Animali e luoghi fantastici nei musei d'Italia: Friuli-Venezia Giulia


Settima tappa del viaggio tra i musei italiani alla scoperta di animali e luoghi fantastici. Oggi in Friuli-Venezia Giulia.

Tappa numero sette per il nostro viaggio nei musei italiani alla ricerca di animali e luoghi fantastici. Oggi è il turno del Friuli-Venezia Giulia: ecco le creature che abbiamo trovato negli istituti di questa regione del nord Italia. Il progetto Animali e luoghi fantastici nei musei italiani è realizzato da Finestre sull’Arte in collaborazione con il Ministero della Cultura e si pone l’obiettivo portare i visitatori nei musei e nei luoghi della cultura, luoghi sicuri, per imparare e allo stesso tempo divertirsi in compagnia della vostra famiglia e dei vostri bambini.

1. Il gryllos della gemma in diaspro rosso del Museo Nazionale di Aquileia

Il viaggio comincia dal Museo Nazionale di Aquileia dove è conservata una vasta raccolta di gemme antiche. Una di queste, risalente al II secolo d.C., porta incisa una bizzarra figura, un gryllos: con questo termine greco, che troviamo nelle fonti letterarie, si indicavano composizioni grottesche di parti umane e animali, non necessariamente corrispondenti a creature attestate nella mitologia, bensì spesso frutto della fantasia dell’artista. Secondo Plinio il Vecchio, l’ideatore dei grylloi avrebbe un nome: si tratterebbe infatti del pittore greco Antiphilos. Non sappiamo quale fosse il significato di queste figure, che spesso davano luogo a immagini fantastiche: forse erano caricature, forse avevano significati magici o rituali. Sta di fatto che nel I e nel II secolo d.C. queste composizioni sono molto comuni. Di solito, la testa era riservata alla parte umana mentre il corpo assumeva le sembianze di oggetti o animali: in questo caso, ci troviamo dinnanzi a una strana creatura con la testa umana (ma dotata di corna) e il corpo di pesce.

Arte romana, Gemma con gryllos composto da pesce e volto umano (II secolo d.C.; diaspro rosso; Aquileia, Museo Nazionale). Foto di Slowphoto, archivio MAN Aquileia
Arte romana, Gemma con gryllos composto da pesce e volto umano (II secolo d.C.; diaspro rosso; Aquileia, Museo Nazionale). Foto di Slowphoto, archivio MAN Aquileia

2. L’ippocampo nello specchio del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia

In questo manico di specchio di epoca romana (risale a un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.) troviamo raffigurata una donna, che indossa una tunica leggera, colta sul profilo sinistro, mentre sta cavalcando un ippocampo. Questo termine, passato nella moderna zoologia a indicare il cavalluccio marino, nella mitologia si riferisce invece a una creatura leggendaria che si presentava con metà corpo di cavallo (la parte anteriore) e metà di pesce (quella posteriore): lo si vede raffigurato, in particolare, con le due zampe anteriori equine e una lunga coda di pesce. Sono animali che, nelle raffigurazioni di scene marine, solitamente accompagnano il corteo del dio del mare, Poseidone. L’ippocampo dello specchio del MAN di Aquileia è raffigurato con la coda ricoperta di squame, e con una normale criniera di cavallo (non era infatti raro che queste creature avessero una cresta di alghe). Sappiamo che si trattava di un manico per specchio perché sul rovescio questo oggetto presenta un incavo rotondo che accoglieva la parte metallica (in antico, infatti, ci si specchiava su sottili lastre di metallo tonde, e lucidate finemente in maniera che potessero riflettere le immagini).

