La Roma del Seicento agli occhi di Gerrit van Honthorst: gli inizi del pittore


Cosa voleva dire arrivare nella Roma del 1610 dall'Olanda per un pittore giovane come Gerrit van Honthorst? Lo scopriamo in un articolo dove ripercorriamo le primissime fasi della sua carriera.

Immaginiamoci un ragazzo olandese di appena diciotto anni arrivato da poco a Roma. E immaginiamo che questo ragazzo altri non sia che Gerrit van Honthorst: un giovane che già aveva una buona formazione, perché in patria aveva studiato con Abraham Blomaert, uno dei più importanti artisti attivi a Utrecht, la sua città natale. Torniamo dunque indietro di qualche mese, e immaginiamoci una discussione tra il giovane van Honthorst e l’esperto Bloemaert. Il più esperto dei due non era mai stato in Italia, ma conosceva la pittura manierista italiana grazie alle stampe e alle incisioni che circolavano nelle Fiandre e in Olanda, e grazie anche ai pittori olandesi che si aggiornavano sugli esiti dell’arte italiana e poi tornavano in patria. Immaginiamo una conversazione in cui Bloemaert consiglia a Gerrit di andare in Italia: un pittore completo, con forti aspirazioni, non avrebbe potuto diventare uno dei più grandi se non si fosse recato a studiare l’arte italiana. E immaginiamo che il giovane Gerrit abbia dato ascolto al consiglio del suo maestro.

Lo vediamo quindi arrivare, pieno di speranze come tutti i suoi coetanei che avevano e avrebbero affrontato lo stesso viaggio, nella Roma di inizio Seicento. Non sappiamo bene quando Gerrit arrivò esattamente in Italia: forse attorno al 1610. Che cosa voleva dire per un diciottenne olandese recarsi nella Roma di inizio Seicento? Voleva dire, sostanzialmente, tutto. A Roma, un giovane come Gerrit van Honthorst poteva camminare tra i resti della Roma antica studiando le vestigia che i grandi dell’età classica avevano lasciato ai posteri. Oppure, poteva entrare nei fastosi palazzi per ammirare le opere di Raffaello, di Michelangelo, di Sebastiano del Piombo, e di tutti quei pittori manieristi che erano passati da Roma e nell’Urbe avevano lasciato le loro opere. E non dimentichiamo che i cardinali che si aggiravano per i palazzi e le chiese di Roma provenivano da tutta Italia e da tutta Europa: per cui Roma era forse, usando un termine contemporaneo, il più formidabile marketplace dell’epoca per gli artisti, che in città potevano trovare innumerevoli committenti. A patto di essere bravi, naturalmente!

Recarsi a Roma voleva dire quindi avere un contatto diretto e continuo sia con una committenza esigente, raffinata e ricca, sia con tutti i grandi artisti del passato, più o meno recente, nonché del presente. E infatti Gerrit van Honthorst fu interessato più all’arte del presente che a quella del passato, perché fu subito colpito dall’estro di Caravaggio, che era scomparso proprio nel 1610. Gli artisti che arrivavano a Roma potevano scegliere sostanzialmente due strade: una era quella dell’arte accademica e ufficiale, rappresentata dall’Accademia di San Luca, fondata alcuni anni prima da Federico Zuccari, e che all’epoca aveva nel Cavalier d’Arpino il suo massimo rappresentante. I pittori che optavano per questa strada, più difficile ma che consentiva di entrar meglio nelle grazie dei committenti, si sarebbero avvicinati a un’arte solenne, gravosa, spesso anche pomposa, che guardava ai grandi del passato. La seconda via era quella di avvicinarsi all’ambiente dei pittori naturalisti: in sostanza, i caravaggeschi, pittori che vedevano nell’arte di Caravaggio un’alternativa all’arte ufficiale, un modo genuino per raccontare la realtà, e un modo per avvicinare di più i personaggi della religione (non dimentichiamo che Roma era la capitale dello Stato Pontificio) al popolo. Per umanizzarli davvero, insomma. Tuttavia i naturalisti, per quanto potessero aspirare a lavorare molto prima dei loro colleghi che sceglievano strade ufficiali (perché evitavano tutta la trafila accademica fatta di infiniti esercizi e lunghe gavette), avevano maggiori difficoltà a trovare lavoro, dacché non tutti i committenti avevano ancora accettato le novità caravaggesche. Comunque, Gerrit van Honthorst optò subito per questa seconda strada.

Che l’adesione del giovane Gerrit alle novità caravaggesche fosse immediata ce lo dimostra un’opera recentemente assegnata al catalogo di van Honthorst, la Preghiera di Giuditta prima di decapitare Oloferne, della privata Galerie Aaron di Parigi. Dipinto dal tema insolito, perché in genere l’eroina biblica Giuditta veniva raffigurata nel momento dell’uccisione dell’avversario, il comandante assiro Oloferne che opprimeva i giudei. E dipinto che ci dimostra come gli elementi tipicamente olandesi, come i volti dai lineamenti forti, i panneggi con le pieghe molto segnate e i repentini trapassi di luce e ombra, si mescolino a questa nuova sensibilità per la luce e il naturalismo. Che possa essere dunque questa la prima opera di Gerrit van Honthorst realizzata in Italia? Non lo sappiamo per certo, date anche le lacune documentarie sulla biografia del pittore, ma l’ipotesi potrebbe essere plausibile.

