Toscana, terra d'arte contemporanea. Senza che lei lo sappia


In Italia poche regioni (o forse nessuna) sono legate all'arte contemporanea come la Toscana. Il problema è che la Toscana non sa di essere terra d'arte contemporanea.

Quando si pensa al connubio tra la Toscana e l’arte contemporanea, solitamente la prima immagine che balza alla mente è costituita dalle grandi mostre che Palazzo Strozzi, con costante successo di pubblico,riserva ai più celebri nomi della scena artistica internazionale (valga la pena citare, solo negli ultimi tre anni, le mostre di Ai Weiwei, Carsten Höller e Marina Abramović, e quelle di Tomás Saraceno e Jeff Koons in programmazione nel 2020), o dalle annuali esposizioni che, da qualche tempo, si tengono in piazza della Signoria a Firenze: da Jan Fabre a Urs Fischer, da Jeff Koons al dodecaedro di quest’anno per omaggiare i cinquecento anni dalla scomparsa di Leonardo da Vinci, gl’interventi che il Comune di Firenze ha immaginato per la piazza più nota e riconoscibile della città hanno sempre ottenuto un’eco elevatissima riscuotendo plausi sentiti ma anche sonore critiche.

Il David di Michelangelo Buonarroti e L.O.V.E. di Maurizio Cattelan, due opere di due grandi artisti contemporanei nelle loro epoche, interamente prodotte in Toscana
Il David di Michelangelo Buonarroti (ph. Credit Jörg Bittner) e L.O.V.E. di Maurizio Cattelan, due opere di due grandi artisti contemporanei nelle loro epoche, interamente prodotte in Toscana


Urs Fischer, Big Clay #4 da vicino
Urs Fischer, Big Clay #4. Ph. Credit Finestre sull’Arte

Tra queste ultime, è interessante segnalarne una di Tomaso Montanari, che nel novembre del 2016, in un articolo su Repubblica, auspicava, da parte del Comune di Firenze, la creazione di “qualcosa di nuovo” invece di “vivere di rendita alla spalle di un passato che si dice di voler superare, e che invece si strumentalizza senza ritegno”. Certo: è lecito avere qualsiasi opinione sulle politiche culturali fiorentine in fatto d’arte contemporanea, ma forse occorre anche superare il concetto secondo cui a Firenze e in Toscana non ci sia niente di nuovo. Anzi: probabilmente non esiste nessuna regione in Italia dove il sistema dell’arte contemporanea sia coeso come in Toscana e tocchi tutti gli aspetti della “filiera” (si passi questo termine mutuato dalla letteratura economica) in maniera diffusa, capillare, vivace. Ciò che manca alla Toscana è semmai la consapevolezza d’essere, in questo senso, la regione italiana con il più alto potenziale. Un potenziale che, tuttavia, non è pienamente sfruttato e del quale i cittadini stessi (e forse anche gli amministratori) hanno poca contezza. Affinché un sistema dell’arte contemporanea possa dire di avere un elevatissimo potenziale, è necessario che sussistano almeno cinque pilastri: i luoghi della formazione, i centri di produzione, i luoghi della conservazione e dell’esposizione, il commercio, la capacità di raggiungere le periferie. E in Toscana non manca nessuno di questi requisiti fondamentali.

