Scultura... da pranzo: il trionfo da tavola di Damià Campeny


Tra il 1803 e il 1806 lo scultore catalano Damià Campeny realizzò un sontuoso trionfo da tavola per l'ambasciata di Spagna a Roma. Oggi si trova a Parma.

Fin dal primo momento in cui si entra nel Salone Maria Luigia della Galleria Nazionale di Parma non si potrà fare a meno di notare cosa occupa il centro esatto del grande ambiente che accoglie, sulle sue pareti, gli antichi saggi accademici dell’Accademia di Belle Arti della città: un sontuoso trionfo da tavola.

Damià Campeny, Trionfo da tavola
Damià Campeny, Trionfo da tavola (1803-1806; Parma, Galleria Nazionale)

Che cos’è, intanto, un trionfo da tavola? Si trattava, molto semplicemente, di composizioni di soprammobili, che potevano assumere le sembianze di statue o elementi d’architettura, e che venivano disposti al centro di una tavola da pranzo per ornarla durante ricevimenti importanti, magari anche con l’intento di stupire l’ospite: la ricercatezza di tali composizioni e i materiali pregiati con cui gli oggetti venivano realizzati le rendeva, com’è naturale immaginarsi, proprie delle sale da pranzo dei ceti abbienti. Già durante il Rinascimento era uso piuttosto frequente decorare il centro della tavola da pranzo, ma col passare del tempo i trionfi da tavola iniziarono ad avere schemi sempre più complessi, per arrivare a grandi strutture come quella che caratterizza il trionfo parmense. Spesso avevano anche una funzione pratica: servivano per reggere vivande (soprattutto frutta) oppure per contenere bevande, dato che in tali trionfi non mancavano talvolta vasi e recipienti. E, ovviamente, i trionfi da tavola seguivano, oltre che le inclinazioni personali del committenti, anche i gusti artistici dei tempi in cui venivano realizzati: il trionfo che possiamo ammirare nel Salone Maria Luigia, realizzato tra il 1803 e il 1806, è infatti in stile neoclassico.

Vicenç Rodés, Ritratto di Damià Campeny
Vicenç Rodés, Ritratto di Damià Campeny (1838 circa; Barcellona, Reial Acadèmia Catalana de Belles Arts de Sant Jordi)
La vicenda della lussuosa composizione ha tuttavia dei punti oscuri: non sappiamo infatti con esattezza come sia arrivato a Parma. Sappiamo però chi fu il committente: si trattava dell’ambasciatore spagnolo presso lo Stato Pontificio, Antonio de Vargas y Laguna, che affidò il compito di realizzare il trionfo allo scultore catalano Damià Campeny (1771 - 1855), che tra il 1797 e il 1815 lavorò a Roma. Il lavoro finito ed esposto oggi a Parma ci consente di immaginarlo come quando veniva mostrato durante i ricevimenti ufficiali nella sede dell’Ambasciata di Spagna a Roma: poteva infatti ornare un tavolo da settanta coperti, ma Campeny aveva ideato una composizione che potesse essere adattata anche se i partecipanti al banchetto erano in numero inferiore.

William Theed, Ritratto di Carlo II di Parma
William Theed, Ritratto di Carlo II di Parma (1840; Parma, Galleria Nazionale)
Dicevamo che non abbiamo le idee chiare su come il trionfo di Damià Campeny sia arrivato a Parma. Probabilmente, entrò a far parte dell’ereidtà del re di Spagna, Carlo IV di Borbone il cui genero, Ludovico di Borbone-Parma, era figlio del duca di Parma, Ferdinando I, che resse le sorti di Parma e Piacenza tra il 1765 e il 1801. Quando Napoleone, nel 1800, conquistò il Ducato di Parma e Piacenza, decise di risarcire i Borbone di Parma assegnando a Ludovico, nel 1801, la corona dell’effimero regno d’Etruria, costituito quell’anno dallo stesso Napoleone. Tuttavia per i Borbone ancora non c’era pace: Ludovico sarebbe morto, sopraffatto dalla cagionevolezza della sua salute, solo due anni dopo, appena trentenne, e sua moglie Maria Luisa, figlia di Carlo IV, sarebbe diventata reggente dello Stato. A guastare ancora una volta la tranquillità della famiglia sarebbe intervenuto nuovamente Napoleone, che nel 1807 rimosse Maria Luisa da tutti i suoi incarichi alla corte d’Etruria: la donna, assieme ai due figli Carlo Ludovico e Maria Luisa Carlotta, dovette cercare rifugio in Spagna. I Borbone di Parma poterono tornare in Italia solo dopo la restaurazione: a loro fu però concesso il Ducato di Lucca, perché quello di Parma era stato assegnato alla moglie di Napoleone, Maria Luigia d’Asburgo. Solo a seguito della scomparsa di quest’ultima i Borbone, con Carlo Ludovico (diventato per l’occasione Carlo II di Parma) poterono tornare a governare il ducato emiliano.

