Biennale di Venezia 2019, i dieci migliori padiglioni nazionali secondo Finestre sull'Arte


La classifica dei dieci migliori padiglioni nazionali alla cinquantottesima edizione della Biennale di Venezia secondo Finestre sull'Arte.

La cinquantottesima Biennale di Venezia si è rivelata molto ricca e non sono pochi gli argomenti interessanti che emergono da questa edizione 2019 della più importante mostra d’arte contemporanea del mondo. Abbiamo già avuto modo di commentare il vincitore del Leone d’Oro per la miglior partecipazione nazionale (il padiglione della Lituania), e a breve proporremo una lettura della mostra internazionale curata da Ralph Rugoff. Il nostro viaggio comincia però dai padiglioni nazionali: dopo aver visitato l’anteprima, vi proponiamo quelli che, secondo noi, sono i dieci migliori padiglioni della Biennale di Venezia 2019, che andiamo a elencare di seguito in quella che è secondo noi una possibile classifica dal decimo al primo posto. Nei prossimi giorni dedicheremo inoltre approfondimenti più specifici ai singoli padiglioni: di seguito, la nostra graduatoria con le motivazioni.

10. ex aequo: Azerbaigian e Paesi Nordici (Finlandia-Norvegia-Svezia)
Azerbaigian. Mostra: Virtual Reality. Artisti: Zeigam Azizov, Orkhan Mammadov, Zarnishan Yusifova, Kanan Aliyev, Ulviyya Aliyeva. Curatori: Gianni Mercurio, Emin Mammadov.
Paesi Nordici. Mostra: Weather Report: Forecasting future. Artisti: Ane Graff, Ingela Ihrman, Collettivo nabbteeri. Curatori: Leevi Haapala, Piia Oksanen.

Non riuscivamo a escludere dalla nostra classifica né il padiglione dell’Azerbaigian, né quello dei Paesi Nordici, e per tal ragione abbiamo deciso di assegnare alle due partecipazioni il decimo posto ex aequo. L’Azerbaigian interviene sul tema delle fake news e dell’overload di informazioni: le opere potranno sembrare scontate e in alcuni casi sicuramente kitsch (come è per i manichini grigi uniti da molle slinky che rappresentano il flusso delle notizie di giornali e social), ma di sicuro sono efficaci e fanno presa sul pubblico (l’installazione all’ingresso, con i sagomati bombardati dai titoli delle news, è particolarmente esemplificativa, e lo stesso si può dire di Muraqqa, opera con cui Orkhan Mammadov rivisita una tradizionale forma d’arte azera per calarla in un presente fatto di trame e storytelling). I Paesi Nordici intervengono invece sul tema dei cambiamenti climatici, con una poetica tipica dei paesi scandinavi (e, a esser sinceri, un po’ stile Ikea e non particolarmente originale, ma comunque d’effetto). Abbondano opere create con materiali di risulta o riciclati, spazio alle commistioni tra performance e pratiche artigianali (come nell’opera di Ingela Ihrman, che si esibisce indossando costumi da pianta), a installazioni che ragionano sul modo in cui l’uomo trasforma il mondo, agli ecosistemi autosufficienti del collettivo nabbteeri. Tuttavia la proposta dei Paesi Nordici, seppur simile a molte altre produzioni, richiede un minimo di ragionamento ed empatia: probabilmente è per questo motivo che pubblico e giornalisti, per riflettere sul global warming, hanno preferito il più immediato padiglione della Lituania che si è aggiudicato il Leone d’Oro.

Padiglione dell'Azerbaigian
Padiglione dell’Azerbaigian. Ph. Credit Finestre sull’Arte


Padiglione dei Paesi Nordici
Padiglione dei Paesi Nordici. Ph. Credit Francesco Galli

9. Stati Uniti
Mostra: Martin Puryear. Liberty / Libertà. Artista: Martin Puryear. Curatore: Brooke Kamin Rapaport.

Gli Stati Uniti si presentano alla Biennale di Venezia con una personale di Martin Puryear sul tema della libertà, affrontato da più punti di vista: la ricerca della libertà, la conquista della libertà, la negazione della libertà, i paradossi della libertà. La mostra di Puryear è anche un modo per ripercorrere alcune delle tappe salienti nel percorso che ci ha portati verso la libertà (tra le sue opere figura, per esempio, un enorme berretto frigio in un chiaro omaggio a Delacroix). Di particolare effetto, inoltre, l’installazione Swallowed Sun, che ingabbia letteralmente il padiglione palladiano degli USA. Dopo l’intervento di Mark Bradford del 2017, un altro artista decide dunque di “mettere le mani” sull’edificio stesso, e il risultato è decisamente efficace.

