Da Signorini a De Nittis, Viareggio: alte aspettative, mostra sottotono


Recensione della mostra 'Il tempo di Signorini e De Nittis. L'Ottocento aperto al mondo nelle collezioni Borgiotti e Piceni' a Viareggio, Centro Matteucci, dal 2 luglio 2016 al 26 febbraio 2017

Dopo l’eccellente mostra dello scorso anno, dedicata a Silvestro Lega, le aspettative per l’appuntamento 2016-2017 della Fondazione Centro Matteucci per l’Arte Moderna di Viareggio non potevano che essere decisamente alte. Anche perché, per la mostra di quest’anno, il Centro ha scelto un titolo decisamente altisonante: Il tempo di Signorini e De Nittis. L’Ottocento aperto al mondo nelle collezioni Borgiotti e Piceni. La sede espositiva è rimasta fedele alla sua vocazione per l’Ottocento italiano: tuttavia, radunare opere di nomi pesanti (oltre a Signorini e De Nittis, in mostra ci sono Zandomeneghi, Boldini, Fattori, Lega e altri) e impostare il (breve) percorso provando a fornire al pubblico una ricostruzione delle collezioni di Mario Borgiotti ed Enrico Piceni non sono operazioni sufficienti per dar vita a una mostra interessante e soprattutto memorabile. Inoltre, il fatto che la mostra giunga sei anni dopo una più completa esposizione che il Centro Matteucci aveva già dedicato alla figura di Mario Borgiotti avrebbe dovuto mettere in guardia sull’eventualità di trovarsi di fronte, quanto meno, a sensazioni di déja vu: molte delle opere esposte, infatti, sono quelle che già si erano viste in occasione della mostra Genio dei macchiaioli. Il che, ovviamente, non è certo un male, anche perché si sperava che l’interessante confronto Piceni-Borgiotti potesse diventare pretesto per una rassegna densa, originale, capace di far scoprire al pubblico queste due importanti quanto poco note figure del panorama artistico d’inizio Novecento. L’esito, tuttavia, non è stato all’altezza delle attese.

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Il manifesto della mostra davanti all’ingresso del Centro Matteucci


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Un passaggio dell’esposizione

Infatti, nelle intenzioni delle curatrici, Claudia Fulgheri e Camilla Testi, la mostra avrebbe dovuto fornire un “racconto per immagini” della “tenzone” tra i due raffinati collezionisti, Mario Borgiotti ed Enrico Piceni appunto, che contribuirono in modo determinante alla fama dei macchiaioli (Borgiotti) e degli italiani di Parigi (Piceni). Le immagini ci sono, ma il racconto manca completamente. Certo: allestire una mostra sul collezionismo è sempre un’operazione coraggiosa e difficile, e di questo occorre dare atto alle curatrici. Non sempre però le buone intenzioni vengono ripagate dai risultati. La mostra si presenta al visitatore come una breve sequela di opere provenienti dalle collezioni Piceni e Borgiotti (le direttive visive sono sottolineate, negli allestimenti, da due colori: l’oro per Piceni e il verde per Borgiotti), priva però di quel racconto che avrebbe dovuto accompagnarlo lungo le sale del Centro Matteucci. La conseguenza è che il visitatore esce senza che gli vengano fornite risposte ad alcune domande fondamentali: in che modo Piceni valorizzò l’arte di Zandomeneghi, De Nittis, Boldini? E come riuscì nella stessa operazione Borgiotti per i macchiaioli? Come si formarono le collezioni dei due critici? In che modo erano inseriti nell’ambiente artistico del tempo? Perché nella collezione di Piceni è attribuito tanto peso alle opere di Zandomeneghi? Quali erano gli artisti preferiti di Piceni e Borgiotti, quali quelli con cui intrattenevano i rapporti più consistenti?

