della scuola napoletana del Seicento, da Battistello Caracciolo a Massimo Stanzione passando per Bernardo Cavallino. Un’emorragia mesta e grave nel silenzio più totale. Un viaggiatore che, dal 1° marzo al 14 giugno (questa la durata della mostra del Kimbell), abbia voglia di recarsi al Museo Nazionale di Capodimonte, lo troverà desolatamente privo dei suoi gioielli. Di quei dipinti che chiunque s’aspetterebbe di trovare andando a visitarlo, quelli che sono riprodotti su migliaia di guide turistiche, dépliant pubblicitarî, riviste, giornali che decantano le meraviglie della collezione partenopea.

Ma non è tutto: non è questa la prima volta che il Museo di Capodimonte si priva di alcuni dei suoi dipinti più noti e considerevoli. Una selezione del tutto simile a quella che sarà esposta a Fort Worth aveva già abbandonato le sale di Capodimonte per essere esposta a Seattle, dal 17 ottobre 2019 al 26 gennaio 2020, in una mostra con lo stesso titolo di quella texana. Mancava Caravaggio, ma c’era Raffaello, c’erano Guido Reni, c’era Artemisia Gentileschi, c’era il Parmigianino, c’era Lorenzo Lotto, c’erano i caravaggeschi. È sufficiente scorrere l’elenco delle opere in prestito per rendersi conto di come l’istituto si sia dissanguato, e continui imperterrito nei suoi propositi. Anche allora, stesso copione: decine di opere d’arte dall’Italia agli USA senza che nessuno abbia detto niente. E i rischi connessi ai trasporti? E l’equilibrio e l’unitarietà della collezione? E il pubblico napoletano (oltre che i turisti stranieri) privati della possibilità di visitare interamente uno dei musei più importanti d’Italia?

Michelangelo Merisi, Flagellazione di Cristo (1607; olio su tela, 286 x 213 cm, Napoli, Museo di Capodimonte)
Michelangelo Merisi, Flagellazione di Cristo (1607; olio su tela, 286 x 213 cm; Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte, in deposito dalla chiesa di San Domenico, proprietà del Fondo Edifici di Culto - Ministero dell’Interno)


Guido Reni, Atalanta e Ippomene (1620-1625 circa; olio su tela, 192 x 164 cm; Napoli, Museo di Capodimonte)
Guido Reni, Atalanta e Ippomene (1620-1625 circa; olio su tela, 192 x 164 cm; Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte)


Tiziano, Danae (1545 circa; olio su tela, 120 x 172 cm; Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte)
Tiziano, Danae (1545 circa; olio su tela, 120 x 172 cm; Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte)


Parmigianino, Antea (1530 circa; olio su tela, 135 x 88; Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte)
Parmigianino, Antea (1530 circa; olio su tela, 135 x 88; Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte)

Tutto questo, peraltro, avviene senza che il museo e il suo direttore Sylvain Bellenger spendano una singola riga per fornire delle motivazioni (che ovviamente attendiamo trepidanti: il pubblico ha il diritto di sapere, fin nel più minuto dettaglio, a cosa è dovuta un’operazione del genere). Ci si potrebbe aspettare che il museo chiuda per riallestimenti o per restauri, e allora la partenza in blocco delle perle della raccolta potrebbe apparire un poco più giustificabile. Ma Capodimonte risulta regolarmente aperto alle visite. L’unico avviso che compare nella home page del sito del museo, sotto al grosso banner che pubblicizza la mostra di Fort Worth, è quello che informa i visitatori dell’assenza della Flagellazione di Caravaggio a partire dal 20 febbraio. E subito dopo si legge un’altra informativa che, simpaticamente, avverte che “la grave carenza di personale, ora non solo amministrativo ma anche scientifico, espone Capodimonte nel 2020 alla più grande crisi della sua storia”, e che i dipendenti, nonostante gli ostacoli, si attivano “con orgoglio e passione per portare avanti ogni giorno” il loro lavoro. E dunque, a una situazione di carenza d’organico, si risponde inviando i capolavori più importanti in tour in giro per il mondo? Ma che razza di pubblicità è, per il museo, accogliere i visitatori senza mostrar loro le opere per le quali forse si sono addirittura messi in viaggio per Napoli? Che immagine si darà dell’istituto e della città, quando, per ben quattro mesi, ogni singola persona che varcherà l’ingresso del museo dovrà sentirsi rispondere dagli addetti alle visite che la Flagellazione, l’Antea, la Danae, l’Atalanta e Ippomene, capi d’opera stampati su tutti i libri e i manuali di storia dell’arte, sono finiti dall’altra parte dell’oceano per una mostra il cui unico scopo è... far vedere opere del Museo Nazionale di Capodimonte? Il rimedio alla “più grande crisi della storia” del Museo Nazionale di Capodimonte è una tournée dei pezzi più importanti della collezione? E se c’è una contropartita (è del resto inimmaginabile che Capodimonte non abbia negoziato qualche benefit in cambio), quanto sarà mai grande e importante da dover esser ricambiata con l’assenza di quaranta opere per così tanto tempo?