Padiglione degli Stati Uniti
Padiglione degli Stati Uniti. Ph. Credit Finestre sull’Arte

8. Portogallo
Mostra: A seam, a surface, a hinge or a knot. Artista: Leonor Antunes. Curatore: João Ribas.

Per il suo intervento per il padiglione portoghese, a Palazzo Giustinian Lolin (poco distante dal ponte dell’Accademia), Leonor Antunas ha esplorato le connessioni tra storia dell’arte, architettura, design e attività tradizionali, e ha messo tutto assieme per un raffinato intervento che ha trasformato alcuni ambienti del palazzo con opere basate sui quattro elementi che dànno titolo alla mostra (la cucitura, la superficie, il cardine e il nodo). Antunas vuole omaggiare idealmente i grandi architetti che hanno lavorato a Venezia (da Carlo Scarpa a Franco Albini), e al contempo anche le pratiche della tradizione artigiana locale (a cominciare dal vetro di Murano). Un intervento site-specific molto interessante per il suo accostarsi alla tradizione e alla storia dell’arte in maniera morbida e intelligente.

Padiglione del Portogallo
Padiglione del Portogallo. Ph. Credit Finestre sull’Arte

7. Belgio
Mostra: Mondo cane. Artista: Jos de Gruyter & Harald Thys. Curatore: Anne Claire Schmitz.

Il padiglione del Belgio, premiato con una menzione d’onore, ci fa compiere un viaggio in una sorta di attrazione da parco a tema, che però non ha assolutamente niente di rassicurante, nonostante l’apparenza giocosa e infantile. Tutt’altro: il Mondo cane di Jos de Gruyter & Harald Thys è un mondo orrorifico, popolato da pazzi, criminali, assassini, individui alienati, spie, visioni di morte, streghe. È il padiglione più inquietante di tutta la Biennale, contiene tutta l’ironia feroce e surreale tipica dell’arte belga (e non è difficile trovare echi dell’arte di Bruegel, Rops o altri grandi della tradizione fiamminga e belga) ed è da leggere come un’unica, grande installazione che fa il verso ai musei etnografici (o anche ai circhi) e che si configura come un paese delle meraviglie dominato però dalla bruttezza, dallo squallore, dalla miseria umana e dalla meschinità.

Padiglione del Belgio
Padiglione del Belgio. Ph. Credit Francesco Galli

6. Malta
Mostra: Maleth / Haven / Port. Artisti: Vince Briffa, Klitsa Antoniou, Trevor Borg. Curatore: Hesperia Iliadou Suppiej.

Alla Biennale del 2019 non poteva mancare una riflessione sul tema delle migrazioni: ci ha pensato Malta, che affronta questo difficile e complesso argomento senza il benché minimo filo di retorica. Tutt’altro: la mostra fa leva sulla necessità di trovare un rifugio (“maleth”), un porto, una casa, in tempi di crisi. Nel padiglione allestito all’Arsenale arrivano dunque i ponti concettuali e artistici di Klitsa Antoniou, il viaggio nella storia (o meglio: nella preistoria immaginata) di Trevor Borg che vuol far riflettere il pubblico sul nostro destino, e ancora il cammino definitivo verso il rifugio proposto da Vince Briffa. Una mostra che disintegra pregiudizi e parla con una lingua fortemente radicata al territorio ma che riesce a farsi universale.