Per cominciare con la formazione, la Toscana ha solo due accademie di belle arti, ma può vantare il fatto che siano tra le migliori e più antiche del paese. L’Accademia di Belle Arti di Firenze affonda le sue radici storiche nella Toscana medicea: si può considerare come primo nucleo dell’attuale istituto l’Accademia del Disegno che Giorgio Vasari fondò nel 1563 sotto la protezione di Cosimo I de’ Medici (seguì poi, nel 1784, la riorganizzazione con Pietro Leopoldo I di Lorena, che può esser ritenuta il momento in cui fu fondata l’Accademia per come la conosciamo oggi, dacché fu a far data da quell’anno che divenne un istituto d’istruzione pubblico). L’Accademia di Belle Arti di Carrara ha invece festeggiato quest’anno i suoi primi duecentocinquant’anni di storia: fu fondata ufficialmente il 26 settembre del 1769 da Maria Teresa Cybo, duchessa di Massa e principessa di Carrara che, attraverso il neonato istituto, si proponeva non solo di formare le giovani generazioni d’artisti e artigiani, ma anche di promuovere la lavorazione e il commercio del marmo (il primo direttore fu, peraltro, uno dei maggiori scultori dell’epoca, Giovanni Antonio Cybei). Per l’anno accademico 2017-2018 (la fonte dei dati è il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) l’Accademia di Firenze ha contato su 1.291 studenti iscritti, contro gli 890 dell’Accademia di Carrara: numeri che le pongono rispettivamente al decimo e al tredicesimo posto delle accademie più frequentate (su di una classifica di trentotto istituti, includendo non solo le accademie statali, ma anche le accademie legalmente riconosciute). Per valutare tuttavia l’attrattività dei due istituti è interessante conoscere la percentuale di stranieri iscritti ai corsi accademici: in questa speciale graduatoria, Carrara, con il 37,52% di studenti stranieri, e Firenze con il 36,94% si collocano ai vertici, occupando la quarta e la sesta piazza (sul podio ci sono l’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia, l’Accademia di Belle Arti Europea dei Media di Milano e l’Accademia Albertina di Torino, rispettivamente con il 55,96%, il 48,04% e il 39,17%, e il quinto posto è occupato dall’Accademia di Belle Arti di Cuneo con il 37,05%) e facendo meglio di diverse accademie con molti più iscritti ma evidentemente poco allettanti per gli stranieri (come Palermo, 1.546 iscritti ma solo 18 stranieri, oppure Catania, 1.630 iscritti e 34 stranieri, o ancora Napoli, 2.703 iscritti di cui 379, vale a dire il 14,02%, vengono dall’estero).

Tanto l’Accademia di Firenze quanto quella di Carrara stringono solidi rapporti con istituti internazionali, si sono poste il problema dell’ampiezza della formazione dei loro studenti (in altri termini: le accademie non formano più soltanto artisti né possono più permetterselo: anch’esse devono ormai fornire ai loro studenti le conoscenze e gli strumenti per compiere percorsi professionalizzanti) aprendo dunque nuovi corsi in linea con le richieste del mercato (Carrara ha puntato molto sulle tecnologie digitali, mentre Firenze ha una valida scuola di progettazione artistica per l’impresa che forma studenti nei campi del design, della scenografia e della progettazione e dell’allestimento di spazî, e una scuola di didattica dell’arte), e cercano da qualche anno a questa parte di rinsaldare i proprî legami col territorio, specialmente attraverso mostre ed eventi (soprattutto a Carrara è ben vivo il ricordo delle lectio di Maurizio Cattelan e Jeff Koons, che hanno funzionato anche da potenti mezzi d’aggregazione per la città). Solitamente si è usi pensare che dall’accademia di belle arti escano artisti: come detto, arrivati al 2019, possiamo lasciarci questo preconcetto alle spalle e valutare le accademie di belle arti come istituti a forte vocazione professionalizzante, che creano valore per il territorio formando professionisti che andranno a svolgere diversi mestieri, alcuni dei quali anche molto richiesti dal mercato. Non solo pittori e scultori dunque, ma anche designer, grafici, webdesigner, tecnici dell’audiovisivo, programmatori di videogiochi, arredatori, restauratori, stilisti, costumisti, fotografi, scenografi, curatori, docenti. L’unico appunto che si può introdurre su questo tema (ma occorre rimarcare bene che non è un problema della Toscana, ma di tutta l’Italia) è il fatto che le accademie hanno imboccato un sentiero che punta fin troppo sulla professionalizzazione: gli artisti di caratura internazionale e i grandi critici o curatori che la regione ha dato al mondo nell’ultimo trentennio sono pochissimi, ma la questione qui è molto più ampia e riguarda anche molte altre dinamiche, a cominciare dal sostegno che l’Italia garantisce all’arte contemporanea e che è di gran lunga minore rispetto a quello di paesi come Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti che investono molto più sull’arte contemporanea (e sul lungo andare, questo atteggiamento condannerà il nostro paese a una posizione marginale nel mondo dell’arte: ci sarà però modo di approfondire meglio il tema sulle nostre pagine).

