Cecilie Hollberg (Galleria dell'Accademia): “Il museo del dopovirus sarà digitale, collaborativo e vicino al pubblico”


Come saranno i musei una volta usciti dalla crisi coronavirus? Lo abbiamo chiesto a Cecilie Hollberg, direttore della Galleria dell'Accademia di Firenze.

In che modo la Galleria dell’Accademia di Firenze, uno dei musei più visitati d’Italia e tra i primi quaranta al mondo, intende rispondere alla sfida lanciata dalla pandemia di Covid-19 da coronavirus? Con Cecilie Hollberg, direttore del museo fiorentino, abbiamo fatto il punto su quello che il museo sta facendo, su cosa farà, su quali sono le previsioni per il futuro, su come i musei ne usciranno. L’intervista è a cura di Federico Giannini, direttore responsabile di Finestre sull’Arte.

Cecilie Hollberg
Cecilie Hollberg

FG. Dottoressa Hollberg, come sta procedendo il periodo di chiusura della Galleria dell’Accademia?

CH. Il museo non è un ufficio che si può chiudere a chiave, quindi alcune unità di personale devono rimanere al suo interno. Noi siamo stati molto severi fin dall’inizio, quando è stato emanato il primo decreto del presidente del consiglio dei ministri: ho praticamente mandato a casa tutti quanti. Adesso, dentro al museo, rimangono soltanto il corpo di guardia (un museo non deve garantire solo il benessere del personale, ma anche la sicurezza dell’edificio e la tutela delle opere d’arte) e i lavoratori attivi nel cantiere di somma urgenza partito a marzo. È poi necessario controllare costantemente i dati sull’umidità e sulla temperatura, e tutto questo non si può fare solo da remoto: gli impianti vanno gestiti di persona e le opere devono essere valutate in presenza, per verificare se hanno subito qualche cambiamento (non dimentichiamo che, non essendoci più i visitatori, la nuova situazione ha un’influenza sull’umidità delle sale). Poi, si recano in sede anche i lavoratori che devono sbrigare pratiche amministrative che non possono essere svolte da remoto: sono però pochissimi, perché io tengo molto al fatto che i lavoratori che possono stare a casa stiano a casa. E sottolineo che tutti stanno lavorando come al solito: gli storici dell’arte, per esempio, sono al lavoro sul catalogo scientifico del museo (abbiamo pubblicato da poco il terzo volume e adesso siamo al lavoro sul quarto), e lo stesso vale per l’ufficio comunicazione e per gli altri lavoratori della Galleria. Io, personalmente, sono rientrata al museo il 24 febbraio dopo alcuni mesi di assenza a seguito della riforma dello scorso anno, e sto utilizzando questo periodo per riallacciare i rapporti con i nostri partner, in modo da rimettere in piedi il lavoro che avevamo fatto e per gettare le basi dei progetti futuri.

 

E tra i lavoratori attivi da casa ci sono anche quelli che fanno in modo che la Galleria dell’Accademia arrivi al pubblico tramite i canali social, quindi anche voi siete tra i musei che “non hanno chiuso”, e che portano al pubblico le proprie iniziative e le proprie collezioni attraverso la rete. Voi come avete organizzato le vostre attività online?

Continuiamo ogni giorno a inventarci nuovi contenuti e nuovi formati, con l’idea che il digitale debba sostenere il lavoro del museo, anche se non potrà mai sostituire l’originale. Siamo però molto attivi, e sui social (in particolare su Facebook e Instagram) lavoriamo molto sulla didattica, con contenuti rivolti anche ai bambini. E anche per noi questo lavoro sul digitale è un’occasione per continuare a imparare.

Uno dei punti forti della vostra attività in rete è proprio quella rivolta al pubblico dei più giovani. Qui è interessante fare un parallelo con quanto sta accadendo negli Stati Uniti, per quanto certo le situazioni dei musei nei due paesi siano incomparabili, ma è comunque sintomatico il fatto che il MoMA abbia praticamente demolito il dipartimento della didattica licenziando tutti i collaboratori esterni, mentre invece in Italia la tendenza è quella di rafforzare questo settore. Perché è importante investire nella didattica anche a museo chiuso?

