Barga, la città dei due tramonti: una piccola Firenze di montagna


Barga è un luogo ricco di suggestioni: arte medievale, eleganti palazzi rinascimentali, il borgo caro a Giovanni Pascoli. Un giro per la città della Media Valle del Serchio.

Si dice che Barga sia l’unica città al mondo dove è possibile ammirare due tramonti. Succede solo due volte all’anno: tra il 29 e il 31 gennaio e tra il 10 e il 12 novembre. È in queste date che si verificano le condizioni adatte: il sole prima sparisce dietro il profilo delle Alpi Apuane, per poi riapparire, dopo alcuni minuti, attraverso l’arco del monte Forato, che si trova più in basso rispetto alla linea delle montagne e deve il suo nome alla sua particolarissima cima, che appare come bucata, a formare un grande occhio, ove il sole passa dopo esser sparito alla vista di chi si ferma per qualche momento sul belvedere del Duomo, nella parte più alta del centro storico.

Lo sapeva bene Giovanni Pascoli, che in una frazione di Barga, Castelvecchio (poi, in suo onore, Castelvecchio Pascoli), aveva comperato una casa: “io passo sovente le sere su questa terrazza”, aveva detto in un’intervista al Secolo XIX nel maggio del 1903, “guardo Barga che va a letto e la vedo lassù, sul colle, rifulgere come un altare”. Da qui, infatti, non soltanto s’ammira lo spettacolo del sole, ma si gode anche di una magnifica vista su tutta la città. L’imponente campanile quadrato del Duomo di San Cristoforo è quello che ispirò al poeta L’ora di Barga: “Al mio cantuccio, donde non sento / se non le reste brusir del grano, / il suon dell’ore viene col vento / dal non veduto borgo montano: / suono che uguale, che blando cade, / come una voce che persuade”. Il Duomo, d’epoca romanica, è invece uno dei più imponenti e rilevanti di tutta la Toscana. Il suo aspetto è rimasto per secoli pressoché inalterato: soltanto il rovinoso terremoto del 1920 provocò gravi danni alla struttura, ma i restauri che ne seguirono tentarono di ridare alla collegiata il suo aspetto originario. La chiesa è un preziosissimo tesoro d’arte medievale: all’estero spicca un rilievo del XII secolo attribuito a Biduino, che raffigura un miracolo di san Nicola. All’interno, sorprende il finissimo pulpito dei primi del Duecento, uno dei più magnifici e meglio conservati prima di Nicola e Giovanni Pisano, attribuito a un allievo di Guido Bigarelli da Como: la sua cassa è decorata con rilievi raffiguranti l’Adorazione dei Magi, la Natività, l’Annunciazione, e sul quarto lato rimane solitario il profeta Isaia. Nelle cappelle laterali, tele secentesche, una sontuosa croce dipinta del Trecento che colpisce per il suo eccezionale stato di conservazione, terrecotte robbiane. E infine, nella nicchia più grande dell’abside, con la sua vetrata disegnata da Lorenzo di Credi, accoglie il fedele la colossale statua lignea di san Cristoforo, il patrono della città, risalente alla fine del XII secolo, divenuta quasi un simbolo di Barga.

Veduta di Barga, dominata dal Duomo
Veduta di Barga, dominata dal Duomo


Veduta di Barga dal belvedere del Duomo. Ph. Credit Finestre sull'Arte
Veduta di Barga dal belvedere del Duomo. Ph. Credit Finestre sull’Arte


Il Duomo di Barga. Ph. Credit Davide Papalini
Il Duomo di Barga. Ph. Credit Davide Papalini


Interno del Duomo di Barga. Ph. Credit Finestre sull'Arte
Interno del Duomo di Barga. Ph. Credit Finestre sull’Arte


Il pulpito del Duomo. Ph. Credit Finestre sull'Arte
Il pulpito del Duomo. Ph. Credit Finestre sull’Arte


La statua colossale di San Cristoforo. Ph. Credit Finestre sull'Arte
La statua colossale di San Cristoforo. Ph. Credit Finestre sull’Arte

E davanti a questa statua enorme ci si può immaginare, a inizio Novecento, il pittore Alberto Magri che veniva qui e la fissava sui suoi taccuini e poi sulle sue tele, attratto com’era dall’arte dei primitivi, lui che prima d’arrivare a Barga, il borgo d’origine dei suoi genitori, aveva studiato alla Normale di Pisa, era stato a Parigi proprio negli anni in cui la città francese era la capitale mondiale dell’arte, ma decise poi di tornare qui, nel luogo d’infanzia (forse perché attratto dalla poetica del fanciullino di Giovanni Pascoli: “tu sei il fanciullo eterno, che vede tutto con meraviglia, tutto come per la prima volta”), per dar vita, assieme ad altri toscani come Lorenzo Viani, Adolfo Balduini e Spartaco Carlini, a una delle più interessanti esperienze del primitivismo italiano, sebbene ancor oggi poco conosciuta. Qui, a Barga, Alberto Magri aveva trovato la sua Arcadia, per adoperare le parole dello storico Umberto Sereni, e quelle sue opere così genuine, caratterizzate dalle forme quasi infantili, sebbene tracciate con la consapevolezza d’un artista che aveva studiato molto (specialmente l’arte italiana prima del Quattrocento) ed era in contatto con molti dei grandi del suo tempo, avevano affascinato Umberto Boccioni e Leonardo Bistolfi, per citare un paio di nomi.