Arte romana, Specchio con fanciulla su ippocampo (I secolo a.C. - I secolo d.C.; ambra; Aquileia, Museo Nazionale). Foto di Slowphoto, archivio MAN Aquileia
Arte romana, Specchio con fanciulla su ippocampo (I secolo a.C. - I secolo d.C.; ambra; Aquileia, Museo Nazionale). Foto di Slowphoto, archivio MAN Aquileia

3. Il toro marino nel mosaico del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia

Questo mosaico, che raffigura una nereide, ovvero una ninfa del mare, a cavallo di un toro marino, è uno dei più antichi tra quelli rinvenuti ad Aquileia nonché uno dei più interessanti della collezione musiva del Museo Archeologico Nazionale della città friulana. Inizialmente si pensava che raffigurasse l’episodio mitologico del ratto di Europa: la principessa fu infatti rapita da Zeus che aveva preso le sembianze di un toro. Tuttavia l’animale ha una coda da pesce, elemento che non ha riscontri nella tradizionale iconografia del ratto di Europa: non ci sono quindi molti dubbi sul fatto che ci troviamo di fronte a una ninfa, raffigurata completamente nuda, che cavalca una creatura fantastica del mare, tanto più che sotto di lei compare anche un pesce, e quelle che sembra mettere attorno alla testa del toro paiono alghe. Non è però detto che non si tratti di una contaminazione iconografica tra le tipiche rappresentazioni delle nereidi e il tema del ratto di Europa (al quale rimandano l’amorino e il personaggio che vediamo tra le onde, che si può interpretare come uno dei tritoni che accompagnò il viaggio della giovane). Si tratta di un mosaico di grande qualità, che ornava una ricca domus romana di Aquileia, appartenuta con tutta probabilità a un membro della classe dirigente locale. Fu rinvenuto tra il 1859 e il 1860, casualmente, in un terreno non lontano dalla Basilica di Aquileia: restaurato per la prima volta negli anni Venti del Novecento, ha subito un nuovo intervento tra il 2016 e il 2017.

Arte romana, Nereide su toro marino (I secolo d.C.; mosaico, 218 x 218 cm; Aquileia, Museo Nazionale). Foto di Alessandra Chemollo, archivio MAN Aquileia
Arte romana, Nereide su toro marino (I secolo d.C.; mosaico, 218 x 218 cm; Aquileia, Museo Nazionale). Foto di Alessandra Chemollo, archivio MAN Aquileia

4. La sirena bicaudata del Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli

Al Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli è conservata questa sirena bicaudata (ovvero con due code di pesce), prodotto tardivo dell’arte longobarda, almeno stando alle posizioni recenti della critica: si tratta infatti di un’opera che viene collocata, secondo le ipotesi più aggiornate, nell’XI secolo, sulla base di confronti con altre opere dello stesso periodo che presentano caratteri simili. La creatura fantastica in questione si presenta con tratti molto stilizzati, è accompagnata da due pesci che nuotano nel mare (reso soltanto attraverso linee ondulate), e tiene le due code con le mani. Come si può facilmente vedere, la sirena ha una posa tutt’altro che pudica: sta infatti ostentando il suo organo sessuale, elemento che, ha scritto la studiosa Paola Refice, “accentua il significato morale della figura, nonché gli accenni al contesto: l’ambientazione marina, estremo retaggio di un classicismo naturalistico, che in parte la affranca dal mero ruolo di simbolo e la conduce nell’ambito di una scultura palesemente più descrittiva, non estranea alle esperienze artistiche nell’Italia settentrionale intorno all’XI secolo”. Non sappiamo da dove provenga questa lastra scolpita.

Arte longobarda, Sirena bicaudata (XI secolo; marmo, 29 x 29 x 10 cm; Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale)
Arte longobarda, Sirena bicaudata (XI secolo; marmo, 29 x 29 x 10 cm; Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale)

5. I due animali fantastici del clipeo del Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli

Sono due animali in lotta quelli che si affrontano in questo oggetto in marmo, un clipeo, ovvero un disco che aveva funzioni decorative e a sua volta recava al centro un’immagine. Questo, di epoca romanica, e risalente all’XI-XII secolo, in antico decorava il Palazzo Patriarcale di Cividale del Friuli: all’epoca, la città friulana era una delle più importanti dell’Italia del nord-est, e fu a lungo anche capitale del Principato Patriarcale di Aquileia, antico stato autonomo che rimase tale fino al 1420, anno in cui fu annesso alla Repubblica di Venezia. Nel Duecento, Cividale viveva un periodo di grande splendore e il clipeo ci riporta a quegli anni. Non è peraltro l’unico frammento delle antiche decorazioni che sia sopravvissuto, il Museo Archeologico Nazionale conserva diversi ornamenti dell’antico Palazzo Patriarcale. I due animali in lotta, forse due draghi, sono simbolo della lotta del bene contro il male.