Abbiamo raccontato questa breve storia delle vicissitudini dei Borbone di Parma agli inizi dell’Ottocento per il fatto che, con ogni probabilità, il trionfo da tavola di Damià Campeny dovette seguire la famiglia: Carlo II aveva vissuto la sua adolescenza a Roma, sotto la tutela del nonno Carlo IV di Spagna, ed è quindi probabile che ricevette il trionfo in eredità alla scomparsa del re, nel 1819. È quindi ipotizzabile che nel 1824, nel momento in cui successe alla madre Maria Luisa come duca di Lucca, abbia portato con sé l’arredo in Toscana, per poi di nuovo inviarlo in Emilia quando diventò duca di Parma e Piacenza. Quel che è certo è che la composizione è attestata per la prima volta a Parma nel 1861, in un inventario dei beni degli ex duchi parmensi presenti nel Palazzo della Pilotta, redatto a seguito dell’Unità d’Italia. Arrivò definitivamente in Galleria nel 1865, quando l’Accademia di Belle Arti ottenne dai Savoia il permesso di spostarlo.

Vista dal fondo del Salone
Vista dal fondo del Salone

Il trionfo da tavola fu però sempre celato alla vista dei visitatori della Galleria a causa della sua fragilità: è stato però restaurato verso la fine degli anni Novanta, e il pubblico ha potuto ammirarlo per la prima volta a partire dal 1999, quando la Galleria Nazionale di Parma lo espose nella sua attuale collocazione, cercando di ricreare quello che poteva essere l’allestimento originario, in una mostra dedicata proprio al capolavoro di Damià Campeny.

Come si può facilmente notare osservandolo, il trionfo è un arredo molto complesso: circa ottanta pezzi, se includiamo anche i trentadue leoni che sorreggono la base, il tutto realizzato in marmo di vari colori (per le basi), bronzo talvolta dorato (le statue) e alabastro (alcuni oggetti di contorno). Come anticipato, l’opera riflette il gusto neoclassico del tempo con statue contraddistinte da pose eleganti e imperturbabili, e dai corpi prestanti e armoniosi. Il complesso programma iconografico alla base del trionfo si ispira al celebre trattato di iconologia di Cesare Ripa e, banalizzando, possiamo dire che rappresenti il ciclo delle stagioni. Al centro della composizione si ergono le statue di Apollo e Diana, a simboleggiare rispettivamente il sole e la luna. Le quattro figure femminili sedute attorno a loro rappresentano invece i quattro elementi naturali (acqua, aria, terra e fuoco), ognuno rappresentato da un diverso oggetto che rimanda in modo inequivocabile all’elemento. Sue due alte basi, equidistanti rispetto alle figure di Apollo e Diana e alla fine della composizione, troviamo, sui due lati, le statue che raffigurano gli dèi Cerere e Bacco, rispettivamente dea della terra, responsabile del ciclo delle stagioni, e dio del vino. Attorno a loro vediamo statue che raffigurano offerenti in atto di recare doni ai due dèi, mentre le statue rimanenti raffigurano le stagioni e i mesi, questi ultimi caratterizzati anche in virtù del segno zodiacale corrispondente applicato alla base.

Sembra incredibile come lo scultore sia riuscito a creare un arredo così complesso, ricco di rimandi alla mitologia e all’antichità classica, nei confronti delle quali all’epoca si nutriva un vivo interesse: un interesse che connotò anche l’arte di Damià Campeny e che lo portò a realizzare un così vasto trionfo in cui la vista dell’osservatore si perde, cogliendone allo stesso tempo la bellezza e il significato.

Le statue di Apollo e Diana
Vista dal fondo del Salone

Vista di uno dei due lati
Vista di uno dei due lati


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Gli autori di questo articolo: Federico Giannini e Ilaria Baratta

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