Alice Pasquini: “faccio arte in strada perché cerco un'arte vera, a contatto con le persone”


Un'intervista alla street artist Alice Pasquini, in arte Alicè, che ci illustra il suo punto di vista sull'arte urbana.

Alice Pasquini, in arte Alicè (Roma, 1980), è una street artist riconosciuta a livello internazionale: le sue monumentali opere d’arte urbana sono sparse in tutto il mondo. L’artista è protagonista di Oltre il muro: arte e contesto, workshop online nell’ambito del progetto della Collezione Peggy Guggenheim, in collaborazione con Swatch Art Peace Hotel, dal titolo Superamenti. Pratiche artistiche per un nuovo presente. Partendo da una riflessione sulla trasformazione e il recupero urbano attraverso lo studio di diverse tecniche e la progettazione di una o più opere di arte pubblica, il workshop intende analizzare cosa significa “fare” street art, sotto quali forme la street art si manifesta e quale sia stata l’evoluzione di questo linguaggio artistico dagli anni Cinquanta a oggi. Intanto abbiamo parlato con Alicè della sua arte, dei temi principali da lei affrontati nelle sue opere e di cosa l’ha spinta a dipingere in strada. L’intervista è a cura di Ilaria Baratta.

Alice Pasquini
Alice Pasquini

IB. Riappropriazione degli spazi pubblici: sta diventato un fenomeno sempre più diffuso la rivalutazione di luoghi di degrado meno frequentati dalla comunità locale attraverso la realizzazione di grandi opere di street art con l’obiettivo di creare luoghi di condivisione e di socialità soprattutto per i giovani. È questo quindi il nuovo presente dell’arte?

AP. Beh, lo è dagli anni Settanta ormai. Credo che in parte sia stato così anche prima, per una ricerca che ha portato gli artisti ad andare fuori, oltre lo studio. Per non fare il classico esempio dei graffiti nelle caverne, direi in realtà che già gli Impressionisti avevano detto “il mondo è il mio studio”: vedo un collegamento con tutta la ricerca dell’arte contemporanea. Attualmente si è verificato un riavvicinamento alla pittura che ormai era una cosa quasi lontana, passata, quanto meno quando io ero una studentessa dell’Accademia di Belle Arti. L’arte era più videoarte, azione, happening, e la pittura era una cosa che sembrava quasi superata, a parte la transavanguardia degli anni Ottanta. E invece adesso per la prima volta nella storia dell’arte e dell’umanità, in tutte le parti del mondo, gli artisti stanno dipingendo superfici sempre più grandi. Per quanto riguarda la valenza sociale dell’arte pubblica, sì, è strettamente collegata: chiaramente il muro non è una tela, e la città non è uno studio, quindi c’è una responsabilità e l’ispirazione viene anche dalla forma del muro, il colore, la sua storia (non è la stessa cosa dipingere a Singapore o a Mosca). È un’arte che io preferisco chiamare contestuale, cioè che nasce per quel luogo specifico e basta.

L’arte come antidoto all’esclusione e all’emarginazione: è d’accordo con questa definizione? Perché la street art, rispetto all’arte tradizionale, pare essere più adatta a questo scopo?

Parlo in base alla mia esperienza. Per me andare in strada a dipingere è stata una reazione all’accademismo e all’idea di arte come veniva insegnata all’epoca, quando io ero una studentessa. Adesso non so com’è la situazione, però sostanzialmente con poca prospettiva verso il futuro e in parte sfiducia e una considerazione dell’arte solo con la A maiuscola. In questo paese in cui l’arte dovrebbe essere la prima cosa e dovrebbe essere anche tutelata, le molte forme d’arte vengono considerate di serie B: parlo dell’illustrazione, dei fumetti (infatti i nostri migliori illustratori spesso se ne vanno all’estero, a Parigi o in altri luoghi del genere, perché qui non c’è spazio per forme che non sono ancora forse molto accademiche). Le cose stanno cambiando, da quando io ho cominciato a dipingere in strada ad oggi: io stessa sono nominata nell’enciclopedia Treccani sotto la voce di artista, ma chiaramente il momento di rottura con l’accademismo è passato, è superato, mentre io ho vissuto il momento in cui il fenomeno stava esplodendo in tutto il mondo. Sicuramente c’erano poche persone, e soprattutto meno donne, nel mondo a farlo. Era un fenomeno che intendeva rompere con l’accademismo, ma soprattutto s’intendeva dipingere dove si voleva, quello che si voleva, quando si voleva. Questo tipo di riappropriazione da parte degli artisti, come spesso accade nella storia dell’arte, nasce dall’invenzione tecnica, in questo caso lo spray, che permette di fare delle cose molto rapidamente e molto grandi. Cambia completamente l’approccio. Per quanto mi riguarda, ciò che mi ha fatto dipingere in strada è la ricerca di un’arte a contatto con le persone, un’arte vera, l’idea di una rappresentazione intima in uno spazio pubblico, lavorare superfici vulnerabili piuttosto che su muri bianchi e su muri con già una storia (una scritta, un segno), su porte arrugginite, lavorare con l’abbandono per restituirlo invece alla città... è tutta un’altra forma. Ora la street art è diventata mainstream (si pensi alla superstar, alle aste, alle gallerie); questo fenomeno ha generato per la prima volta un mercato parallelo, che mette in discussione le regole del mercato dell’arte, ma sono state soprattutto le persone, i cittadini, ad appassionarsi a questa forma d’arte e a diventarne promotori attraverso i social e internet. Ora si parla sempre più di riqualificazione, utilizzando il termine street art, però c’è ancora secondo me molta confusione in merito a ciò che è libertà d’espressione, arte pubblica.