Accademia di Belle Arti di Firenze
Accademia di Belle Arti di Firenze. Ph. Credit Finestre sull’Arte


Accademia di Belle Arti di Carrara
Accademia di Belle Arti di Carrara. Ph. Credit Finestre sull’Arte

Risulta comunque impossibile parlare di formazione senza introdurre l’argomento della produzione, dal momento che si tratta di due ambiti strettamente correlati. Dalle due accademie del territorio escono ogni anno diplomati che andranno a rimpinguare i laboratorî della regione (o ad aprirne di nuovi). Val la pena ricordare che la Toscana conta su di un elevato numero di distretti produttivi legati all’arte e all’artigianato: dai due più noti, quello del marmo a Carrara e quello della ceramica a Montelupo Fiorentino, per arrivare all’alabastro di Volterra, al vetro dell’Empolese, alla pietra serena del Mugello, al cristallo di Colle val d’Elsa, al ferro battuto del Casentino (peraltro ognuno di questi distretti, tranne quello del ferro del Casentino, ha il proprio museo di riferimento). Non si può considerare tradizionale, ma è ormai di rilevanza internazionale un’ulteriore eccellenza toscana, quella delle fonderie di Pietrasanta. Le accademie sono un anello indispensabile nella catena che unisce scuola, laboratorî e imprese che si occupano di lavorazioni artistiche e artigianali: al di là dell’impagabile valore culturale che un’accademia di belle arti offre al proprio territorio (benché in futuro occorrerà puntare sempre più su di un dialogo costruttivo tra i centri di formazione e le loro aree di riferimento), è indubbio che tra i termini della discussione rientra anche il valore economico che le accademie contribuiscono a mantenere su livelli alti.

È dunque opportuno citare i due esempî principali, a cominciare da quello della lavorazione artistica del marmo a Carrara. Una ricerca del 2014 della Camera di Commercio di Massa e Carrara (con dati riferiti all’anno 2013) censiva sessanta imprese attive nel settore all’interno della provincia, per un totale di 178 addetti stimati, con una crescita costante negli ultimi cinque anni. I numeri tuttavia crescono se si considera anche la vicina Pietrasanta: solo nella cittadina della Versilia erano attive, nel 2013, 66 imprese per un totale di 271 addetti stimati, che ponevano Pietrasanta al primo posto nella classifica dei comuni italiani col maggior numero di imprese attive nella lavorazione artistica dei prodotti lapidei (Carrara è quarta, dopo Roma e Milano, ma la Toscana occupa quasi tutta la “top 10”, con Firenze al quinto posto, Volterra al settimo e Seravezza al decimo). Il fatturato medio delle imprese della provincia di Massa e Carrara è stato stimato in 217mila euro, con circa il 40% della produzione destinato al mercato estero. Si tratta di un comparto di eccellenza che dà molto all’arte contemporanea: tutti i grandi nomi dello star system internazionale della scultura non possono far a meno di avvalersi della collaborazione dei laboratorî carraresi per realizzare sculture che saranno poi destinate a esser ammirate in tutto il mondo. Valgano alcuni casi noti a tutti: è stata prodotta a Carrara la celeberrima L.O.V.E. di Maurizio Cattelan (volgarmente, il “dito medio” di piazza Affari a Milano), sono state realizzate nella città ai piedi delle Apuane diverse delle opere che migliaia di appassionati hanno visto alla mostra Treasures from the wreck of the Unbelievable di Damien Hirst a Venezia nel 2017, nascono a Carrara molte delle sculture in marmo di Jan Fabre. Ma lo stesso si potrebbe dire di Pietrasanta: è in una fonderia versiliese che ha visto la luce, per esempio, l’albero di Giuseppe Penone partito alla volta del Louvre di Abu Dhabi. Quanto invece alla ceramica di Montelupo, la Camera di Commercio di Firenze, sempre nel 2014, stimava in 65 le imprese e in 455 il numero di addetti occupati nel distretto, e anche nel caso della cittadina dell’empolese si può parlare di un’eccellenza nell’ambito dell’arte contemporanea (basti ricordare il nome di Hidetoshi Nagasawa: l’artista giapponese, poco prima di scomparire, aveva collaborato con Montelupo e ha lasciato una sua scultura in città).

