Il dramma del team del Padiglione dell'Ucraina alla Biennale, al lavoro sotto le bombe


Sui propri account social, il team che lavora al Padiglione dell’Ucraina racconta giorno per giorno il loro dramma. E la squadra continua a lavorare nonostante le bombe, tra chi rimane e chi cerca di portare a Venezia le parti pronte dell’esposizione. 

L’Ucraina è aggredita dal fuoco della Russia, ma non per questo il team del Padiglione dell’Ucraina alla prossima Biennale di Venezia, che aprirà ad aprile, ha smesso di lavorare. Anzi: la speranza è quella di riuscire a terminare il lavoro, nonostante tutte le difficoltà e le incertezze. La squadra, guidata dai curatori Lizaveta German, Maria Lanko e Borys Filonenko e dall’artista Pavlo Makov continua a lavorare per la riuscita della mostra The Fountain of Exhaustion. Acqua alta in programma al padiglione nazionale presso l’Arsenale, malgrado alcuni membri del team si trovino al momento nelle città più colpite dalle bombe russe.

È di poche ore fa l’ultimo aggiornamento: il team, sui social, racconta quello che sta accadendo. Makov, l’unico artista che esporrà nel padiglione, è al momento a Kharkiv, la seconda città più grande del paese, con la sua famiglia e trascorre la maggior parte delle sue giornate allo Yermilov Centre, centro d’arte contemporanea che al momento funziona da rifugio antiaereo per una trentina di persone. Proprio oggi, il quotidiano inglese Evening Standard ha pubblicato un’intensa intervista a Makov in cui l’artista spiega come si vive sotto le bombe, qual è il suo pensiero su questa guerra (“non è una guerra tra russi e ucraini”, ha detto, “è una guerra tra due mentalità opposte: l’Ucraina è sempre stata un paese orientato all’Europa, anche se nacque sulle ceneri dell’Unione Sovietica. Se l’Ucraina venisse occupata e io rimanessi in vita, non vorrei stare sotto la Russia, perché non sarebbe più l’Ucraina”: Makov peraltro, come tanti ucraini, ha anche origini russe), e come si sta lavorando al Padiglione.

La Fountain of Exhaustion (“Fontana dell’Esaurimento”) è una scultura con acqua che sgorga da imbuti in bronzo appesi a una parete, già pensata nel 1995, quando voleva rappresentare la sensazione di esaurimento di vitalità che l’artista aveva percepito nel mondo, e adesso il progetto verrà aggiornato perché le cose sembrano peggiorate. Le parti già pronte della scultura sono al momento in viaggio verso l’Italia (la curatrice Maria Lanko le ha messe in auto due giorni prima dello scoppio del conflitto e, afferma Makov, è riuscita ad arrivare in Polonia). Il catalogo della mostra era pronto per essere stampato lo scorso 23 febbraio, un giorno prima dell’invasione, di conseguenza è stato necessario rivolgersi a un altro fornitore (il file PDF della pubblicazione, ha spiegato l’artista, era già pronto). Makov non demorde: se almeno i curatori potranno essere a Venezia, il progetto, spiega ancora a Evening Standard, “potrà essere organizzato in modo che si possa mostrare almeno il nucleo centrale del progetto e che il catalogo sia lì. Nella situazione attuale, ritengo che la nostra partecipazione sarà un fatto positivo per l’Ucraina”. Infine, un pensiero sull’arte, piuttosto sfiduciato: “Penso che l’arte sia una parte molto importante della nostra vita; non possiamo vivere senza cultura, né la politica né l’economia funzionano senza cultura, questa è la chiave per aprire quelle serrature. Ma allo stesso tempo, in questo momento, l’arte non aiuterà molto. Adesso il mio dovere è lavorare sul fronte dell’informazione”.

Il catalogo, spiegano gli organizzatori del Padiglione dell’Ucraina, è adesso nelle mani di Borys Filonenko, che si trova a Leopoli e sta lavorando sugli ultimi dettagli per poterlo stampare. Si trova a Kharkiv anche la designer Tania Borzunova, che ha lavorato all’impaginazione e alla grafica del catalogo: gli organizzatori fanno sapere che è in contatto con Filonenko (nonostante le forze russe in queste ore si stiano concentrando proprio su Kharkiv) per ultimare la pubblicazione.

Situazione complicata anche per le curatrici Lizaveta German e Maria Lanko. German, spiega il team del Padiglione, “rilascia dieci interviste al giorno mentre ’riarreda’ casa sua per rinforzarla contro gli attacchi aerei”. La curatrice non può lasciare la capitale Kiev perché è incinta dovrebbe partorire tra una settimana. Infine, Lanko, nel momento in cui gli organizzatori scrivevano era ancora in viaggio con le parti della scultura di Makov nell’ovest dell’Ucraina: l’obiettivo è quello di portare tutto a Venezia. Lei stessa, l’altro ieri, ha dato un aggiornamento via Instagram: “Negli ultimi tre giorni ho solo guidato e dormito, poiché avevo promesso alla mia squadra di portare fuori Kiev pezzi dell’opera di Pavlo Makov per il Padiglione dell’Ucraina alla Biennale di Venezia organizzata per questo aprile. Non sembra avere molto senso, però, dato che i miei più cari amici e la mia famiglia trascorrono continuamente i loro giorni e le loro notti negli scantinati di Kharkiv, Chernihiv e Kyiv sotto attacchi aerei senza sosta. Quando tutto questo era appena iniziato, sembrava che le nostre vite e il nostro bellissimo paese fossero rovinati per sempre poiché era l’esercito più forte del mondo ad attaccarci brutalmente. Ma oggi so che è vero il contrario: siamo noi l’esercito più forte del mondo”.

Gli ucraini hanno inoltre preso posizione sulla rinuncia degli artisti e del curatore del Padiglione della Russia a ritirarsi dalla Biennale. La mossa è stata accolta con favore: il team ha fatto sapere che comunque aveva già pronta una nota in cui si dichiarava contraria alla partecipazione della Russia alla Biennale di Venezia anche per il fatto che il padiglione russo, spiegano “è stato costruito con il denaro di Bohdan Khanenko, distinto collezionista e filantropo ucraino, la cui collezione è diventata la base per il più importante museo dell’arte occidentale ed orientale dell’Ucraina, fondato da sua moglie Varvara a Kiev. l padiglione è solo un’altra forte prova dell’appropriazione culturale russa”.

Nella foto: Lizaveta German, Borys Filonenko, Pavlo Makov e Maria Lanko

Il dramma del team del Padiglione dell'Ucraina alla Biennale, al lavoro sotto le bombe
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