Nell’attuale mondo dell’arte contemporanea, specialmente quello italiano, dove il consenso ha spesso sostituito il giudizio e la reputazione ha preso il posto del valore, la figura di Luca Rossi, collettivo artistico attivo dal 2009, continua a muoversi come un corpo estraneo e nel tempo è diventato uno strumento critico che si prefigge l’obiettivo di attraversare e mettere in crisi tutti i ruoli del sistema dell’arte: artista, curatore, critico, spettatore. Una strategia necessaria, secondo Luca Rossi, per rimanere indipendenti in un contesto chiuso, autoreferenziale e sempre meno disposto al confronto. La sua pratica nasce dalla critica, intesa non come esercizio accademico ma come strumento operativo, “il pennello” con cui intervenire su un sistema incapace di distinguere qualità, differenze e responsabilità. In questa intervista con Camilla Fumo, Luca Rossi vuol far emergere con chiarezza le fratture che attraversano il presente: una formazione anacronistica, un potere curatoriale sempre più manageriale, un’arte ridotta a decoro istituzionale, una retorica inclusiva che spesso maschera l’assenza di contenuti. Al centro, però, torna sempre la stessa questione: la mancanza di una critica capace di orientare, selezionare e creare valore. Senza strumenti per differenziare, l’arte si appiattisce, i migliori si allontanano e il sistema continua a sostenere i propri errori. Di tutto questo si parla in un’intervista che non offre soluzioni rassicuranti né scorciatoie, ma propone un cambio di postura: recuperare una visione critica come atto formativo, etico e politico, capace di restituire all’arte il suo potenziale di rischio, complessità e immaginazione.
CF. Come racconteresti il progetto Luca Rossi e il blog Documenta a chi non vi conosce?
LR. Luca Rossi nasce 16 anni fa come personaggio di fantasia dove convergono tutti i ruoli del sistema dell’arte. Questo perché già all’epoca era evidente la mancanza di confronto critico nel mondo dell’arte e la presenza di un ambiente chiuso che creava dei problemi all’arte e agli artisti. Per essere indipendenti è stato necessario rivestire tutti i ruoli. Luca Rossi è il critico, l’artista, il curatore e anche lo spettatore. Il primo strumento che abbiamo usato sono stati i commenti su Exibart, come uno spettatore che criticava un articolo; uno strumento semplice alla portata di tutti. La critica è diventata “il pennello” di Luca Rossi. Inizialmente molte persone ritenevano che l’aspetto artistico di Luca Rossi fossero i commenti, poi negli anni si sono sviluppati anche dei progetti artistici indipendenti come opere e progetti site specific, sia in Italia che all’estero.
Si può dire che Luca Rossi sia nato dalla critica per poi assumere un ruolo più attivo?
Direi proprio di sì. Secondo me oggi, come anche allora, non puoi essere parte del sistema artistico (artisti, curatori ecc.) senza una visione critica, perché se ci si occupa di arte contemporanea senza visione critica si rischia di scivolare nel “decoro da interni”, quello che io chiamo “IKEA evoluta”, con un design pretenzioso ma che fa perdere delle opportunità. La critica è fondamentale per tutti i ruoli del sistema.
Spesso avete un’opinione molto critica delle grandi istituzioni e delle fiere, perché la qualità è posta in secondo piano rispetto ad altri aspetti, come la reputazione degli artisti presenti. Nonostante la vostra opinione, Luca Rossi ha preso parte ad alcuni di questi eventi. Come giustificheresti la vostra presenza? Può essere un modo per ribellarsi dall’interno e riprendersi quegli spazi?
Sì, secondo me non bisogna distruggere il sistema ma cambiarlo dall’interno. La sfida è lavorare dentro al sistema, in modo critico, anche partecipando anche alle fiere ma cambiando il modo in cui si partecipa. Io per esempio ho creato una galleria proprio con questo scopo. È stupido voler distruggere il sistema, perché poi ne seguirebbe necessariamente un altro. Bisogna starci dentro in un modo diverso e se non ti permettono di starci dentro, organizzare le cose fuori in un modo diverso, come sto cercando di fare anch’io adesso con due progetti, a Roma e Torino. Credo ci siano delle “autostrade” che nessuno sta percorrendo perché il sistema è bloccato, gli artisti sono impauriti e tutti i ruoli sono atrofizzati.
