Morandi? Sarebbe felice vedendo le sue opere girare per il mondo. Intervista a Leonardo Piccinini


Intervista a Leonardo Piccinini, storico dell'arte, esperto del mercato antiquario, favorevole alla riforma dell'esportazione dei beni culturali.

Nei prossimi giorni sarà votato in Senato il ddl concorrenza, che contiene modifiche al Codice dei Beni Culturali riguardanti la circolazione e l’esportazione dei beni: una vera riforma che da mesi sta facendo discutere gli operatori, nettamente divisi tra chi guarda con favore le nuove norme e chi teme che il patrimonio culturale italiano ne riceverà danni. Abbiamo deciso di intervistare due storici dell’arte su posizioni differenti per discutere e approfondire i temi oggetto del dibattito. Proponiamo qui dunque l’intervista a Leonardo Piccinini, storico dell’arte esperto del mercato antiquario, firma della rivista Art e Dossier e membro dell’Associazione “Amici di Brera”. Intervista a cura di Federico Diamanti Giannini.

FDG. Molti analisti dicono che l’articolo 68 del ddl concorrenza che andrà a modificare il Codice dei Beni Culturali e riformerà la circolazione dei beni culturali avvicinerà l’Italia all’Europa. In che termini potrebbe verificarsi questo avvicinamento?
LP. In questo momento il sistema del mercato dei beni culturali in Italia è fermo. È fermo perché le leggi sull’esportazione sono talmente stringenti da rendere poco concorrenziale il sistema del mercato d’arte in Italia rispetto a quello dei paesi stranieri. Un eccessivo controllo, che tiene insieme la poltrona in vimini della nonna e il dipinto del Cinquecento, fa sì che un americano che voglia comprare la famosa poltrona in vimini sia costretto ad aspettare più di cento giorni per sapere se può portarla a casa o meno: e questo fa sì che non solo il grande mercato d’arte, ma anche il piccolo e piccolissimo mercato siano completamente penalizzati.

E questa situazione chiaramente ha dei riflessi importanti sul mercato...
Sì, ha dei riflessi importanti sul mercato, e direi anche sulla proprietà privata, che nel nostro Stato dovrebbe essere un concetto da tutelare, nel senso che chiunque abbia un oggetto di proprietà dovrebbe disporne liberamente, mentre adesso non può, e questo non solo per casi eccezionali ma anche per opere minori, per oggetti d’arredo, ceramiche, piatti... tutto viene sottoposto agli uffici esportazione, senza una scelta di cosa sia veramente importante e cosa no. La proposta che va in Parlamento è una mediazione tra una domanda degli operatori del mercato e quello che potremmo definire un giusto equilibrio, una giusta esigenza di tutela. Le soglie di valore richieste erano molto più alte, in linea con le soglie di valore europee... qui si è arrivati ai 13.500 euro. Per quanto riguarda le soglie temporali, si passerebbe dai 50 ai 70 anni: la richiesta era di 100 anni. Ribadisco: si tratta di una mediazione. Il Ministro ha quindi ragione nell’indicare la riforma come una scelta propria, perché non si tratta della richiesta degli operatori del settore, ma di una mediazione politica, e trovo giusto che lo sia, perché è la politica che deve decidere su questi temi. E questo è un tema politico, nel senso più alto della parola.