Gerrit Van Honthorst, Preghiera di Giuditta prima di decapitare Oloferne (dettaglio)
Gerrit Van Honthorst, Preghiera di Giuditta prima di decapitare Oloferne, dettaglio (1610 circa; Parigi, Galerie Aaron)

La metamorfosi, il passaggio completo da un Gerrit van Honthorst ancora nordico a un caravaggesco e naturalista Gherardo delle Notti, italianizzato financo nel nome con cui sarebbe passato alla storia e con cui sarebbe stato più noto nel nostro paese, e dovuto proprio alla sua propensione per i dipinti notturni, avverrà con le opere successive. Per esempio, la Cena con sponsali degli Uffizi, opera del 1614 circa, che ci porta in un clima di allegri banchetti come potevano essere quelli di Bartolomeo Manfredi, il caravaggesco che forse più d’ogni altro rappresentò la spensieratezza delle cene, anche semplici, che si svolgevano nelle taverne o nelle abitazioni della Roma secentesca. Tuttavia van Honthorst, a differenza di molti suoi contemporanei, preferisce un clima di convivialità che si allontana dal triviale e dal grottesco a cui spesso si abbassavano altri artisti, specialmente suoi conterranei, per proporre un’atmosfera delicata, composta e quasi fine, malgrado le fisionomie dei personaggi siano quanto mai naturali e veritiere.

Gerrit Van Honthorst, Cena con sponsali
Gerrit Van Honthorst, Cena con sponsali (1614 circa; Firenze, Uffizi)

Succede che poi, a forza di dipingere opere che catturano così chi le osserva, vieni notato da un importante committente, anche se decidi di non percorrere le vie ufficiali verso la gloria. Gerrit entra così nelle grazie di Vincenzo Giustiniani, esponente di un’importante famiglia genovese con affari a Roma, e possessore di una delle raccolte d’arte più vaste della Roma del tempo. Giustiniani era già stato mecenate di Caravaggio, e dato il suo apprezzamento per l’arte del lombardo, non poteva certo disprezzare l’arte di van Honthorst, che primeggiava tra gli artisti che si ispiravano a Caravaggio. Giustiniani non solo fece lavorare Gerrit, ma gli aprì le porte della collezione: e questo diede modo al giovane olandese di entrare in contatto con l’arte di uno dei grandissimi del recente passato, Luca Cambiaso, pittore modernissimo e avanti decenni rispetto ai suoi contemporanei. Cambiaso fu uno dei primi ad ambientare le sue opere a lume di candela, già più di vent’anni prima che lo stesso Gerrit nascesse. Nelle raccolte di Vincenzo Giustiniani, Gerrit ebbe modo di osservare il Cristo davanti a Caifa, oggi al Museo dell’Accademia Ligustica di Genova (per inciso, museo che gli amanti dell’arte genovese dovrebbero visitare almeno una volta nella vita), ma all’epoca a Roma nei palazzi del potente mecenate di Gerrit. Se, tuttavia, per Cambiaso la luce era più “intellettuale”, per van Honthorst i luminismi si fanno più naturali: e che Gerrit avesse ben presente Cambiaso e decidesse di rivisitarlo in chiave secentesca, lo notiamo dal Cristo davanti a Caifa della National Gallery di Londra. Siamo attorno al 1615: rispetto a Cambiaso, i personaggi di contorno si allontanano lasciando che la luce rischiari soltanto i due protagonisti, Cristo e Caifa, le cui fattezze sono aggiornate rispetto alle conquiste caravaggesche in termini di aderenza al vero.

E pensare che, all’epoca della realizzazione di quest’ultimo dipinto, Gerrit van Honthorst aveva appena ventitré anni. Non c’è da stupirsi se sarebbe poi diventato uno dei più grandi artisti del Seicento, ma potremmo dire anche di tutta la storia dell’arte!

Luca Cambiaso, Cristo davanti a Caifa
Luca Cambiaso, Cristo davanti a Caifa (1565-1570 circa; Genova, Museo dell’Accademia Ligustica)

Gerrit Van Honthorst, Cristo davanti a Caifa
Gerrit Van Honthorst, Cristo davanti a Caifa (1615-1616 circa; Londra, National Gallery)


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left.

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1. Massimiliano Caretto in data 15/04/2015, 15:13:22

Complimenti per il taglio narrativo e le suggestioni..



2. giancarlo in data 04/11/2016, 21:32:51

Grandissimo pittore, inoltre, credo che durante tutto il suo periodo Italiano esprima il meglio delle sue potenzialità. In questa
chiave, ottimo il contributo che ci dà Gianni Papi nel suo libro Ed.SONCINO, dal titolo GHERARDO DELLE NOTTI IN ITALIA.



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