Ovviamente la nostra posizione non è animata da una contrarietà a prescindere: se l’Antea partisse per una bella mostra sul Parmigianino finalizzata ad accrescere le conoscenze sul pittore emiliano, non ci sarebbe niente da dire. Se le opere di Ribera venissero spedite oltreconfine per una seria e ragionata mostra sul barocco napoletano, poco ci sarebbe da obiettare. Lo stesso si può dire per quando Capodimonte ha inviato diversi lavori di Luca Giordano a Parigi, per la grande mostra sul pittore napoletano tenutasi al Petit Palais: il livello della mostra era elevato e l’occasione giustificava la temporanea privazione. Qui però sembrerebbe non esserci ragione che tenga: una selezione raccogliticcia che, almeno a leggere dalla presentazione sul sito del Kimbell, vorrebbe tenere assieme il tema del collezionismo farnesiano e quello del barocco locale. Che è come dire tutto e niente: sembra quasi una scusa messa in campo semplicemente per dare una minima parvenza di legittimità a un’operazione che somiglia più al best of di un gruppo rock che a un progetto scientifico (e non è un’impressione: sul sito della mostra di Seattle compariva davvero la dicitura “The best of the best”). Il problema è che, per i gruppi rock, solitamente le compilation vengono pubblicate quando le band sono a corto d’idee. Dobbiamo immaginare che anche Sylvain Bellenger non abbia idee migliori? O che pensi di ricavare una buona pubblicità spostando le opere della raccolta che è chiamato a custodire, a tutelare e a valorizzare? E come la si può valorizzare una collezione, se i pezzi migliori vengono spostati qua e là a danno di chi vorrebbe visitare Capodimonte ammirando non dico la collezione nella sua totale integrità, ma almeno quei dieci o dodici capolavori che magari per tanti valgono una visita?

Ci sarebbe poi da discutere anche sulla trasparenza dell’operazione. Nella sezione dei comunicati sulla pagina dell’ufficio stampa di Capodimonte non si trova niente sulla mostra di Seattle, e per quella di Fort Worth c’è solo un comunicato del museo americano. Sulla stampa nazionale non è uscito alcunché o, se è qualcosa è uscito, è passato talmente sotto traccia che nessuno se n’è accorto. Ci dica, Sylvain Bellenger, se vorrà essere ricordato come il direttore che spediva allegramente i capolavori della collezione di Capodimonte in America spogliando il suo museo. Ci faccia sapere, il direttore di Capodimonte, se ci sono dei motivi validi e razionali che possano farci cambiare idea su una così lunga assenza di opere tanto importanti. Provi, il direttore di Capodimonte, a immedesimarsi nei panni di un visitatore del suo museo, e si domandi se è normale e ragionevole svuotarlo in questo modo. Ci dica, infine, se secondo lui il museo è un’azienda di logistica, o se è quell’“istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società, e del suo sviluppo, aperta al pubblico” che l’ICOM ha stabilito da definizione nel 2007.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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1. lorenzo barbato in data 28/02/2020, 12:36:47