Intanto vorrei sottolineare che è importante investire sempre nella didattica, non importa se il museo è aperto o chiuso. Detto questo, la didattica è lo strumento che porta alle persone le conoscenze racchiuse all’interno del museo. Ed è uno strumento che guarda a tutte le persone, non soltanto ai più piccoli: sono certo due pubblici diversi, ma non è detto che se gli adulti abbiano già delle conoscenze non siano un pubblico a cui comunque rivolgersi con azioni di didattica. C’è tanto da trasmettere, e anche da imparare! Per quanto riguarda i bambini, il lavoro della Galleria dell’Accademia in questo senso intende parlare anche a quelli più piccoli perché il nostro obiettivo è quello di accompagnarli e invitarli fin dall’inizio a vivere con piacere l’esperienza del museo e a fare in modo che il museo sia un luogo dove il bambino voglia recarsi di sua spontanea volontà, come accade, per esempio, per una gelateria o per un luna park. Questo invito viene rivolto ai bambini con azioni che puntano molto sul gioco (e non in modo banale, ma con pratiche intelligenti): del resto, far arrivare contenuti complessi ai bambini, ai giovani, o comunque a chi non ha alcuna conoscenza pregressa, è una sfida importante. Per questo anche durante la chiusura ci siamo concentrati su questi aspetti. Ma la didattica è comunque uno strumento su cui puntiamo molto. Dal 2015, cioè da quando sono arrivata a dirigere questo museo, abbiamo investito molto sulla didattica (vorrei citare, per esempio, l’audioguida per bambini che spesso, peraltro, viene richiesta anche dagli adulti!): i bambini e i giovani sono il futuro non solo dei musei, ma di tutta la cultura. Dobbiamo immaginare che i bambini e i giovani saranno i nostri continuatori, e credo che dobbiamo abituarli fin dalla più tenera età a frequentare i musei. Senza questa attività dovremmo immaginare un futuro fatto di musei senza giovani: non avrebbe senso, il pubblico più giovane dev’essere coinvolto. E poi non dimentichiamo che interagire con un pubblico di bambini o di ragazzi è stimolante anche per gli esperti, perché spesso dai più piccoli arrivano domande inaspettate che ci fanno riflettere sui nostri punti di vista (per esempio, il confronto con i giovani ci impone di pensare con grande attenzione al modo in cui spieghiamo le opere d’arte).

A proposito di pubblico, il vostro è uno dei musei più visitati d’Italia e uno dei primi quaranta del mondo, con oltre 1,7 milioni di visitatori. Visitatori che però sono in gran parte turisti: è lecito supporre che, per molto tempo, a Firenze non li vedremo. Avete dunque pensato a come riprogrammare la strategia del museo non potendo contare sull’afflusso massiccio di turisti che c’era in precedenza?

Intanto credo che difficilmente il turismo ripartirà quest’estate. Alla base del poco movimento non ci saranno soltanto le disposizioni medico-sanitarie, ma anche motivi di ordine psicologico: tanti avranno paura di spostarsi. E poi ci saranno motivi economici o lavorativi: con tutto quello che è successo, forse molti non avranno neppure la possibilità di andare in viaggio. Comunque, anche nel caso in cui i flussi riprenderanno a breve, si tratterà di un turismo di prossimità, molto più regionale e locale: almeno per quest’anno non riesco a immaginare un turismo dall’estero. Forse qualcuno verrà, ma saranno numeri molto lontani da quelli che conoscevamo. E poi occorre ricordare che molti scienziati paventano una seconda ondata del coronavirus quest’autunno: al momento non possiamo fare previsioni, ma possiamo comunque immaginare che ai turisti di certo non piacerà essere sorpresi da una ripresa dell’epidemia quando si troveranno lontani da casa, in una città che non conoscono, dove non si sentono sicuri perché non sanno a chi rivolgersi. Anche per questo motivo le persone tenderanno a fare viaggi vicino a casa. Per quanto riguarda la Galleria dell’Accademia, noi ci troviamo in una situazione fortunata: possiamo cioè contare su introiti molto importanti e su una gestione sana ed economica. Noi abbiamo sempre utilizzato le nostre risorse in modo oculato, e possiamo dunque reggere a questa situazione per un po’ di tempo. Ovviamente abbiamo anche tempo per pensare a come ripartire: fortunatamente quest’anno non erano programmate mostre perché avevamo progettato una serie di cantieri molto importanti, e per motivi di spazio mancante avevamo deciso di non fare esposizioni temporanee. Non ci saranno grandi flussi di visitatori, è inutile nasconderlo: bisognerà però pensare a come gestire quelli che arriveranno. Dovremo intanto ripensare agli spazi per garantire che i visitatori possano percorrere le sale del museo in sicurezza e in modo chiaro: in futuro non potremo più permetterci, ad esempio, visitatori che non riescono a trovare una sala o non capiscono dov’è l’uscita. Parte del lavoro dovrà essere fatto anche online: il museo dovrà dunque essere più vicino al pubblico, in modo che il pubblico possa preparare al meglio la visita prima di recarsi al museo, e in modo che possa già avere un’idea di quello che vedrà, e di dove lo vedrà, prima di arrivare. Poi ci saranno le normative da seguire, che dovranno essere osservate e che soprattutto dovranno essere capite. E qui aspettiamo decisioni chiare da parte del Ministero dei Beni Culturali per sapere come ci dovremo muovere. Da questo dipenderà tanto.