Laboratorio di scultura degli Studi d'Arte Michelangelo a Carrara
Laboratorio di scultura degli Studi d’Arte “Michelangelo” a Carrara


Maurizio Cattelan, L.O.V.E.
Maurizio Cattelan, L.O.V.E.


Una delle sculture della mostra Treasures from the wreck of the Unbelievable di Damien Hirst a Venezia nel 2017
Una delle sculture della mostra Treasures from the wreck of the Unbelievable di Damien Hirst a Venezia nel 2017


La Pietà in marmo di Jan Fabre
La Pietà in marmo di Jan Fabre

Anche il sistema espositivo della Toscana può contare su di alcune eccellenze, eppure nessuno sembra accorgersene. Tolto Palazzo Strozzi, che è un polo espositivo gestito da una fondazione pubblico-privata, e che non sempre dedica la sua programmazione all’arte contemporanea (ma quando lo fa, come anticipato in apertura, si premura di portare a Firenze i nomi più “pesanti” dell’art system mondiale), i musei d’arte contemporanea toscani spariscono dinnanzi ai loro omologhi d’arte antica. Il rapporto 2018 dei Musei della Toscana (un’indagine che la Regione esegue ogni anno: quella del 2018, con dati relativi al 2017, è al momento la più recente) certifica una realtà piuttosto desolante: in Toscana, i musei d’arte contemporanea (che fanno in media 7.805 visitatori ciascuno) hanno meno appeal di quelli d’arte antica o del Novecento (39.282 visitatori di media), dei musei di scienza e tecnica (24.695), dei musei archeologici (10.598), dei musei di scienze naturali (10.069), dei musei di storia (7.959). Peggio dei musei d’arte contemporanea fanno solo i musei specializzati (5.555), quelli territoriali (3.393) e quelli etnografici e antropologici (1.069). Peraltro, il grosso del numero complessivo dei visitatori che nel 2017 si sono recati in un museo toscano d’arte contemporanea (in tutto 78.051: per dare un’idea, l’intero sistema dei musei d’arte contemporanea toscani fa meno visitatori del Museo Casa di Dante di Firenze, 83.350 visitatori nel 2017, e si colloca sui livelli del Museo di Storia Naturale del Mediterraneo di Livorno, 69.582, o del Museo Etrusco Guarnacci di Volterra, 73.241) si concentra su di un unico museo, il Centro Pecci di Prato, principale museo d’arte contemporanea della Toscana, che nel 2017 ha attirato 43.716 persone (in calo del 29% rispetto all’anno precedente, quando i visitatori erano 61.577).