I 13.500 euro comunque rappresentano un valore di mercato e non un valore assoluto: potrebbero esserci opere storicamente importanti che abbiano un valore di mercato inferiore a tale cifra, e in questo modo potrebbero uscire beni importanti, dotati di un valore storico e culturale per il nostro patrimonio...
Ripeto: la soglia dei 13.500 euro è molto bassa, e la richiesta era circa dieci volte maggiore. Aggiungo che se devo commentare tutte le voci che ho letto, e anche alcuni dei nomi che ho visto nella raccolta di firme contro la legge, direi che contestare la legge partendo dallo status quo è come vedere il dettaglio e non l’insieme. Il dettaglio sta nel fatto che, intanto, chi contesta questa legge spesso ha una scarsissima conoscenza del mercato. Chi osserva il mercato e conosce anche le collezioni private, in realtà sa che non ci sono sono grandi capolavori a rischio di uscita dall’Italia. Seconda cosa: c’è un problema di concezione del patrimonio. Io li definisco “sovranisti”, sovranisti alla Sgarbi, che sostiene Trump, l’uscita dall’euro e coerentemente il protezionismo anche nella circolazione delle opere d’arte, sono sovranisti non meno dei leghisti, per esempio, e promuovono l’idea di concentrare qualunque cosa entro i confini dello Stato italiano, prescindendo dai contesti, che sarebbero il vero elemento di tutela. Io credo che la legge debba occuparsi di tutelare i contesti storici, non l’opera d’arte in quanto tale: se un dipinto del Pontormo (nonostante il Pontormo sia un grandissimo artista) non ha precisi legami col suo contesto o con la situazione a cui l’opera è collegata storicamente, perché non deve poter lasciare il territorio italiano? Perché un’opera di Magnasco può essere a Bari e non a Zurigo? Qual è la differenza geografica? È comunque un’opera fuori contesto. Il contesto è legato allo specifico luogo per il quale l’opera d’arte è stata creata. Una pala d’altare non può essere staccata dall’altare in cui è collocata, e su questo siamo tutti d’accordo. Ma se una natura morta del Seicento sta nella villa di un signore di Piacenza o parte per Brindisi, non cambia niente: è già fuori dal suo contesto, quindi in quel momento l’opera può tranquillamente circolare senza problemi. Mi pare, insomma, che i contrari abbiano una visione reazionaria, una visione dei “patrii confini”. La legge del 1939 è stata scritta da fior di giuristi, ma eravamo in un’Italia profondamente diversa, molto più povera, un anno dopo le leggi razziali, era un’Italia contro tutti. Penso che oggi l’Italia sia un paese di grandi collezionisti, di grandi compratori, quindi ci sono esigenze totalmente diverse. La legge non dev’essere vista come un qualcosa di immodificabile: la legge segue le esigenze della società. Soprattutto quando parliamo di una legge sui beni culturali. Intendiamoci: io ho votato “No” al referendum del 4 dicembre, ma lì erano in gioco dei valori molto più importanti. Qui si tratta di modificare leggermente l’impostazione della legge sull’esportazione: a fronte di un paventato pericolo di uscita di chissà quali opere (che in realtà non ci sono), io vedo un pericolo molto più grande, ovvero la scomparsa del mercato dell’arte in Italia. E questo comporta gravi conseguenze: senza contare il fatto che chi lavora nel mercato dell’arte è un lavoratore che va tutelato secondo l’articolo 1 della Costituzione, possiamo anche solo evidenziare che il mercato dell’arte in Italia sostiene la storia dell’arte. L’Associazione degli Antiquari d’Italia, per esempio, sostiene la Fondazione Federico Zeri, sostiene gli studi di storia dell’arte, sostiene i restauri. I restauratori italiani, che sono tra i più bravi al mondo, ormai devono rivolgersi all’estero perché in Italia è tutto fermo. Gli stessi mercanti d’arte italiani aprono sedi all’estero perché ci sono leggi più facili, quindi è importante che il mercato dell’arte in Italia continui a essere florido, che la Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze rappresenti uno dei punti apicali del sistema dell’arte mondiale. Chi firma contro questa riforma dovrebbe sapere queste cose, prima di guardare solo una parte del tutto.

Si dice anche che la riforma potrebbe addirittura far aumentare le dimensioni del nostro patrimonio, perché una crescita del patrimonio nazionale sarebbe legata a un collezionismo privato forte, ben strutturato, e non imbrigliato in maglie troppo strette...
Lo penso anche io. All’estero il sistema del mercato è visto con grande favore. Se pensiamo a cos’è stato il recente Salon du Dessin a Parigi, dove esiste questo rapporto virtuoso tra mercanti d’arte e musei francesi grandi e piccoli, tutti legati da un unico progetto (e la Francia ha il sistema più vicino al nostro), oppure se pensiamo all’Inghilterra con le sue case d’asta e con le sue “Old Master Weeks”, ci rendiamo conto di cosa voglia dire aiutare il sistema del mercato: da sempre, storicamente, mercato e opere d’arte vanno insieme. Paolucci mi diceva che durante la guerra fredda i suoi colleghi d’oltre cortina dichiaravano la propria invidia per il mondo occidentale, dove il mercato dell’arte sosteneva gli studi di storia dell’arte. Tutti possono capirlo guardando gli studi che sono stati fatti grazie a un mercato florido. Quindi secondo me il sistema va aiutato e incentivato. Tra l’altro chi lavora nel mercato dell’arte oggi ha un’età relativamente bassa, ci sono figli e nipoti di antiquari che prendono in mano questo lavoro tra grandi difficoltà. Ripeto: non vedo grandi pericoli o problemi, oppure grandi capolavori in uscita... vedo invece grandi manovre per reprimere il sistema dell’arte. Qua a Milano addirittura si è arrivati a notificare auto d’epoca. Spesso si sente dire che la percentuale, sul totale, di opere che vengono notificate, è una percentuale risibile: ma in questo caso non conta la quantità, conta la qualità. Qualche anno fa è stata vincolata una coppia di vedute del Canaletto. Canaletto è un caso tipico: deve rimanere in Italia? Ha un collegamento col contesto? Sì e no, nel senso che molte vedute di Venezia del Canaletto sono state fatte per nobili inglesi e sono poi tornate in Italia in anni molto recenti. L’aver vincolato due vedute di Canaletto della Collezione Alemagna fa sì che chiunque oggi abbia una Canaletto in casa non lo venderà mai: questo è bloccare la proprietà privata, è bloccare il libero uso che qualcuno può fare di un bene. In questo caso non si salva e non si tutela alcunché, è solo un blocco patrimoniale. Chi accusa il fatto che le soglie di valore siano una visione puramente patrimoniale dell’opera d’arte, in realtà quando pensa alla coppia di Canaletto, opera proprio una valutazione puramente economica, perché non può guardare al contesto. Quando sento questi strepiti per l’allungamento dai cinquanta ai settant’anni mi viene da pensare che Giorgio Morandi sarebbe stato felicissimo se le sue opere fossero finite in giro per il mondo... perché è un’arte nata per il mercato. Non è un affresco di Giotto... sono mondi completamente diversi. L’arte degli ultimi cento anni è nata per il mercato, è destinata alla circolazione.