Ecco, ma dal ministero vi stanno già arrivando indicazioni, o comunque siete al lavoro per capire come mettere in sicurezza il museo? Perché possiamo già immaginare che i musei riapriranno solo a fronte della messa in atto di misure di carattere sanitario per tutelare lavoratori e visitatori...

Sì, posso dire che il ministero è già al lavoro per riaprire i musei in sicurezza, e ci sta anche coinvolgendo.

Abbiamo detto che, secondo la Sua previsione, almeno per quest’anno il turismo sarà un turismo molto locale. Avete già in mente iniziative per coinvolgere di più gli abitanti della città e della regione?

C’è da dire che, a chi lo guarda da fuori, questo museo sembra una nave spaziale piena di turisti che vengono da chissà dove, ma che non è frequentata dai fiorentini. In realtà non è proprio così, abbiamo un pubblico locale piuttosto folto. Fin dall’inizio io mi sono impegnata in prima persona per la creazione dell’Associazione degli Amici della Galleria dell’Accademia proprio per coinvolgere i fiorentini (anche i fiorentini giovani!), e poi ci sono anche programmi pensati appositamente per un pubblico locale (penso per esempio all’iniziativa Voci fiorentine). Voglio però dire che in futuro questa per noi non sarà una priorità, ma per il fatto che il coinvolgimento del pubblico locale è un qualcosa che abbiamo sempre praticato: ovviamente comunque potenzieremo queste attività e continueremo a lavorare molto sul territorio. Del resto, sono dell’opinione che un museo che non ha degli amici sul territorio sia un museo che rimane senza radici. E noi siamo un museo dei fiorentini, siamo la collezione dei fiorentini, abbiamo una raccolta di opere d’arte realizzate soprattutto da artisti fiorentini o del territorio.

Un’ultima domanda per concludere. Qualche giorno fa la presidente dell’ICOM Suay Aksoy ha detto che, dopo la pandemia, avremo bisogno dei musei ancora più di prima e ha immaginato un futuro fatto di musei più vicini alle loro comunità e più convinti sostenitori di un futuro sostenibile. Questo però comporta un ripensamento del ruolo del museo: secondo Lei, come sarà il nuovo museo che uscirà da questa pandemia?

Sarà un museo un po’ rallentato, ma che poi si riprenderà, e sarà molto più digitale, collaborativo e vicino al suo pubblico. Scendendo nel dettaglio, sarà un museo che ripercorrerà alcune delle vecchie strade, ma che avrà degli elementi nuovi: innanzitutto, come detto, avremo imparato molto a lavorare sul digitale e a sfruttarlo di più. E almeno per la Galleria dell’Accademia il cambiamento riguarderà proprio il digitale. Per quanto riguarda le collaborazioni (con il territorio, con altre istituzioni, con le scuole e le università), questo è un elemento su cui noi puntiamo da sempre (e speriamo di consolidare i rapporti che erano già in essere prima, anzi li dovremo approfondire), ma in questo periodo è ancora più importante di prima, perché solo se si fa squadra si può arrivare lontani, e perché, per esempio, una soluzione che può andar bene per noi, può essere utile anche ad altri con cui la si potrebbe condividere. Vedo che c’è molta voglia di collaborare, e di farlo con un atteggiamento aperto, con la voglia di ascoltare e di imparare dagli altri. Per quanto riguarda la vicinanza al pubblico, credo che aumenteranno le iniziative per coinvolgerlo: noi, per esempio, abbiamo creato una piccola informativa che esce una volta alla settimana (in questi giorni è uscito il secondo numero) e dove spieghiamo i “dietro le quinte”, perché spesso le persone non sanno che cosa succede dentro un museo. Ma questo accade perché siamo noi che non lo comunichiamo e non lo trasmettiamo: adesso è il momento di far vedere al pubblico cosa c’è dietro quello che vedono nelle sale, dalla manutenzione delle sale a quella delle opere, dalla tutela ai controlli. Tutte peraltro attività che continuano anche a museo chiuso. E questo serve anche per destare interesse attorno a quello che facciamo.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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