La casa di Alberto Magri c’è ancora, è ai piedi del Duomo: basta salire una rampa per esser sulla terrazza da dove Pascoli guardava i tramonti, o camminare per il prato ch’era un tempo l’arringo, il piazzale dove si tenevano le adunanze della popolazione, giusto di fronte al trecentesco Palazzo Pretorio, che oggi è sede del Museo Civico. Sotto alla terrazza, si sviluppa un’intricata rete di vicoli che nei punti più ripidi diventano scalinate, si perdono tra gli alti palazzi, diventano quasi cunicoli nascosti, da esplorare col favore del buio. E poi, qualunque sia il vicolo che s’imbocca, ci si ritroverà immancabilmente nella via di Mezzo, l’elegante strada centrale su cui s’affacciano i palazzi più belli della città che, nonostante la sua vicinanza a Lucca, fin dal 1341, era soggetta all’autorità di Firenze, che la esercitò dapprima assieme ai lucchesi, e poi, dal 1347, da sola: ecco dunque perché, passeggiando per le strade di Barga, sembra quasi di trovarsi in una piccola Firenze di montagna, data l’abbondanza d’eleganti edifici rinascimentali (come Palazzo Pancrazi, la sede del municipio, oppure Palazzo Balduini, o ancora Palazzo Angeli), con le loro facciate sobrie e ordinate, i loro portali e i loro finestroni incorniciati da archi di pietra serena, gli stemmi medicei che ogni tanto s’incontrano su qualche parete.

Nel cuore del borgo, altre due testimonianze pascoliane. La prima è la Loggia del Mercato: fu fatta costruire da Cosimo I de’ Medici, in sostituzione della loggia più antica (che ostacolava il progetto del nobile Martino Pancrazi, che su questo terreno voleva costruire il suo palazzo: Palazzo Pancrazi, appunto), e poi alla fine dell’Ottocento fu trasformata in un caffè, tuttora esistente, dalla famiglia svizzera dei Capretz, che si stabilì a Barga in quegli anni. Pare che Pascoli capitasse spesso a prendersi un caffè sotto la Loggia. La seconda è il settecentesco Teatro dei Differenti: fu qui che il poeta pronunciò, nel 1911, l’orazione La grande proletaria s’è mossa.

Pascoli oggi riposa dentro il sarcofago di Bistolfi conservato nella cappella della sua casa di Castelvecchio: la dimora che il poeta acquistò nel 1895, perfettamente conservata grazie all’appassionato lavoro di sua sorella Maria che fino al 1953, anno della sua scomparsa, la mantenne in ottime condizioni, è oggi visitabile. Tutto è praticamente rimasto com’era allora. Le opere d’arte alle pareti, di artisti come Plinio Nomellini, Adolfo Tommasi e altri (e c’è anche un piccolo dipinto di Alberto Magri). Le tre scrivanie dove Pascoli lavorava, ognuna dedicata a una diversa attività. Le due camere, la sua e quella della sorella, la cucina con ancora le sue stoviglie, la sala da pranzo, la ricca biblioteca. E poi l’altana da cui il poeta e Mariù si godevano, nelle serate estive, il panorama sulla Media Valle del Serchio. A pochi passi da qui c’è la chiesetta di San Niccolò, davanti alla quale si erge l’ara che Plinio Nomellini dedicò al poeta e che fu poi tramutata in un monumento ai caduti della prima guerra mondiale. Dietro alla casa, il paesino di Castelvecchio, poche anime che abitano le sue piccole case in pietra riunite attorno alla piazzetta, intitolata a un altro poeta, Giorgio Caproni. Poco è cambiato da quando questi acciottolati sotto al crinale del colle del Ciocco camminavano le “fanciulle di Castelvecchio” che prendevano l’acqua da portare nelle case, “sulle teste la brocca, netta come specchio, equilibrando tremula”.

Vicolo nel centro storico di Barga. Ph. Credit Finestre sull'Arte
Vicolo nel centro storico di Barga. Ph. Credit Finestre sull’Arte


Palazzo Pancrazi e Loggia del Mercato
Palazzo Pancrazi e Loggia del Mercato. Ph. Credit H.P. Schaefer


La Loggia del Mercato, oggi sede del Caffè Capretz. Ph. Credit Finestre sull'Arte
La Loggia del Mercato, oggi sede del Caffè Capretz. Ph. Credit Finestre sull’Arte


La casa di Giovanni Pascoli a Castelvecchio. Ph. Credit Finestre sull'Arte
La casa di Giovanni Pascoli a Castelvecchio. Ph. Credit Finestre sull’Arte


La casa di Giovanni Pascoli a Castelvecchio. Ph. Credit Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Toscana
La casa di Giovanni Pascoli a Castelvecchio. Ph. Credit Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Toscana


L'ara di Plinio Nomellini. Ph. Credit Finestre sull'Arte
L’ara di Plinio Nomellini. Ph. Credit Finestre sull’Arte


Prati a Castelvecchio. Ph. Credit Finestre sull'Arte
Prati a Castelvecchio. Ph. Credit Finestre sull’Arte

Articolo scritto dalla redazione di Finestre sull’Arte per la campagna “Toscana da scoprire” di UnicoopFirenze


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