È necessario sottolineare come non solo manchino le risposte a tali quesiti, ma non vengano neppure forniti elementi per provare ad arrivare a soddisfare le domande che un visitatore, in una mostra sul collezionismo (e dove oltretutto una delle due collezioni è quella che appartenne al critico che forse più di ogni altro contribuì al successo di Zandomeneghi e De Nittis), legittimamente si pone. L’unico appiglio utile è un pannello che ci riassume, in modo piuttosto rapido e, se vogliamo, superficiale, le differenze tra le concezioni estetiche dei due collezionisti: votata alla “analisi tecnico-formale” quella di Borgiotti, fondata sull’assunto che la bellezza è piacere quella di Piceni. Ci sono poi due grandi pannelli introduttivi attraverso i quali vengono presentate al pubblico le figure di Enrico Piceni e Mario Borgiotti, con certa enfasi (perfettamente inutile laddove il testo scandisce “ricca e significativa, nel percorso della mostra, la selezione di dipinti e pastelli di Federico Zandomeneghi”: il visitatore vede benissimo da solo che la mostra abbonda di lavori di Zandomeneghi... sarebbe stato invece più interessante spiegare, appunto, perché in mostra c’è una ricca e significativa selezione di opere dell’artista veneto) ma anche con rimandi poco comprensibili per un pubblico generico. Ciò accade, per esempio, quando si dice che Borgiotti “è assimilabile a un Vollard, un Pospisil, o a un Barbaroux, più che all’intellettuale e al critico militante”: escludendo Vollard, noto ad alcuni appassionati soprattutto per essere stato il gallerista di Picasso, che di lui eseguì il ritratto, i nomi di Francesco Pospisil e Vittorio Emanuele Barbaroux, due mercanti attivi a inizio Novecento, sono conosciuti quasi esclusivamente da esperti dell’arte del tempo. Allucinante poi la scelta di inserire le cronologie delle vite di Piceni e Borgiotti a percorso finito, nell’ultima sala, su sei grandi pannelli colmi di nozioni poco utili ai fini del racconto della mostra. E poi, diciamoci la verità: alla fine di una mostra, dopo aver passato un’ora o più tra le opere (una quarantina circa), e dando ormai per scontato che il “racconto” sbandierato all’inizio del percorso di fatto non c’è... chi è che ha voglia di spendere almeno altri dieci minuti per leggere una cronologia che, semmai, aveva più senso in apertura?

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Parete con dipinto di Zandomeneghi a sinistra e dipinto di Oscar Ghiglia a destra


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I pannelli con la cronologia di Mario Borgiotti

Non resta dunque che rifarsi con l’altissima qualità delle opere esposte, che di sicuro soddisferanno appieno gli appassionati di arte di fine Ottocento. La carrellata di opere di Federico Zandomeneghi vale, praticamente da sola, tutta la mostra. Si tratta di opere provenienti dalla raccolta della Fondazione Piceni, normalmente non visibili, quindi la mostra di Viareggio è una ghiotta occasione per poterle ammirare. Abbiamo sia il Zandomeneghi mondano (Au Théâtre, del 1895, ci presenta quattro donne che si sporgono dal palchetto di un teatro, mentre Moulin de la Galette del 1878 è, come recita il pannello introduttivo in uno dei pochi sprazzi veramente a uso del pubblico, un “quadro di grandissimo impatto, geniale e ardito nella composizione”, che “anticipa nelle coraggiose soluzioni alcuni aspetti di Toulouse-Lautrec”), sia quello più intimo, il raffinato poeta della dolcezza femminile, come notiamo osservando Le repos, ritratto di una ragazzina sdraiata su un prato che gioca con un filo d’erba portandoselo alla bocca. Degna di nota anche la selezione di opere di Giuseppe De Nittis, tra le quali spiccano Nei campi intorno a Londra, dove un gruppo di giovani si distende, nella più totale spensieratezza, sopra un prato fiorito, e l’eccezionale Al bois de Boulogne, del 1873, che ci restituisce un momento di quotidianità parigina del tempo: una madre riccamente abbigliata assiste, in compagnia del figlioletto, al passaggio d’una carrozza tra i vialetti del bois de Boulogne. Colpisce a fine percorso una Toilette di Giovanni Boldini, con protagonista una procace signora che l’artista coglie, con occhio da navigato voyeur, nel momento in cui passa un asciugamano tra le parti intime.

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Federico Zandomeneghi, Moulin de la Galette (1878; olio su tela, 80 x 120 cm; Collezione Fondazione Piceni)


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Federico Zandomeneghi, Au Théâtre (1895 circa; olio su tela, 71 x 88 cm; Collezione Fondazione Piceni)


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Giuseppe De Nittis, Al Bois de Boulogne (1873; olio su tela, 23 x 34 cm; Collezione Fondazione Piceni)


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Giovanni Boldini, La Toilette (1885; olio su tavola, 55 x 45 cm; Collezione Fondazione Piceni)

La selezione di dipinti dalla collezione Borgiotti (che è ancora di proprietà dei discendenti del critico: quindi, anche in questo caso, un’occasione piuttosto rara per vedere le opere) si apre con alcune tele di Giovanni Fattori, continua con alcuni intensi ritratti e scene d’interni (come la Bigherinaia di Silvestro Lega, ovvero una tessitrice di “bigherini”, termine con cui in Toscana si indicano le trine per i vestiti femminili, o come il Solletico di Adriano Cecioni che raffigura un momento di gioco tra due bambine), prosegue con una serie di splendidi ed evocativi paesaggi di Giuseppe Abbati dipinti sulle spiagge di Castiglioncello, si dipana tra opere di Cabianca, Sernesi e Signorini (di quest’ultimo particolarmente interessanti le Donne a Riomaggiore) e termina di fronte alla particolarissima Ricreazione di Antonio Mancini, una bambina dall’espressione indefinita che stringe a sé una bambola e siede accanto ad alcuni balocchi.

