Francia, i lavoratori della cultura, stanchi del lockdown, hanno occupato decine di teatri


C'è già chi la definisce una mobilitazione storica: in Francia i lavoratori della cultura oppressi dal continuo lockdown del settore, che va avanti da ottobre, hanno cominciato a occupare i teatri. Dal 4 marzo sono una cinquantina gli istituti occupati in tutto il paese.

I lavoratori della cultura della Francia non ne possono più dell’assurdo lockdown della cultura, che nel paese d’Oltralpe va ormai avanti imperterrito dal 29 ottobre, e hanno dunque deciso di cominciare a occupare i teatri. Un gesto forte, un chiaro segnale al presidente Emmanuel Macron e al governo di Jean Castex: cinque mesi con le porte della cultura sbarrate sono insopportabili. La protesta è cominciata il 4 marzo dal Théâtre de l’Odéon di Parigi: una cinquantina di persone si è introdotta nell’edificio e da allora i manifestanti lo occupano senza sosta, vivendo giorno e notte dentro il teatro. Sono artisti e lavoratori, che spiegano così le loro ragioni sull’account twitter Occupation Odéon appositamente creato: “dallo scorso 4 marzo, il teatro e la sua piazza sono diventati luoghi d’incontro, di condivisione, di scambio, una tribuna quotidiana dove si esprimono le lotte e la rabbia. Ci reinventiamo insieme come servizio pubblico essenziale. Questa lotta va al di là delle rivendicazioni della cultura. Esigiamo lavoro e protezione sociale per tutte e tutti. Mettiamo a disposizione la nostra esperienza. Occupiamo i nostri luoghi di lavoro per organizzarci. Occupiamo tutti i nostri luoghi della cultura per riunirci. Occupiamo tutti i luoghi dove si decidono le nostre vite. Occupiamo tutti i luoghi per riappropriarci del nostro futuro”.

Sono molto precise le richieste che gli occupanti stanno inviando al governo: il ritiro della riforma della cassa integrazione (che renderà più rigide le regole per avere accesso alle misure integrative), il prolungamento degli indennizzi per i lavoratori precari fino al 31 agosto e la riapertura dei luoghi della cultura. Nel frattempo, gli occupanti, come riporta l’agenzia France 24 in un lungo reportage, si sono attrezzati per un’occupazione che immaginano lunga: hanno creato dei piccoli gruppi che si occupano della comunicazione, della logistica, delle derrate alimentari e stanno stabilendo rigide regole per la vita in comune durante la pandemia nei teatri occupati. E l’esempio dell’Odéon è stato ben presto seguito in tutto il paese.

L'occupazione dell'Odéon
L’occupazione dell’Odéon


L'occupazione del Grand Théâtre di Bordeaux
L’occupazione del Grand Théâtre di Bordeaux


L'occupazione della Comedie di Reims
L’occupazione della Comedie di Reims


L'occupazione della Scène Nationale di Orléans
L’occupazione della Scène Nationale di Orléans

La protesta è scoppiata in tutta la Francia: sono decine i teatri occupati

Al 13 marzo, ben ventitré teatri risultavano occupati in tutto il territorio nazionale, da nord a sud (ma la protesta è in espansione e al momento, secondo i sindacati, sono più di 50 i luoghi occupati): l’Odéon ha dato l’esempio, ed è stato seguito a ruota da altri ventidue istituti (il Théâtre National de la Colline di Parigi, il Théâtre des Quartiers di Ivry-sur-Seine, il Cirque Jules Verne di Amiens, il Théâtre du Nord di Lilla, il CDN di Rouen, il TNS di Strasburgo, il Quartz di Brest, l’Opéra di Rennes, il Théâtre Graslin di Nantes, il Quai di Angers, l’Opéra di Tours, la Scène Nationale di Orléans, il CDN di Besançon, l’Équinoxe di Châteauroux, la Scène Nationale di Niort, il Théâtre de l’Union di Limoges, il TNP di Villeurbanne, lo SMAC di Saint-Étienne, il Centre Choréographique National di Montpellier, il Théâtre du Merlan di Marsiglia, il Théâtre de Sarragosse di Pau e il Théâtre de la Cité di Tolosa). Negli ultimi giorni altri teatri sono stati occupati a Lione, Bordeaux, a Reims, a Digione, a Nîmes, a Saint-Denis, a Lorient. E molti altri istituti, sebbene non occupati, hanno comunque espresso vicinanza al movimento. La protesta, insomma, è ormai estesa in tutto il paese, e in Francia se ne parla molto.