Agli eventi a cui avete partecipato (es. Biennale), com’è stata accolta la vostra presenza, considerata la vostra posizione?
Quando le persone mi incontrano nella realtà sono sempre d’accordo con Luca Rossi. Non ho mai trovato nessuno che si opponesse in modo forte perché sono tutte questioni sotto gli occhi di tutti. La critica al mondo dell’arte è anche troppo facile, è fondamentale avere un’alternativa. Luca Rossi in questi anni ha definito un modo diverso di pensare al museo, alla galleria, all’artista. Ovviamente, è ancora una goccia nel mare però ci sono tante persone che la pensano come allo stesso modo. In generale quindi mi trovo sempre bene quando mi invitano dentro il sistema e le persone sono d’accordo. Io subisco una forma di ostracismo da parte di molte persone che non mi invitano e mi ostacolano di nascosto. Potrei essere molto più efficace e veloce se non subissi una forma di ostracismo verso Luca Rossi. Questo è l’aspetto più brutto perché sembra di stare in un regime.
Se dovessi immaginarti l’artista e il museo del futuro, reimmaginando il sistema, da dove partiresti? Qual è l’ostacolo più grande nel mondo dell’arte?
Fondamentalmente tutti i problemi nascono da una formazione sbagliata o improvvisata degli artisti e dei curatori. Molti addetti ai lavori hanno un background improvvisato. Nelle accademie e nelle scuole italiane ed internazionali ci sono dei programmi delle impostazioni anacronistiche, vecchie; tant’è vero che anche i migliori master in Fine Arts non riescono più ad assicurare nulla agli artisti. Paradossalmente i curatori, essendo dei manager, possono avere quasi più opportunità. A me fa sempre ridere quando per un progetto ci sono molti curatori e per un anno e mezzo di parla solamente di loro. Gli artisti sono completamente accessori. Poi ad un certo punto devono (le istituzioni) annunciare gli artisti, che sono i soliti 100, 200, 300 simili tra di loro. Alla fine la cosa più importante è ripensare alla formazione e proprio per questo io ho un’accademia online per artisti e curatori.
Mi hai anticipato la risposta alla prossima domanda: secondo te le università sono ancora significative per l’insegnamento dell’arte?
Ci sono due questioni. C’è la formazione degli artisti che è anacronistica, molto accademica, didattica, legata al secolo scorso, quindi un tipo di arte che dev’essere innocua, poco più che decorativa. Poi c’è tutto un ricco filone di manager, ovvero curatori e direttori di museo, che utilizza l’arte in modo accessorio. Poniamo, ad esempio, che tu debba curare il LUMA di Arles: devi trovare quegli ingredienti per far sembrare il territorio moderno, contemporaneo. Devi chiamare gli artisti, organizzare le mostre, ma in tutto questo l’arte è secondaria. Diventa una sorta di decoro, che ha il compito di dimostrare la modernità di un territorio. Il ruolo più ricercato, è forse quello dei manager di queste realtà, più che degli artista. Luca Rossi si ribella a questa tendenza e infatti molti miei progetti nascono da spettatore. Io vado in un museo e faccio tutto: l’artista, il curatore, il direttore, lo spettatore; proprio l’artista che si ribella questa situazione soffocante in cui l’opera d’arte e l’artista sono marginalizzati.
Il tuo punto di vista mi sembra molto chiaro. Da una parte c’è la presenza molto forte ed invadente dei curatori, dall’altra la necessità di trovare opportunità di lavoro. Com’è possibile, considerata la tua esperienza, guadagnare senza sacrificare la propria integrità artistica, soprattutto all’inizio della carriera?
Ti faccio un esempio concreto per spiegarmi meglio. Prova ad immaginare se nel tennis non ci fosse il punteggio o un modo per misurare chi vince la partita. Se non ci fosse il punteggio, non avremmo mai visto tennisti come Sinner e Alcaraz perché fondamentalmente non sapremmo distinguere chi è meglio di chi. Quello che manca nel mondo dell’arte è la capacità di differenziare, manca il senso critico che aiuterebbe anche gli artisti stessi migliorarsi. Se ci fossero scale di valori, gli artisti sarebbero incoraggiati a sviluppare il loro lavoro. Il valore aggiunto sarebbe riconosciuto anche da una comunità di collezionisti e pubblico e gli artisti potrebbero vivere del loro lavoro. La totale assenza critica rende tutto piatto, uccide le differenze. Dopo tanti anni gli artisti migliori si dedicano ad altro perché non riescono ad emergere, non essendoci un sistema che fa le differenze. Uno come Sinner non sarebbe potuto esistere se non ci fosse stato il punteggio, probabilmente avrebbe fatto altro. Il sistema dell’arte è un sistema di totale assenza critica che uccide la qualità e peggiora di continuo, è un cane che si morde la moda. Se ci pensi, i collezionisti continuano a sostenere i propri errori per non sembrare stupidi, quindi a fare finta di niente. I curatori sosterranno gli artisti che hanno scelto anche se sono deboli e non hanno valore. Tutto nasce dall’assenza critica e dall’incapacità formativa del sistema.
