A saucerful of colors: recensione della mostra del Prof. Bad Trip


Recensione della mostra 'A saucerful of colors' dedicata all'opera di Gianluca Lerici, alias il Prof. Bad Trip

Articolo originariamente pubblicato su culturainrivera.it

Sì, avete ragione: non ha molto senso scrivere la recensione di una mostra dopo la chiusura e perciò quando non è più possibile andarla a visitare. Colpa mia che sono andato a vederla in modo approfondito proprio negli ultimi giorni, e che non ho trovato il tempo di scrivere qualcosa prima. Le mostre, si sa, sono creature effimere: non sono come film che possiamo vedere anche dopo l’uscita dalla programmazione dei cinema, e se vogliamo non sono neanche come pièce teatrali per le quali spesso sopravvivono accurate registrazioni. No, una volta che una mostra chiude non ne rimane che il ricordo: quindi vorrete perdonare se questo articoletto assumerà più la forma del ricordo di ciò che la mostra ha voluto essere e soprattutto degli argomenti che ha voluto divulgare, oltre che la forma di un lungo invito ad addentrarsi nei meandri dell’arte del protagonista.

Gianluca Lerici (La Spezia, 1963 – 2006), noto soprattutto con il suo soprannome, Prof. Bad Trip, è stato in grado di mettere d’accordo tutti: nelle sale della Teké Gallery di Carrara abbiamo visto aggirarsi individui compitamente agghindati mescolati a punk e frequentatori di centri sociali, tutti appositamente giunti per celebrare, nel decimo anno della scomparsa, un personaggio che della controcultura underground è sempre stato un punto di riferimento importante. Sarà anche perché la mostra ha avuto uno spiccato orientamento divulgativo: ovviamente non ai livelli delle esposizioni delle grandi gallerie nelle grandi città (e data anche la disparità dei mezzi non avrebbe potuto essere diversamente), ma sicuramente la mostra A saucerful of colors, quanto a capacità di divulgare, di raggiungere il pubblico in modo diretto e di farsi carico di intenti, se vogliamo, anche didattici, ha battuto (e per distacco) tutte le mostre ufficiali di Marble Weeks messe insieme: speriamo che qualcuno dell’amministrazione abbia visitato e preso nota. Le mostre di Marble Weeks sono eventi per lo più di grande qualità, come ho già avuto modo di scrivere: ma se il loro apparato divulgativo fosse stato anche solo simile a quello di A saucerful of colors, probabilmente il successo di pubblico sarebbe stato di gran lunga maggiore.

Ma parliamo delle opere. La carica eversiva dell’arte del Prof. Bad Trip è rappresentata soprattutto dai colori: tonalità piene, colori forti e violenti, colori elettrici e visionari che colpiscono e travolgono l’osservatore accompagnandolo, anche se solo per finta, attraverso quello stato di alterazione psico-fisica tipico dei trip da acido ai quali fa riferimento lo stesso soprannome scelto da Gianluca Lerici. Con l’aggiunta dell’apposizione “Professore” (perché per qualche tempo insegnò in un liceo privato a Spezia) e dell’aggettivo bad, a indicare il lato più negativo dell’esperienza lisergica: “bad trip perché… sono abbastanza un distopico, sono rimasto bruciato dall’esperienza degli anni Ottanta, da un certo tipo di musica e letteratura pessimista sul futuro” e perché “la realtà sociale in cui viviamo non è che sia troppo divertente”, come ebbe a dichiarare nel 1993 in un’intervista facilmente reperibile su YouTube. Le visioni assumono varie forme: c’è un Acquario psicotropo dove un inquietante pesce nuota tra acque verdastre e anemoni con tentacoli che paiono volerlo afferrare. Ci sono Fiori acidi che paiono uscire direttamente da allucinate apparizioni. Non possono mancare viaggi interstellari, tra comete, asteroidi, astronavi e mostri spaziali. E per rendere le opere ancora più allucinanti, l’organizzazione della mostra metteva a disposizione occhialini 3D anaglifici per avvicinarsi il più possibile alle visioni da acido: colori che cambiano e si mescolano, linee che ballano, visuale disturbata.