Io credo che sia appunto dal 1929 che non si vedeva un simile esodo di capolavori da un istituto museale italiano:una iniziativa che non puo' essere supportata da alcuna giustificazione e che ha snaturato totalmente l'identita' del museo stesso.Si tratta di un vero e proprio abuso di chi lo dirige nei confronti del pubblico (pagante),che varchera' la soglia del museo ignorando di dovesi aspettare una esperienza fortemente limitativa e inesorabilmente deludente.Um museo non si compone certo di soli capolavori:ma si puo' tollerare la dipartita di un numero di essi proporzionato alle dimensioni della raccolta ed alla serieta' dell'evento a cui dovranno contribuire (oltre ovviamente alla sicurezza dettata dalle condizioni dell'opera stessa).In questo caso mancano entrambi i presupposti,essendo letteralmente una rapina e per fomentare una inutile passerella che non aggiungera' niente in contributi scientifici e culturali.



2. GIORGIO DEGLI ABBATI in data 28/02/2020, 14:08:04

Sono assolutamente d'accordo con l'Autore dell'articolo, anche perchè dal titolo della mostra di Fort Worth, "Carne e Sangue........etc.... ", sembrerebbe più una spettacolarizzazione dei contenuti dei quadri (tipico degli americani, ancora con la cultura della....frontiera...) che una reale disamina delle tematiche pertinenti i periodi artistici riguardanti le opere "trasferite". Se non erri, il museo texano dovrebbe avere anche altre opere italiane che si guarda bene dal "prestare" a terzi. Soprattutto, essendo il patrimonio artistico comune a tutta l'umanità, decisioni del genere dovrebbero essere assunte collegialmente anche a livello nazionale e non limitatamente alla competenza del museo in particolare.



3. Deanna Bellini in data 28/02/2020, 15:13:47

L'articolo è molto opportuno oltre che completamente condivisibile.Si può aggiungere una considerazione sulla esigenza di usare il nostro patrimonio culturale anche come risorsa economica per lo sviluppo del settore turistico.Quel direttore lavora per mandare la gente a Fort Worth anziché a Napoli?In questo caso dovrebbe andare là a prendere lo stipendio.Deanna Bellini



4. Stefano Armellin in data 28/02/2020, 16:44:23

VERAMENTE SCANDALOSO concordo perfettamente con l'analisi di Federico Giannini, scrivo da Pompei e posso aggiungere che il sito del MADRE riporta ancora il nome del vecchio direttore e il tel. della segreteria non corrisponde a quello del Museo ! Se posso citarmi la mia mostra VESUVIO forse la maggiore di sempre sul tema é proposta in Veneto perché in zona vesuviana nessuno é disponibile !
Stefano Armellin
https://armellin.blogspot.com



5. Tiziana Ferrari in data 29/02/2020, 00:10:17

Complimenti concordo pienamente, Bellenger deve essere impazzito.. il nostro Ministro Franceschini dovrebbe intervenire...il danno al nostro museo è evidente.




6. Rita Carta Manias - Londra in data 29/02/2020, 08:28:47

La capacita' direttiva del Museo sembra dimostrare incompetenza e irresponsabilita' nella protezione dei beni artistici a loro affidati. Il Ministero dei Beni Culturali se ha approvato questo progetto e' agli stessi livelli. Inoltre non sembrano preoccuparsi ulteriormente di informare I cittadini delle loro decisioni sul patrimonio publico. A mio parere non sono in grado di gestire e proteggere I Beni a loro affidati e pertanto dovrebbero dimettersi e rimediare al danno fatto.



7. Elisa in data 29/02/2020, 18:23:41

Sono d'accordo con l'autore Giannini e mi domando:perché affidare un museo a chi non possiede la minima idea di museo? Perché affidare i beni culturali a chi non ha la minima idea?