“Il nostro movimento”, ha spiegato a France 24 Joachim Salinger, rappresentante del sindacato CGT Spectacle, “è direttamente legato alla crisi sanitaria, ma ancor più della riapertura delle sale la nostra rivendicazione principale è il ritiro della riforma della cassa integrazione che taglierà gli aiuti ai più fragili, ovvero a chi non lavora da un anno”. La riforma impone infatti che si debba lavorare almeno sei mesi sugli ultimi 24 per avere diritto alla cassa integrazione: questa soglia viene contestata perché in epoca di pandemia ci sono lavoratori della cultura che sono al palo da un anno, e nei dodici mesi precedenti il loro status di intermittenti non aveva consentito loro di raggiungere i sei mesi previsti dalla riforma che è al momento in corso di discussione.

Quello che in fondo i lavoratori della cultura chiedono è semplicemente poter lavorare. “Vogliamo vivere del nostro mestiere”: così recitavano i cartelloni degli occupanti del Théâtre Graslin di Nantes, dove l’agitazione è cominciata il 10 marzo. “Il settore deve uscire a testa alta dalla crisi”, dice invece al quotidiano Le Parisien il musicista Mathieu Crochemore, iscritto allo SNAM, il sindacato dei musicisti. “Vogliamo lavorare per preparare le riaperture, e abbiamo bisogno di aiuti. Questa mobilitazione è un qualcosa di storico per il mondo della cultura”. E come spesso accade in Francia, quando una categoria professionale decide di protestare, lo fa in modo convinto, rumoroso, unito, e coinvolgendo anche altri settori. L’obiettivo della protesta, spiega all’emittente France 3 la produttrice musicale Kristell Arquetoux, membro del collettivo dei precari che ha occupato il Grand Théâtre di Lorient in Bretagna, “è difendere i precari dello spettacolo, minacciati dalla riforma della cassa integrazione, ma è anche quello di difendere in generale tutti i precari del lavoro: non siamo qui solo per difendere la nostra causa”.

Non si tratta solo di una protesta della base, perché anche alcuni direttori condividono le rivendicazioni dei lavoratori. Il nuovo direttore del Théâtre du Nord di Lilla, uno dei teatri più antichi e importanti della Francia, David Bobée, ha diffuso un comunicato per esprimere il suo “pieno sostegno a questa nuova mobilitazione”: nel suo teatro sono una trentina i lavoratori che lo stanno occupando. Solidarietà anche da Thierry Pilat, direttore del Fil di Saint-Étienne, occupato da mercoledì scorso (“i precari fanno parte del nostro quotidiano e quindi sosteniamo le loro rivendicazioni”, ha dichiarato in un’intervista a France Bleu), e nella città portuale di Saint-Nazaire, dove è stato occupato il Théâtre Simone-Veil, è addirittura l’assessore della cultura, Michel Ray, a nome della città a sostenere le rivendicazioni, come ha spiegato in un comunicato, ripreso da diverse testate.

La protesta al Théâtre National di Nizza
La protesta al Théâtre National di Nizza


L'occupazione del teatro di Mende, in Occitania
L’occupazione del teatro di Mende, in Occitania


L'occupazione della Scène Nationale di Niort
L’occupazione della Scène Nationale di Niort

La reazione della ministra della cultura Bachelot

A livello locale, sindaci e assessori alla cultura, se non hanno direttamente preso le parti dei manifestanti, hanno quanto meno dichiarato di comprendere le ragioni della protesta, e si sono dichiarati ovunque pronti a intavolare discussioni con gli occupanti. La ministra della cultura, Roselyne Bachelot, ha però un parere molto negativo sul movimento. La ministra ha infatti definito “inutile” e “pericolosa” l’occupazione dei teatri. “L’occupazione”, ha dichiarato, “non è il modo corretto, è inutile. Queste manovre sono pericolose, perché mettono a rischio dei luoghi fragili”.

Bachelot ha fatto sapere che il governo sta comunque sostenendo la cultura. “In nessun paese al mondo”, ha dichiarato, “si sta sostenendo la cultura come in Francia. Stiamo lavorando per mantenere i diritti dei precari, e su questo punto non ci tireremo indietro: proteggeremo i precari”. Ha inoltre voluto chiarire che il governo lavora “per migliorare le disposizioni, soprattutto nei riguardi di coloro che sono alle prime esperienze, perché bisogna proteggere i giovani che lavorano nella cultura”. Le parole della ministra sono arrivate mercoledì scorso: da allora non si è più espressa sull’argomento. La protesta però non accenna a fermarsi, anzi: sta dilagando. Peccato che in Italia quasi nessuno ne stia parlando.


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