Prof. Bad Trip, "Acquario Psicotropo" (2001; acrilico su tela, 100 x 50 cm)
Prof. Bad Trip, “Acquario Psicotropo” (2001; acrilico su tela, 100 x 50 cm)


Prof. Bad Trip, "Bad Eye" (1995; acrilico su tela, 147 x 95 cm)
Prof. Bad Trip, “Bad Eye” (1995; acrilico su tela, 147 x 95 cm)


Prof. Bad Trip, "Fiore acido IV" (2006; acrilico su tela, 50 x 70 cm
Prof. Bad Trip, "Fiore acido IV" (2006; acrilico su tela, 50 x 70 cm


Prof. Bad Trip, "Trittico Space" (2001; tre acrilici su tela, 50 x 100 cm
Prof. Bad Trip, “Trittico Space” (2001; tre acrilici su tela, 50 x 100 cm


C’è però anche un forte attaccamento alla realtà nell’arte di Gianluca Lerici, un attaccamento alla realtà che si esprime sotto forma di una critica sociale forte, diretta e che prende stabilmente posizione (benché il Professore parlasse di una posizione poetica, più che di una posizione politica). È stato il professore stesso a dichiarare, nella cosiddetta “Intervista apocalittica” rilasciata all’artista e critico musicale Vittore Baroni e pubblicata postuma nel catalogo della mostra, quali siano gli “ingredienti” che hanno formato il suo modo di vedere la realtà: “arte tribale di ogni epoca; storia delle idee cosiddette utopiche, da Proudon, Bakunin, Marx ai giorni nostri; dadaismo ed espressionismo; arte pre-colombiana; letteratura distopica: George Orwell, Aldous Huxley e Ray Bradbury; letteratura sperimentale, allucinata e pre-cyber (William S. Burroughs, J.G. Ballard e Philip K. Dick); patafisica, da Alfred Jarry alla Chiesa del SubGenio; art brut; cinema libertario, da Luis Buñuel a Stanley Kubrick; cinema fanta-psycho (Ridley Scott, David Cronenberg, John Carpenter)”.

L’omaggio forse più diretto in mostra alle sue idee è il Ritratto di Gogliardo Fiaschi, l’anarchico, il partigiano che combatté contro i fascisti in Italia durante la Resistenza e in Spagna durante il franchismo organizzando un attentato poi fallito contro il Caudillo, e il fondatore del Circolo Culturale Anarchico di Carrara. Lerici lo ritrae con lo sguardo fiero che punta dritto gli occhi dell’osservatore, con la cravatta alla lavallière al collo, e con un cuore e una “A” cerchiata negli angoli superiori della composizione. Un ritratto che è un chiaro omaggio all’anarchia, ma anche alla città di Carrara a cui Gianluca Lerici fu intimamente legato: è qui che frequentò prima il Liceo Artistico e poi l’Accademia di Belle Arti, dove si diplomò nel 1988, è qui che negli anni Novanta aprì un laboratorio dove venivano stampate le sue serigrafie, è qui che lo si poteva vedere mentre frequentava il Circolo Culturale, o le feste anarchiche. Frequentazioni che, tra l’altro, fornivano al Professore spunti per la sua arte: alcuni dei personaggi che incontrava ai concerti, nei circoli anarchici, nei locali, diventano protagonisti di un poster, Amarcord ’80, tra le opere più interessanti presenti in mostra. Perché capace di rievocare un’epoca e soprattutto una scena della quale molti dei visitatori della mostra (noi inclusi) hanno solo potuto sentir parlare da chi c’era, per meri limiti anagrafici.