Arte romanica, Clipeo con due animali fantastici (XI-XII secolo; marmo; Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale)
Arte romanica, Clipeo con due animali fantastici (XI-XII secolo; marmo; Cividale del Friuli, Museo Archeologico Nazionale). Foto di Giulio Cordignano

6. Il drago fontana del Castello di Miramare di Trieste

Questo drago in bronzo decora la fontana collocata sul pavimento del ballatoio al primo piano del Castello di Miramare di Trieste, proprio davanti alla finestra che si affaccia sul golfo. La fontana aveva anche un’ulteriore, singolare funzione, ovvero quella di lucernaio, in quanto dotata di fondo trasparente in vetro, e quindi in grado di diffondere luce all’atrio d’onore del piano terra. La vasca, progettata per ospitare piante acquatiche e pesci, aveva dunque una doppia funzione: funzionale e decorativa. Si trovano esempi simili anche in altre residenze del tempo. Il bordo marmoreo della fontana è ornato proprio dai quattro draghi in bronzo dai quali sgorga uno zampillo d’acqua. I draghi di Miramare, spiega la studiosa Francesca Grippi, erano “chiamati simbolicamente a custodire la residenza di Massimiliano d’Asburgo”, e rievocano, nel loro aspetto e nella loro posa, “i gargoyle delle cattedrali gotiche, in piena coerenza all’intonazione neomedievale che ampiamente caratterizza l’eclettica residenza”.

Artista ignoto, Drago (1856-1860; bronzo; Trieste, Castello di Miramare)
Artista ignoto, Drago (1856-1860; bronzo; Trieste, Castello di Miramare)

7. Il leone buddhista del Castello di Miramare di Trieste

Il leone non è un animale fantastico, ma questo che si trova al Castello di Miramare di Trieste è così singolare e così astratto che non poteva non finire in un approfondimento sugli animali fantastici: inoltre, il modo in cui si presenta, con il corpo tutto decorato a pois, lo ascrive automaticamente al rango di... creatura fantastica, anche per il ruolo che gli veniva attribuito. Infatti in Giappone, terra dal quale questa scultura proviene, l’animale (che ha un nome particolare: karashishi, ovvero “leone buddhista cinese”) simboleggiava la forza e il coraggio, e in più nella tradizione buddhista questo animale metteva sempre queste sue caratteristiche al servizio del bene, e a difesa degli spiriti maligni (sculture di leoni in coppia venivano poste agli ingressi dei templi). Questo leone risale alla fine del Seicento ed è un’opera di grande qualità proveniente dalla cittadina di Arita, nota per la sua tradizione ceramica: si tratta di una scultura realizzata a partire da un impasto ceramico bianco e privo di imperfezioni, sul quale sono stati poi stesi gli smalti di grande brillantezza che contraddistinguono il leone. La porcellana in questione prende il nome di Kakiemon, dal nome del ceramista Sakaida Kakiemon che, secondo la tradizione, l’avrebbe messa a punto per primo.

Artista giapponese, Leone buddhista (ultimo quarto del XVII secolo; porcellana dipinta e invetriata del tipo Kakiemon, altezza 42 cm; Trieste, Castello di Miramare)
Artista giapponese, Leone buddhista (ultimo quarto del XVII secolo; porcellana dipinta e invetriata del tipo Kakiemon, altezza 42 cm; Trieste, Castello di Miramare)