Padiglione di Malta
Padiglione di Malta. Ph. Credit Italo Rondinella

5. Serbia
Mostra: Regaining Memory Loss. Artista: Djordje Ozbolt. Curatore: Nicoletta Lambertucci.

La Serbia propone, in questa edizione della Biennale, uno dei suoi artisti contemporanei di punta (nonché probabilmente il miglior pittore), ovvero Djordje Ozbolt, presenza consueta nelle fiere d’arte contemporanea di mezzo mondo e rappresentato dalle più importanti gallerie. Ozbolt non si smentisce in questo padiglione e dà vita a un’intensa mostra personale dai forti connotati politici: Regaining Memory Loss è concepita come una grande installazione, fatta di quadri e sculture, che parlano di memoria individuale e collettiva. I meravigliosi paesaggi sono come finestre che, spiega la curatrice, si aprono su visioni illusorie del tempo, i dipinti in cui compaiono le figure fanno riferimento alla storia ma anche al vissuto personale del pittore (per indagare come la memoria propria si fonda con quella collettiva), e le straordinarie sculture si prendono gioco dei monumenti celebrativi dell’Europa dell’est ridicolizzando il loro retorico idealismo. Infine, Ozbolt s’interroga anche sul valore dell’arte e in particolare sull’interpretazione soggettiva che l’artista offre della realtà e della memoria.

Padiglione della Serbia
Padiglione della Serbia. Ph. Credit Francesco Galli

4. Russia
Mostra: Lc 15:11-32. Artisti: Alexander Sokurov, Alexander Shishkin-Hokusai. Curatore: Michail Piotrovskij.

Ai piedi del nostro podio l’ottimo padiglione della Russia, che si configura come un grande omaggio a Rembrandt e al suo Ritorno del figliol prodigo (evocato dal titolo che rimanda al passo del Vangelo di Luca in cui Gesù racconta la parabola), e che si divide in due momenti. Nella prima parte, particolari dell’opera di Rembrandt vengono evocati dall’intervento di Sokurov, che colloca l’opera del grande pittore olandese nel mondo attuale per sottolineare le continuità tra passato e presente e per evidenziare come l’artista non sia avulso dal mondo che lo circonda. Nella seconda parte (si scende di un piano), Alexander Shishkin-Hokusai ricrea un museo con automi meccanizzati, forse per dimostrarci cosa sono diventati i musei oggi, una specie di luna park, un circo da visitare in una sorta di rito collettivo. Da notare che il curatore è il direttore dell’Ermitage: all’ingresso viene sottolineato che saranno delusi i visitatori che sperano di trovare opere classiche nel padiglione russo, ma per chi ama l’arte antica, Lc 15:11-32 è di sicuro la presenza in Biennale più ricca di suggestioni.

Padiglione della Russia
Padiglione della Russia. Ph. Credit Finestre sull’Arte

3. Ghana
Mostra: Ghana Freedom. Artisti: Felicia Abban, John Akomfrah, El Anatsui, Lynette Yiadom Boakye, Ibrahim Mahama, Selasi Awusi Sosu. Curatore: Nana Oforiatta Ayim.

Il Ghana è alla prima partecipazione alla Biennale di Venezia, ma il suo padiglione ha stupito tutti, tanto che c’è chi parlava insistentemente di Leone d’Oro: non è andata così, ma il paese africano era sicuramente tra i papabili della vigilia (e si prende la... medaglia di bronzo di Finestre sull’Arte). La curatrice Nana Oforiatta Ayim ha radunato i più grandi artisti ghanesi di oggi (e la scena del Ghana, vale la pena sottolinearlo, è particolarmente attiva e vitale) per dare vita a una riflessione sulla storia del Ghana dall’indipendenza (ottenuta nel 1957) a oggi. La rilettura di questa storia si intreccia però con riflessioni su di un presente fatto di migrazioni, aspirazioni, ridiscussione della propria identità, ragionamenti su come uscire dall’epoca post-coloniale per abbracciare una visione nuova. Le opere vanno dai dipinti alle installazioni, dalla fotografia ai video, e il tutto è valorizzato da un efficace allestimento creato da David Adjaye, che ricrea, senza retorica e senza trovate facili, un pezzo di Ghana all’Arsenale.