Prof. Bad Trip, Ritratto di Gogliardo Fiaschi (serigrafia, 20 x 30 cm; collezione privata)
Prof. Bad Trip, Ritratto di Gogliardo Fiaschi (serigrafia, 20 x 30 cm; collezione privata)


Prof. Bad Trip, "Amarcord '80"
Prof. Bad Trip, “Amarcord ’80”


Per chi non c’era, non rimane che osservare le opere, e magari ascoltare le testimonianze di chi ha conosciuto il Professore e ha vissuto con lui lo stesso periodo con tutto il suo carico di angosce ma, allo stesso tempo, anche di positività, perché comunque Gianluca Lerici aveva una visione sostanzialmente positiva del futuro: “ogni artista pop-underground è come un’amanita muscaria, rilascia spore culturali pronte a rifiorire magari ad anni o a chilometri di distanza”. Si diceva che la produzione del Prof. Bad Trip è fortemente radicata nella realtà. Molte sue opere raffigurano incubi ricorrenti della società, a cominciare da quello forse più frequente nella sua arte, quello della tecnologia fuori controllo che prende la forma di minacciosi robot, ma anche quello di uno Stato opprimente pronto a condizionare le persone attraverso l’uso distorto di quelli che dovrebbero essere i tutori dell’ordine: in tal senso potentissima è Greetings from Genova, opera in cui, sullo sfondo di fiamme rosse, un celerino è rappresentato come una specie di grosso insetto-robot armato di tutto punto e con una maschera che gli copre interamente il volto a celarne l’identità (ovvio il riferimento ai poliziotti torturatori che nei giorni del G8 del 2001 si accanirono con indicibile, inutile e vile violenza su decine di ragazzi tra Albaro, alla scuola Diaz, e Bolzaneto, e che sono rimasti sostanzialmente impuniti: il dipinto risale all’anno successivo). Queste visioni vengono espresse con ogni sorta di mezzo e di tecnica: dipinti, sculture, stampe, fumetti, ma anche t-shirt e francobolli.

Prof. Bad Trip, "Greetings from Genova" (2002; acrilico su tela, 40 x 80 cm)
Prof. Bad Trip, “Greetings from Genova” (2002; acrilico su tela, 40 x 80 cm)


Prof. Bad Trip, "Robota II" (2001; acrilico su tela, 50 x 100 cm
Prof. Bad Trip, “Robota II” (2001; acrilico su tela, 50 x 100 cm


Prof. Bad Trip, "Robota" (2003; cinque acrilici su tela, 50 x 50 cm ognuno)
Prof. Bad Trip, “Robota” (2003; cinque acrilici su tela, 50 x 50 cm ognuno)


Prof. Bad Trip, "Lego Robot" (2004; mattoncini lego, 22x24x21 cm)
Prof. Bad Trip, “Lego Robot” (2004; mattoncini lego, 22x24x21 cm)


Il tutto con uno stile che affonda le radici nell’arte psichedelica ma che guarda anche alla pop art, al surrealismo pop di Tod Schorr e Joe Coleman, ai fumettisti contemporanei (come Charles Burns e Savage Pencil), al graffitismo (su tutti, il nome di riferimento è quello di Keith Haring, al quale peraltro il Professore è stato spesso accostato, benché l’artista spezzino fosse più disincantato del collega americano). Tutte esperienze che si fondono nell’arte del Prof. Bad Trip dando vita a opere che probabilmente non hanno eguali in Italia, all’interno della cultura underground, per eclettismo e versatilità.

Un artista unico, anarchico, estremamente sincero e schietto: nell’intervista citata sopra, non si esimeva dal definire pubblicamente “giornali del cazzo” quotidiani come La Nazione o Il Tirreno, oppure non nascondeva il proprio disappunto nel lamentarsi di come la Mondadori (che per molti sarebbe stato un punto d’arrivo, e per il Professore invece era stata un’occasione sprecata) avesse trattato le sue tavole (impaginate male, con una stampa pessima e prive di informazioni) nell’antologia Almanacco apocalittico. Un artista nel vero senso della parola, capace di creare opere che allo stesso tempo divertono, suggeriscono esperienze, dànno da pensare. Opere che si muovono sempre tra realtà, inconscio, viaggi onirici e visioni lisergiche. Un artista, come ha scritto Marco Cirillo Pedri nel suo saggio contenuto nel catalogo della mostra, “ci ha regalato nei suoi anni di produzione frenetica un’infinita analisi del profondo cambiamento subito dalla nostra società nel passaggio tra gli ultimi due secoli” e che è visionario nel vero senso della parola, ovvero “riesce a trovare soluzioni brillanti che possono cambiare e rendere migliore la vita dell’intera collettività”.

 


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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