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Giuseppe Abbati, La casa di Diego Martelli a Castiglioncello (1862; olio su tela, 21 x 50 cm; Collezione Borgiotti)


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Adriano Cecioni, Il solletico (1862; olio su tela, 37,5 x 44,5 cm; Collezione Borgiotti)


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Telemaco Signorini, Donne a Riomaggiore (1893; olio su tela, 64,5 x 44,5 cm; Collezione Borgiotti)


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Antonio Mancini, La ricreazione (1876 circa; olio su tela, 160 x 103 cm; Collezione Borgiotti)

Il visitatore che si sofferma ad analizzare tendenze e differenze delle due collezioni riuscirà ad arrivare alla conclusione che Borgiotti preferiva un’arte lirica, meditativa, silenziosa (tramonti su spiagge prive di presenze umane, quieti vigneti colorati d’autunno, passeggiate solitarie nella campagna, comari di paese che confabulano sottovoce, bambini colti nei loro giochi) e Piceni era più in sintonia con la trafficata vita di città, da Londra a Parigi tra strade, piazze, parchi, teatri, locali frequentati. Per arrivare a tali conclusioni possono essere d’aiuto i pannelli che, con pillole tratte dai testi di Borgiotti e Piceni, presentano al pubblico i pittori in mostra: De Nittis è quindi il pittore “che insegnò agli inglesi a vedere le loro nebbie e ai francesi a vedere le loro donne”, Boldini “ha lasciato con la sua opera una testimonianza vasta e varia che abbraccia tutti gli aspetti della favola umana: idillio e tragedia, febbre e pettegolezzo, respiro dei campi e delle marine e viziato tepore dei salotti”, e ancora Abbati sa che “l’esterno è lo stato misterioso di un mondo interiore che bisogna rivelare” e Cecioni è un pittore dotato di “acutezza critica, vivacità espressiva e spirito penetrativo”. Peccato solo che a volte queste didascalie siano piazzate in maniera poco intuitiva: non si comprende perché, per esempio, il pannello di Ulisse Caputo sia stato posto vicino a un’opera di Serafino Macchiati e, viceversa, la didascalia di Macchiati accompagni un dipinto di Caputo (il ritratto di sua moglie: una delle più intense opere di tutta l’esposizione).

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La didascalia su Ulisse Caputo vicino a Dopo il galà di Serafino Macchiati


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Ultimo passaggio della mostra con, sullo sfondo, il ritratto di Maria Sommaruga, moglie di Ulisse Caputo autore del dipinto


Doverosa, infine, una nota sul catalogo (un buon catalogo), che include due saggi, uno su Piceni e uno su Borgiotti rispettivamente di Camilla Testi e Claudia Fulgheri, e meritano una menzione anche il contributo di Flavie Durand-Ruel, discendente del celeberrimo mercante degli impressionisti, e la lunga introduzione dell’infaticabile Giuliano Matteucci, direttore della Fondazione. Ricche e puntuali, inoltre, le schede dei dipinti. Un catalogo che, insomma, sopperisce alle (troppe) mancanze di una mostra che, pur non configurandosi come una battuta a vuoto (c’era del grande potenziale, purtroppo poco sfruttato), e pur rimanendo un’esposizione tutto sommato elegante e animata da ottimi propositi, nel novero delle esposizioni del Centro Matteucci passa un po’ sottotono, piuttosto deludente a causa della sua scarsa capacità di esprimersi compiutamente, delle evidenti lacune divulgative, del costo d’ingresso decisamente alto se giudicato in relazione ai contenuti della rassegna, e del mancato raggiungimento dell’obiettivo di presentare al pubblico in modo completo le figure di quelli che dovevano essere i due protagonisti principali della narrazione della rassegna. C’è da augurarsi che la prossima mostra possa riproporci il livello dell’esposizione dell’anno passato: il Centro Matteucci, un istituto serio e ben gestito, ne è pienamente in grado.



Federico Diamanti Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Diamanti Giannini

Giornalista d'arte, ho fondato Finestre sull'Arte nel 2009 con Ilaria Baratta. Sono nato a Massa nel 1986 e ho ottenuto la laurea specialistica a Pisa nel 2010. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier.

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1.Euterpe Flauto in data 17/01/2017 19:31:38

Condivido ampiamente il parere di Federico. Dissento, però, su di un punto: la "superiorità" delle opere di Zandomeneghi su quelle di De Nittis. Il primo è un grande, ma il secondo è semplicemente sublime. <3





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