Padiglione del Ghana
Padiglione del Ghana. Ph. Credit Italo Rondinella

2. Gran Bretagna
Mostra: Cathy Wilkes. Artista: Cathy Wilkes. Curatore: Zoe Whitley.

La Gran Bretagna propone una personale di Cathy Wilkes, che si dipana lungo le sei sale del padiglione. È a nostro avviso la proposta più delicata, raffinata, femminile e aggraziata di tutta la Biennale di Venezia. Wilkes, nordirlandese di nascita e scozzese d’adozione, tratta con dolcezza ed eleganza, senza cadere nell’affettazione, temi che sempre hanno permeato la storia dell’arte: la nascita, la vita, la morte, lo scorrere del tempo. Il suo è un lavoro che parla con un’unica voce ma che utilizza diversi mezzi, dalla sofisticata pittura (che rimanda quasi ad atmosfere romantiche) a una scultura semplice e minimalista, senza disdegnare una sorta di ready made carico di significati (il tavolo con la tovaglia di pizzo al centro della penultima sala, oppure il trespolo nella seconda sala, la cui interpretazione viene affidata al visitatore). Forse i visitatori dovranno fare un po’ di coda per entrare, ma ne vale la pena. Medaglia d’argento di Finestre sull’Arte.

Padiglione della Gran Bretagna
Padiglione della Gran Bretagna. Ph. Credit Francesco Galli

1. Francia
Mostra: Deep see blue surrounding you / Vois ce bleu profond te fondre. Artista: Laure Prouvost. Curatore: Martha Kirszenbaum.

La Francia si presenta alla Biennale di Venezia con una straordinaria opera d’arte totale di Laure Prouvost. Una mostra che però è anche un’unica opera d’arte che mescola tutti i linguaggi, dalla pittura alla scultura, dalla video-arte alla performance, senza sbavature e puntando anche a emozionare il visitatore (obiettivo pienamente riuscito grazie a un ottimo allestimento immersivo). La mostra-opera di Laure Prouvost tocca diversi temi, muovendosi però sullo sfondo della società liquida nella quale viviamo e che viene evocata in apertura di percorso con un’installazione che ricrea un finto mare in cui nuotano pesci di ogni genere ma nel quale si muovono anche detriti e rifiuti prodotti dal consumismo (e che poi torna in un’altra sala, con un affaccio che ci permette di vedere gli altri visitatori come parte integrante dell’opera). Ci sono riferimenti al presente ma anche alla storia, e il messaggio lanciato dall’artista francese è comunque positivo, perché viene proposta una via di fuga che poggia su valori come la semplicità, l’amicizia, la scoperta, le connessioni con gli altri. Preparatevi a lunghe code per entrare, ma per largo distacco Deep see blue surrounding you / Vois ce bleu profond te fondre è a nostro avviso la proposta migliore di tutta la Biennale.

Padiglione della Francia
Padiglione della Francia. Ph. Credit Francesco Galli


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Come dobbiamo interpretare la vittoria della finta spiaggia del padiglione della Lituania alla Biennale di Venezia?
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1. Cristina in data 20/05/2019, 00:56:24

Articolo dettagliato e ben strutturato



2. Stefano Armellin in data 20/05/2019, 10:03:37

Questa é un'altra Biennale farlocca priva di fantasia, inutile, e targata PD come Baratta, peccato che una rivista seria come Finestre sull'Arte non se ne sia ancora accorta.



3. Nicolò Maurantonio in data 21/05/2019, 20:06:27

Se questi sono i 10 padiglioni più belli della Biennale figuriamoci i restanti. Effettivamente come osservato dal sig. Stefano Armellin è " una Biennale priva di fantasia". Queste ambientazioni potranno pur colpire lo spettatore per la loro caratteristiche ma credo siano spente, fredde e per alcuni aspetti macabre.Sembra di entrare e visitare un cimitero moderno.Spettri, sagome, manichini inquietanti. Mi complimento con chi ha descritto questi padiglioni nei quali ha trovato tanto da dire. Per non colpire la sensibilità delle nazioni che hanno partecipato alla Biennale dirò soltanto che ammiro il sacrificio di chi si è adoperato per realizzare e trasportare tali opere ma non ne condivido (secondo il mio personale parere) nè il significato nè l' originalità. Scusate ma se osservate magazzini fabbriche e depositi dismessi noterete che per alcuni aspetti trasmettono più emozioni. Nicolò Maurantonio







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