Un'opera di Alice Pasquini
Un’opera di Alice Pasquini


Un'opera di Alice Pasquini
Un’opera di Alice Pasquini


Un'opera di Alice Pasquini
Un’opera di Alice Pasquini

Qual è la differenza tra street art e arte pubblica secondo Lei?

A parte il termine street art che a me non piace; è stato inventato perché bisognava rendere accettabile una pratica, come se ci fosse una differenza... In realtà street art non vuol dire proprio niente, per me. Quando ho cominciato io si chiamavano graffiti, dopodiché c’è stato un momento negli anni Duemila in cui, superata la generazione di Basquiat e di Haring, si è arrivati al periodo post-graffiti, con lo sviluppo di poster, stencil e di tutte quelle forme che non erano solo più lettering; ha quindi trovato spazio anche una figurazione che sembrava ormai superata e che invece è rinata. Per me quest’arte non è lo sfogo di un artista e del suo narcisismo, ma diventa interazione con lo spazio pubblico, ricordandoci che una parete è una parete, non è una tela, e che ci sono persone che ci vivono. Oggi, quando da più di quindici anni ormai è diventato il mio lavoro e vengo chiamata in tutto il mondo per fare delle grandi pareti, mantenere il romanticismo iniziale significa lavorare su esperienze più sociali, quindi con gli immigrati che arrivano qui, ma anche con gli italiani emigrati all’estero, o dentro a un carcere o su un muro di confine reale o organizzare un festival in un paese abbandonato del Molise. Diciamo che per me quest’arte, ora di moda, serve ad accendere una luce in alcune situazioni. E sul motivo di rottura iniziale... chiaramente, come tutte le forme d’arte, c’è il riflusso, no?

Quindi obiettivo di uno street artist è sempre quello di esprimere al mondo la sua posizione attraverso l’arte?

Non credo, quello che porta gli artisti a lavorare in uno spazio pubblico è un motivo personale che cambia. Io parlo a nome mio, non a nome di tutti gli street artist del mondo. Il mio obiettivo era ed è fare un’arte a contatto con le persone vere e portare inoltre una visione femminile, perché spesso la rappresentazione della donna nel panorama urbano in generale è usata e proposta dagli uomini. A rischio di essere banale, volevo parlare di sentimenti umani e di cose che in realtà ci legano: viaggiando in tutto il mondo, in tanti tanti paesi, mi sono però resa conto di quanto siano più le cose che ci uniscono rispetto a quelle che ci dividono. È un’arte contemporanea spesso dominata dal cinismo e dal linguaggio cinico (dove cinico vuol dire essere critico e quindi... più attraente), per me invece nelle città abbiamo bisogno di tutt’altro.

Parlando della Sua personale arte, quali temi affronta principalmente? Molte delle Sue opere raffigurano donne: è una scelta legata a una sorta di solidarietà con il mondo femminile o legata ad altre ragioni?

Tutta la mia arte parla di sentimenti umani e di rapporti tra le persone, come dicevo, nel gap di rappresentare qualcosa di intimo e di personale in uno spazio pubblico. Una scena in cui ci si può identificare per umanità, come spesso capita con chi lo guarda, che è una cosa incredibile. Ricevo delle mail di persone che s’identificano in quel sentimento. Per quanto riguarda le donne, mi fa sorridere che venga domandato a me, che sono donna, perché dipingo le donne, quando tutti i pittori nella storia dell’arte hanno sempre dipinto le donne. Forse fa strano perché manca una narrazione da un punto di vista femminile? Chissà.

A quali delle Sue opere è particolarmente affezionata? O per cui si sente particolarmente orgogliosa?

Nel mio libro monografico che da poco realizzato ho contato almeno mille muri, per cui ormai perdo veramente il conto. Per me ciò che conta in quest’arte è il momento in cui viene fatta perché a differenza di un’arte che viene prodotta in solitaria in studio, quest’arte evolve a contatto con le persone e con la storia del quartiere. E continua a evolvere anche quando un artista va via. Questo tipo di pratica è sempre collegata alla realtà, io credo.

Per concludere, quali sono i Suoi progetti futuri?

Dipingo in tantissimi luoghi. Per una serie di coincidenze poi una ragazza mi ha visto in televisione e mi ha invitata in un piccolissimo e sperduto paese del Molise, senza rendersi conto che mi stava scrivendo dal paese di mio nonno. Per quella coincidenza incredibile sono tornata lì e l’ho trovato completamente abbandonato. Il Molise è una terra simbolo dell’Italia dimenticata e ho cominciato a dipingere le scene del paese di un tempo sulle porte delle case abbandonate. Hanno cominciato a tornare i turisti. Da quest’idea abbiamo pensato che forse l’arte poteva salvare questo paese ed essere simbolo di tanti paesi che ci sono in Italia, come in Portogallo, in Spagna, solo per dirne alcuni. E così è stato: da oltre sei anni abbiamo portato più di trenta artisti internazionali a lavorare in quel luogo; non solo muri, ma anche installazioni, interventi, e adesso il paese sta rinascendo grazie ai turisti, grazie agli stranieri che hanno comprato case, grazie alla solidarietà che si è formata attorno a un’idea di resistenza basata sull’arte, quindi l’intero borgo si è rimboccato le maniche e ha deciso di non sparire scommettendo sugli artisti.


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Ilaria Baratta

L'autrice di questo articolo: Ilaria Baratta

Giornalista, sono co-fondatrice di Finestre sull'Arte con Federico Giannini. Sono nata a Carrara nel 1987 e mi sono laureata a Pisa. Sono responsabile della redazione di Finestre sull'Arte.

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