Non va meglio se si vuole allargare il quadro andando a includere il Museo Novecento di Firenze (che ha una rispettabile programmazione d’arte contemporanea, anche se nel rapporto della Regione Toscana non è profilato come museo del contemporaneo): solo 39.857 visitatori per uno dei musei più centrali del capoluogo. Si potrebbe ampliare lo sguardo andando a includere i parchi d’arte contemporanea (come Il Giardino di Daniel Spoerri a Seggiano o il Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint-Phalle a Capalbio), anch’essi parte integrante del sistema, ma si tratta sempre di poche migliaia di visitatori in più. Probabilmente alla base sussiste anche un problema di percezione: manca al pubblico (siano i cittadini stessi, siano i turisti) la consapevolezza che la Toscana è una regione fortemente votata all’arte contemporanea. Di conseguenza, se si pensa ai musei della Toscana vien naturale immaginare quelli che conservano i capolavori dell’arte antica o i famosi reperti archeologici. Ci sono poi problemi più generali che riguardano lo scarso sostegno che l’Italia, al contrario di altri paesi, garantisce all’arte contemporanea (e l’effetto è che, in ambito internazionale, gli artisti italiani fanno molta fatica a imporsi), ma anche in questo caso si tratta di questioni che riguardano il paese tutto e non soltanto la Toscana.

Parrebbe al contrario essere piuttosto viva la scena artistica delle periferie urbane (anche perché la Toscana ha una buona tradizione in fatto di street art e di nuove forme d’arte: sia sufficiente pensare che si conserva in regione, a Pisa, l’unica opera di Keith Haring pensata per rimanere permanente, il murale Tuttomondo). In regione ci sono realtà molto attive, come la galleria livornese Uovo alla Pop che lo scorso anno ha dato vita alla prima edizione di un festival della street art, peraltro puntando dando molto rilievo alla componente femminile del movimento (nell’ambito della manifestazione è stata invitata a Livorno l’artista Gio Pistone, una delle principali street artist donne d’Italia, che ha fatto dono d’un suo murale alla città). A Firenze occorre poi segnalare il lavoro fatto dalla Fondazione CR Firenze per il recupero della Palazzina dell’Indiano, che dal degrado è diventata un importante polo culturale dedicato a mostre, eventi, performance. Ancora a Firenze, sempre per citare le iniziative sviluppate nell’ultimo anno, è stata realizzata una mappa della street art, con la dislocazione dei luoghi dove a Firenze si può creare, produrre e ammirare l’arte delle strade.

Il Centro Pecci di Prato
Il Centro Pecci di Prato


Il Giardino di Daniel Spoerri a Seggiano
Il Giardino di Daniel Spoerri a Seggiano. Ph. Credit Bernhard Holub


Il Giardino dei Tarocchi di Capalbio
Il Giardino dei Tarocchi di Capalbio


Diana, il murale di Gio Pistone a Livorno
Diana, il murale di Gio Pistone a Livorno