Oggi con i social media tutti hanno una piattaforma dove potersi pubblicizzare. Anche il parere del pubblico è determinante per il successo degli artisti emergenti. Non è detto siano necessariamente i più bravi ma diventano sicuramente interessanti per i musei grazie al loro seguito. Secondo te oggi, c’è una figura che dovrebbe avere la responsabilità di selezionare e scegliere?
La radice di tutto è l’assenza critica, perché rende la formazione meno di qualità. Se ci fosse più critica si cambierebbe anche la formazione degli artisti e dei curatori, com’è avvenuto nel corso degli anni. Ovviamente oggi non si insegna più quello che si insegnava a fine ottocento perché si è modificata la formazione grazie alla critica, che alimenterebbe anche la divulgazione. Non si tratta solamente di insegnare a capire le opere d’arte ma di creare uno spazio di opportunità per il pubblico per interessarsi e appassionarsi. È ovvio che, se manca la divulgazione, e manca una critica originale, le persone seguiranno artisti come Jago che utilizza uno strumento in modo banale e retorico. Per fare un esempio, il pubblico che non è abituato a mangiare cioccolato, non lo sa riconoscere. La stessa cosa vale nell’arte: le persone si accontenteranno di Jago che produce un tipo di arte stereotipata e retorica. Il problema è che poi anche Jago si va a perdere perché è supportato da un grande ufficio stampa e dalle pubbliche relazioni ma non c’è veramente un seguito così travolgente di questo artista. Si torna sempre al punto di partenza: l’incapacità di differenziare. C’è questa omologazione dove tutti hanno libertà di parola ma non emerge nulla. È come se fossimo cento persone in una stanza che parlano contemporaneamente. Anche se Jago parla un po’ più forte non è che cambi molto. In questa situazione l’artista dovrebbe recuperare nuovi luoghi, nuove stanze, portare le persone altrove anche se non è facile. Ho scritto un articolo a riguardo: Appunti per una guerriglia, sulla necessità di recuperare mezzi di produzione, luoghi e pubbliche relazioni. Anch’io cerco di inventarmi nuove modalità ma lo potrebbe fare chiunque.
Nel momento in cui ci si ha così tanto accesso al lavoro degli altri credo che la difficoltà sia sviluppare un linguaggio originale. Nel blog paragonate spesso le opere di artisti contemporanei alle opere di artisti degli anni Settanta-Ottanta. Pensi che apprendere ad essere critici possa aiutare ad essere più originali?
Credo che il momento formativo dell’artista non dovrebbe insegnar loro qualcosa ma stimolarli ad una visione critica. La citazione va benissimo, è quasi inevitabile citare il Novecento, però deve diventare un ponte per andare oltre, non una forma di feticismo, altrimenti, come dicevo, si ricade nell’”Ikea evoluta” che va benissimo per arredare il salotto, però ci perdiamo delle opportunità. Per esempio, ho questa linea di opere, Hidden Works nelle quali la citazione è plateale, addirittura gli artisti presenti nell’opera sono dichiarati sopra. Però la citazione diventa un ponte per affrontare il presente, il lavoro è nascosto, in un mondo dove tutto è visibile e i contenuti ci bombardano. Non riusciamo ad immaginare, ad aspettare o a sorprenderci più di niente. La citazione è sotto gli occhi di tutti ma diventa un ponte con il presente, invece di essere esposte su Instagram, le opere sono nascoste. Dal mio punto di vista, la critica, nel momento formativo, andrebbe a stimolare gli artisti prima che si cristallizzino in forme deboli. Dopo che fai la stessa cosa per dieci anni, come Giulia Cenci ad esempio, e tutti ti conoscono un tipo di lavoro, dopo è faticoso cambiare, ci si cristallizza in quella forma lì.