8. ermanno guida in data 01/03/2020, 17:55:36

Condividiamo appieno i contenuti, i toni e le argomentazioni di denuncia del Direttore, tanto giuste, quanto appropriate. Non è ammissibile che siffatte operazioni siano consentite dalle istituzioni di governo nazionale e cittadino, che siano condivise da comitati scientifici, da funzionari e quant’altri, senza alcuna opposizione, senza che nessun giornale, seppure nella cronaca cittadina, ne rilevasse il grave danno d’immagine e non solo che si arreca alla visibilità del Museo e della Città. Dove sono i tanti intellettuali premurosi custodi delle sorti della beneamata città? Tanto fece discutere, tempo addietro, la opportunità o meno del trasferimento del Caravaggio dal Pio Monte della Misericordia a Capodimonte nella circostanza della mostra monografica chiusa lo scorso luglio, prima che qualcuno rinsavisse ponendo fine all’irresponsabile e inutile trasferimento. Per un Raffaello da spostare per duecentosettanta chilometri si è dimesso l’intero comitato scientifico, qui nulla accade e nessuno protesta. E poi ancora, e non è semplice questione di punti di vista, come è possibile che si possa aderire ad una mostra con siffatta titolazione: “carne e sangue”. Avrà anche una nobile sottotitolazione, ma l’impatto è semplicemente stupefacente, tanto quanto l’uso dell’espressione di “mercato dell’arte”.
Non è condivisibile tutto ciò, al pari (ci sia consentita la digressione) della attuale perdita della identità museologica e museografica che attraversa da qualche tempo il museo napoletano, troppo frequentemente alterato dalla presenza ingombrante di più o meno occasionali mostre che ne limitano e interferiscono malamente con la la fluidità del percorso di visita, mai assecondato da una corretta comunicazione di orientamento e informativa, con didascalie illeggibili a dispregio del ruolo statutario del Museo come luogo della formazione e della educazione al buon gusto. Al riguardo (è un suggerimento) sarebbe auspicabile rimuovere dai balconi del primo piano quelle orribili silhouette di personaggi, porcellane e quant’altro che invitano a quella mostra (non censurata da alcuno) espressione di quel folklore retrivo che non accettiamo e del quale non ne abbiamo proprio bisogno.
ermanno guida




9. Patrizia Di Maggio in data 02/03/2020, 10:26:02

Ormai non ci sono più parole, la situazione dei beni culturali, e segnatamente dei musei, è veramente penosa e sconfortante e, quel che è più grave, le decisioni dei singoli direttori/soprintendenti mostrano l'assenza di qualsiasi forma di condivisione progettuale, con lo staff e all'interno del panorama culturale generale. Forse era proprio questo il perverso disegno delle varie riforme e 'riformette' degli ultimi anni. Che fare? non ho risposte, la mia fantasia è dl tutto esaurita…




10. Gabriele - Urbino in data 02/03/2020, 19:07:12

Visto che i 'magadirettori' erano sati creati da Franceschini per 'far rendere' economicamente i Musei penso (sarebbe da verificare) che questi mega-prestiti in America siano purtroppo dietro pagamento di una grossa cifra. Niente di più facile per fare soldi (oltre a matrimoni, eventi, ecc.). Un grande Museo starniero paragonabile a Capodimonte l'avrebbe mai fatto?... Ma il sostanziale silenzio dell'Istituzione fa pensare che sotto sotto qualcuno in realtà si vergogni...se no perché fare tutto in sordina?



11. Paolo da Parma in data 09/03/2020, 12:45:44

Condivido in toto l’articolo di Giannini. Da parte mia ho provato solo indignazione e rabbia nello scoprire, dopo un viaggio da Parma a Napoli lo scorso dicembre, questa bella sorpresa. Insieme alla intollerabile sensazione di impotenza. Ora spero solo che qualcuno si muova per riuscire a cacciare a pedate questo direttore manifestamente incapace.



12. FRANCO TRAVAGLINO in data 10/03/2020, 17:45:22

Dovevamo proprio importarlo dall'estero, questo campione? O forse proprio perché è "prestato" all'Italia, non sente come proprio ciò che dovrebbe custodire?
L'idea del museificio va avanti, il ministro Franceschini sarà felice di questa "promozione dell'immagine dell'italia nel mondo".
A quando i "musei vaticani in 45 minuti" offerta speciale? Già abbiamo la Borghese in due ore...




13. dfd in data 12/03/2020, 14:59:00

Un eccellente ministro come Bonisoli è stato rimosso per ripristinare un ineffabile franceschini, che evidentemente doveva finire lo scempio a suo tempo già colminciato.



14. Mario Micheletti in data 22/03/2020, 17:44:15

E’ ovvio che il direttore del Museo di Capodimonte ha voluto difendere i quadri dal contagio del corona virus inviandoli il più lontano possibile in America,







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