Infine, appare vivo anche il settore del commercio dell’arte contemporanea: hanno sede in Toscana diverse gallerie di rilevanza nazionale e internazionale. Per rendersene conto è sufficiente scorrere gli elenchi degli espositori di quelle che possiamo considerare le tre principali fiere d’arte contemporanea italiane (Artissima, Miart e Arte Fiera). In particolare, hanno partecipato ad almeno una delle tre succitate fiere nell’ultimo anno solare ben ventitré gallerie toscane, ovvero Frittelli, Il Ponte, Poggiali, Eduardo Secci, Tornabuoni Arte, Veda (Firenze), Galleria Continua, Fuoricampo, Ph Neutro (Siena), Flora Bigai, Marcorossi, Poleschi, Prometeogallery (Lucca), Gli Ori, Me Vannucci, SpazioA (Pistoia), Armanda Gori, Open Art (Prato), Gian Marco Casini, Giraldi, Granelli, Guastalla Centro Arte (Livorno), Alessandro Bagnai (Arezzo). Si tratta peraltro di un sistema molto vario: ci sono gallerie storiche (si pensi a Tornabuoni o Frittelli), gallerie giovani che attirano buoni consensi da parte della critica alle fiere in cui espongono (spesso in sezioni riservate alle nuove proposte), ci sono gallerie che fanno ricerca, gallerie che gestiscono artisti di portata mondiale, gallerie adatte a un pubblico meno esigente. Anche nel settore del commercio d’arte contemporanea, la Toscana ricopre un ruolo di leader (in questo senso, più attiva della Toscana è probabilmente solo la Lombardia). Quello che manca è una grande fiera di caratura internazionale: le kermesse che si tengono annualmente in suolo toscano, per quanto interessanti, hanno comunque carattere interregionale o regionale, e in Toscana non ci sono fiere al pari di quelle citate sopra, capaci di attirare un pubblico internazionale e grandi collezionisti. E se si pensa che si tiene in Toscana una delle maggiori fiere d’arte antica al mondo (la Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze), potrebbe essere idea oltremodo interessante affiancarle una fiera d’arte contemporanea che possa assurgere a pari prestigio. Si tenga conto del fatto che spesso chi acquista arte antica d’alto livello, è parimenti interessato all’arte contemporanea, tanto che si stanno diffondendo formule capaci di coniugare antico e contemporaneo (come Flashback a Torino) e altre che invece hanno deciso di “sdoppiarsi” (è il caso di Frieze, attiva dal 2003, e che nel 2011 ha lanciato una fiera gemella, Frieze Masters, dedicata all’arte dall’antichità al Novecento).

In definitiva, la Toscana è forse più d’ogni altra la regione dell’arte contemporanea. Ma non sa di esserlo. E probabilmente il principale punto della questione è un problema di comunicazione: all’interno attiene alla sfera della consapevolezza, all’esterno a quella della percezione. Non è forse un problema sistemico, dal momento che tutti gli attori coinvolti hanno un potenziale elevatissimo. Che però fatica a imporsi: la Toscana dovrebbe dunque lavorare per costruire una nuova immagine di sé attorno all’arte contemporanea. Del resto, si può sicuramente affermare che la Toscana è sempre stata nel corso della sua storia un centro di produzione d’arte contemporanea, che non s’è mai fermato: Giotto, Botticelli, Michelangelo erano, in fondo, artisti contemporanei. L’azione dovrebbe seguire alcune linee base: campagne di marketing mirate, un cambiamento nelle politiche culturali sul contemporaneo (mancano, tranne che per rare eccezioni, regie forti e programmi di lunga veduta), capacità di attirare non solo artisti di levatura mondiale (cosa che già la Toscana riesce a fare) ma anche critici e curatori di pari livello, aumentare il sostegno ai giovani artisti promettenti, rendere saldi i legami tra il territorio e i centri del sistema (siano essi quelli di formazione, di produzione, di conservazione o di commercio). Strade ancora in larga parte da esplorare.


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1. Brunella in data 15/07/2019, 10:26:39

Per non parlare di Villa Celle a Pistoia, privato ma visitabile su appuntamento. Grande spazio ricco di opere.



2. Manu' in data 22/07/2019, 09:38:54

Ottimo, mi piace soprattutto la parte finale di questo articolo, ritenendolo purtroppo veritiero. Firenze continua ad ignorare ad eccezione di alcune esposizioni alla Fortezza, peraltro eccessivamente care per potervi prendervi parte. E comunque di interesse relativo.
Oggi purtroppo e questo in tutta Italia, è un pullulare di "biennali" a pagamento, che sfruttano solo gli artisti....ci sarebbe molto altro da dire. Manuelita Mori in arte Manu'.



3. Angelo C. in data 17/08/2019, 20:27:17

L'importante è che non si pensi di mettere un nuovo obbrobbrio a Piazza della Signoria.
Con Big Clay #4 di Fisher - sul richiamo dell'opera ad una forma poco elegante non serve che mi esprima - penso abbiamo davvero toccato il fondo.
L'arte contemporanea ci può stare, ma deve rispettare il contesto.








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