Vorrei farti un’altra domanda sul rapporto tra la “vecchia” generazione, degli artisti consolidati, e la nuova generazione, magari ancora in fase di formazione. Mi è capitato spesso di notare, sia in ambito universitario che fuori, un atteggiamento molto svogliato ed egocentrico da parte di chi ci avrebbe dovuto insegnare. Spesso lasciarci “autonomi” si intrecciava con una progressiva assenza di partecipazione e supporto da parte dei docenti. Credi che ci sia, da parte degli artisti affermati, una forma di elitarismo?
Sicuramente da parte degli artisti ma anche da parte dei curatori. Avevo scritto un articolo un po’ di anni fa dove raccontavo che queste persone (gli artisti) in Italia hanno fatto talmente tanta fatica ad affermarsi, che adesso non hanno più voglia di aiutare gli altri o spendere energie per gli altri. Hanno già vissuto un trauma che ha fatto spendere loro molte energie. Nel concreto allora chi sono i formatori? Abbiamo parlato di rivedere la formazione, ma chi lavora in queste scuole? Lavorano o persone che sono state formate allo stesso modo e che quindi non sono imparziali, o artisti che hanno una visione molto individualista, basata sul doping delle pubbliche relazioni.
Vorrei collegarmi un attimo a quello che è successo alla Biennale Cinema. Immagino che tu abbia sentito le notizie riguardo le proteste contro il genocidio che hanno chiesto all’istituzione e ai partecipanti di prendere posizione e di escludere alcuni attori dal festival. Senza entrare in merito alla tua opinione su questa guerra, pensi che ci sia un’aspettativa diversa verso le istituzioni, che sono luoghi politici, e verso gli artisti?
A mio parere, l’unica cosa che può fare un artista per Gaza, per i problemi del mondo, dove salta in aria l’etica e la morale, è proteggere nel privato proprio l’etica e la morale. Concretamente questa è l’unica cosa che ognuno di noi può fare: non comportarsi in modo negativo nella propria dimensione pubblica-privata. Ovviamente, anche dei segni simbolici sono utili ad attirare l’attenzione globale, artisti e istituzioni possono prendere posizione; in ogni caso è necessario valutare caso per caso.
La richiesta di prendere posizione a volte può essere sconveniente nel caso in cui non la si pensi come la maggioranza, secondo te la necessità di essere politicamente corretti può diventare un ostacolo alla provocazione?
Personalmente sono sempre molto indipendente quindi non ho mai subito queste pressioni, neanche da parte delle istituzioni. Sicuramente bisogna evitare il coro da stadio, perché diventa una banalizzazione del problema politico. Poi la situazione a Gaza, ed anche in Ucraina, è un accanimento evidente, quindi credo che la Biennale di Venezia debba prendere una posizione, non può fare finta di niente. Nessuno di noi può fare finta di niente. Questo dal punto di vista simbolico. Dal punto di vista concreto, ognuno può lavorare bene nel proprio privato. A me le persone che si preoccupano per Gaza e poi privatamente o sul luogo di lavoro fanno schifo mi sembrano ipocrite. Il mondo dell’arte ha questa tendenza: sono tutti progressisti ma poi sul luogo di lavoro hanno atteggiamenti terribili dal punto di vista etico. Se queste persone fossero a capo di un paese, si comporterebbero esattamente come dei dittatori. Per fare un esempio: se a qualcuno è concesso di guidare una bici e fa danni piccoli, non è meno grave di chi guida una Formula 1 e uccide qualcuno, è l’attitudine che è sbagliata, quello che si può fare è guidare bene a prescindere.
Mi trovo molto d’accordo con quello che dici e allo stesso tempo mi chiedo: cosa succede nel momento in cui le persone che nel privato “fanno schifo” sono le stesse che ricoprono un ruolo istituzionale e quindi devono mostrarsi inclusive? Uno dei vostri post sul blog riflette proprio sulla strumentalizzazione della diversità, magari a scapito della qualità del lavoro.