8. La sfinge del Castello di Miramare di Trieste

Si tratta forse dell’animale fantastico più fotografato del Castello di Miramare, in virtù della sua posizione: la sfinge egizia in granito decora infatti la testata del moletto di Miramare, e inoltre è stata resa celebre dall’ode Miramar di Giosuè Carducci (“vedi la sfinge tramutar sembiante / a te d’avanti perfida arretrando!”). Nonostante la qualità non sia eccelsa, si tratta di una vera sfinge egizia, di età tolemaica (probabilmente del II secolo a.C.), posta sopra uno zoccolo di arenaria grigia che invece è di epoca recente. Proviene dalla raccolta di cimeli egiziani che fu radunata da Massimiliano d’Asburgo, grande appassionato di egittologia, in diverse fasi, anche se non sappiamo in che modo giunse al castello: forse fu tra gli oggetti che Massimiliano fece arrivare per il tramite del console generale d’Austria, Antonio Larin. Oggi è l’unica sopravvissuta della grande raccolta di antichità che venne accumulata da Massimiliano: il resto della collezione infatti già nel 1883 veniva spedita a Vienna per formare la collezione egizia dell’attuale Kunsthistorisches Museum. “È nella Francia del XVIII secolo”, spiega lo storico dell’arte Claudio Barbieri, “che il richiamo esoterico e iniziatico della sfinge assurge a motivo decorativo tipico per i giardini di palazzo in tutta Europa. Ne sono esempi il Belvedere di Vienna, il Parco di Sanssouci a Potsdam, il Palazzo Reale della Granja de San Ildefonso in Spagna, il Palazzo Branicki a Bialstok in Polonia e il Palazzo Nazionale di Quieluz in Portogallo. A questa tradizione cortese dell’architettura dei giardini attinse l’arciduca Ferdinando Massimiliano d’Asburgo Lorena, attento cultore del misterioso Oriente, ponendo la favolosa creatura a coronamento e imperitura protezione del Castello di Miramare”.

Arte egizia, Sfinge (II secolo a.C.?; granito; Trieste, Castello di Miramare)
Arte egizia, Sfinge (II secolo a.C.?; granito; Trieste, Castello di Miramare)

9. I draghi del vaso giapponese del Castello di Miramare

Importante oggetto di produzione giapponese della metà dell’Ottocento, questo elaborato vaso presenta sul corpo alcuni dipinti di paesaggio, che richiamano la pittura tradizionale cinese. La provenienza giapponese è confermata dalla scelta dei toni degli smalti che decorano l’esterno, che sono tipici dell’arte nipponica (soprattutto per quel che riguarda l’arancio del fondo). Inoltre, vediamo, tra i motivi decorativi, anche alcuni crisantemi, fiori cari alla tradizione giapponese. Gli animali fantastici, in questo vaso, sono... nelle anse: vediamo infatti due draghi che fungono da anse, secondo una modalità decorativa che era tipica anche della ceramica cinese (a Miramare si conserva infatti anche un vaso cinese con anse a forma di drago). In questo caso i draghi sono anche colorati molto finemente e con grande cura del dettaglio.

Arte giapponese, Vaso con anse a forma di drago (metà del XIX secolo; porcellana dipinta e invetriata, altezza 63 cm; Trieste, Castello di Miramare)
Arte giapponese, Vaso con anse a forma di drago (metà del XIX secolo; porcellana dipinta e invetriata, altezza 63 cm; Trieste, Castello di Miramare)

10. La sirena dell’aryballos del Museo Civico Winckelmann di Trieste

Una sirena, raffigurata secondo la mitologia greca (ovvero con il corpo di uccello e non di pesce: questa iconografia si sarebbe diffusa solo nell’Alto Medioevo), decora la superficie di questo aryballos corinzio, del VII-VI secolo a.C., conservato al Museo Civico “Johann Joachim Winckelmann” di Trieste. L’aryballos era un piccolo recipiente, solitamente di forma globulare con un’imboccatura larga sulla sommità, che serviva per conservare profumi, unguenti od olii per la pelle. Nella mitologia greca, le sirene non si trovavano nelle profondità del mare, ma semmai sulle coste. Abitavano infatti tra gli scogli ed è sulla costa che le sentì cantare Ulisse nel celebre episodio dell’Odissea. Secondo la tradizione mitologica, infatti, le sirene erano dotate di una voce molto soave in grado di irretire i naviganti, facendoli naufragare.

Arte corinzia, Aryballos con sirena (VII-VI secolo a.C.; ceramica; Trieste, Museo Civico Winckelmann)
Arte corinzia, Aryballos con sirena (VII-VI secolo a.C.; ceramica; Trieste, Museo Civico Winckelmann)

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