Il problema è sempre lo stesso: un sistema che non riesce a differenziare non può indicare il valore e la qualità di un’opera e quindi per poter fare qualcosa di interessante ci si lega alla carta d’identità degli artisti. I curatori, per attirare il pubblico, ripiegano su questioni ormai secondo me assodate, fondamentali. Detto questo se la mostra è noiosa e banale, è perché si è lavorato male negli ultimi 15-20 anni e gli artisti di qualità nel frattempo si sono dedicati ad altro. Anche per questo bisogna ripartire da zero. Le persone più brave si sono allontanate perché il sistema funzionava male. Con la Luca Rossi Academy riesco a trovare talenti nascosti, allenarli e riportarli al centro, però è un lavoro difficile.
Ti va di raccontarci come lavori tu? Cos’è, nella tua visione, la qualità e cosa reputi interessante oggi?
Secondo me oggi, prima di tutto, l’artista deve prendere in mano le redini, ripensare ai luoghi e alle pubbliche relazioni, ovvero ripensare a come mostrare il proprio lavoro e a chi. Poi per me ci sono tre vie per la qualità, che ho definito in questi anni. La prima via è “alter-moderna”, che significa resistere alla degenerazione del nostro tempo ed evitare le reti soffocanti. Sono lavori che cercano di resistere ai problemi della contemporaneità. Successivamente c’è la seconda via, della “post-verità”, ovvero creare una realtà più interessante della verità, come ad esempio il flash mob. Al giorno d’oggi quello che sale sul piedistallo è poco potente, perché tutti sono già in evidenza e perché la realtà è molto più forte di qualsiasi fiction. Per attirare l’attenzione devi creare qualcosa che sembra vero ma non lo è, e per questo si evidenzia nell’omologazione generale. Infine, la terza via, è un certo tipo di pittura che può ancora creare un momento di riflessione, decompressione, che può essere utile e interessante.
Come mai proprio la pittura, che spesso è considerata tradizionale, quasi superata? La tua è una posizione in controtendenza rispetto ai nuovi medium espressivi.
La pittura è la terza via eh, le prime due sono molto meglio! Però essendo un media che si perde nella notte dei tempi è in grado di creare una bolla che può ancora essere interessante. Non tutta la pittura, qualche tipo e qualche pittore. Essendo uno strumento storico ci può ancora far riflettere.
Questa è più una mia curiosità: chi sono in questo momento i tre artisti che ti piacciono/interessano di più?
A me piacciono molto Santiago Sierra, Tino Sehgal e Martin Creed, tutti artisti degli anni Novanta, Tino Sehgal è un po’ più recente. Mi piacciono alcuni progetti del collettivo americano MSCHF, nato nel 2019. Fanno un lavoro che reputo interessante, a volte esagerano con il merchandising. Anche qualcosa di Maurizio Cattelan mi piace, ad esempio la banana (Comedian, 2019) perché esprime una visione coerente. Il discorso non è tanto “mi piace”, “non mi piace” ma valutare se un artista abbia un’attitudine a fuoco. Sicuramente la banana di Cattelan esprime perfettamente la sua attitudine. Mi piacciono molto anche certi lavori di Damien Hirst, soprattutto i primi degli anni Novanta. Tra gli artisti più giovani, Dahn Vo mi incuriosisce.
Ripensando a Damien Hirst mi vengono in mente degli artisti i cui lavori superano i limiti della moralità. Marco Evaristti nell’opera Helena mette in scena 10 frullatori, contenenti dei pesci rossi vivi, che possono essere attivati dal pubblico. Credi abbia ancora senso sfruttare determinati confini della sensibilità?
Detta così mi sembrano delle stupidaggini, poi dipende dall’obiettivo. La provocazione deve diventare uno strumento per andare altrove. Hai presente Aníbal Lopez? È un’artista sudamericano che è morto giovane. Durante una mostra aveva presentato un maialino con un fiocchetto, con il quale si poteva interagire. Alla fine il maialino venne portato al macello e diventò porchetta per le stesse persone che avevano giocato con lui. Ecco, questo è interessante perché Aníbal riassume in mostra quello che avviene nella realtà. La provocazione è interessante perché non c’è una violenza diretta sull’animale ma si ricrea quello che accade tutti i giorni nei macelli. Prendere dei pesciolini e frullarli mi sembra un po’ fine a sé stesso.
Ho avuto la stessa impressione anche se l’intenzione di Evaristti è testare il limite del pubblico.
Marina Abramović ha fatto una performance con lo stesso senso. Lei era in una stanza con diversi oggetti e le persone potevano farle quello che volevano. Io personalmente non avrei reso attivi i frullatori però sono scelte degli artisti. È un campo bordeline.
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