Canaletto, Venezia, veduta del Canal Grande da Santa Croce verso gli Scalzi
Canaletto, Venezia, veduta del Canal Grande da Santa Croce verso gli Scalzi (1735-1742 circa; olio su tela, 47 x 78 cm; Collezione privata). È uno dei due dipinti della coppia della Collezione Alemagna.

Comunque, anche col sistema attuale, l’Italia non impedisce l’uscita di beni culturali, e questo è palese... il caso più clamoroso per esempio è la Danae di Orazio Gentileschi uscita nel 1975, ma comunque i dati dicono che nel 2015, a fronte di 12.588 richieste di libera circolazione, gli attestati rilasciati sono stati 12.300. Era quindi davvero necessario allentare i vincoli oppure bastava, per esempio, aumentare il personale degli uffici esportazione che come sappiamo è ridotto all’osso, oppure ancora agevolare il lavoro delle Soprintendenze in qualche altro modo?
Sulla percentuale degli attestati, come detto, conta la qualità: se si bloccano opere molto significative, quelle poi fanno da modello. Se qualcuno ha in casa un dipinto di Fontana e sa che un altro dipinto di Fontana è stato notificato, tende a tenerlo nascosto. Oppure lo vende sotto banco. Da sempre il proibizionismo rende più facile il commercio sotterraneo. Ripeto: non vedo grandi problemi. Credo ci siano solo grandi pregiudizi in ciò che ho letto e credo che ci sia proprio un’ideologia sovranista che vede i patrii confini come un vincolo invalicabile. Però, ecco, siamo in Europa: dovremmo cercare di rendere più unito il sistema europeo non partendo dallo status quo, ma andando oltre. Ovviamente credo che sarà difficile arrivare in tempi rapidi a un ministro della difesa europeo o a un ministro dell’economia europeo, però ecco un ministro della cultura europea sarebbe davvero un passo da fare nella costruzione dell’identità europea, perché se c’è una cosa che ci identifica è proprio la cultura.

Orazio Gentileschi, Danae
Orazio Gentileschi, Danae (1623 circa; olio su tela, 161,3 cm x 226,7 cm; Los Angeles, J. Paul Getty Museum). Anticamente nelle collezioni della nobile famiglia Sauli di Genova, è rimasta agli eredi fino al 1975, quando è uscita dall’Italia ed è stata acquistata da un collezionista londinese. Oggi è al Getty Museum che l’ha acquistata nel 2016).

Una stima della Tefaf calcola che, sul mercato globale dei beni culturali, l’Italia detiene una quota di appena l’1%, contro per esempio il 20% del Regno Unito che però ha un regime di regolamentazione più aperto, per esempio il documento che equivale alla nostra autocertificazione là vale per i dipinti al di sotto delle 180.000 sterline, contro i 13.500 euro che, come abbiamo abbondantemente ricordato, saranno introdotti dal ddl. Dopo la riforma dobbiamo aspettarci una sorta di “decollo” tra virgolette del mercato italiano, oppure la strada è ancora lunga in questo senso?
È ancora lunga nel senso che ci sono anche altri problemi, per esempio problemi di tassazione, e poi comunque credo quello introdotto dalla riforma sia solo un piccolo “respiro”, perché si passa dai 50 ai 70 anni... tra 30 anni saremo di nuovo daccapo. Bisognerebbe intanto, secondo me, formare diversamente, fare nuove assunzioni nei beni culturali, rendere più stringente l’interesse da parte degli uffici esportazione verso le opere da conservare per il patrimonio, dotare il ministero di fondi per acquisti. Comunque intendiamoci: io penso che i nostri musei non abbiano bisogno di grandi acquisti, i musei italiani contengono già praticamente tutto. Il nostro patrimonio è molto ramificato, la caratteristica del nostro patrimonio è che non si trova solo nei musei, di conseguenza per conoscere la pittura lombarda si deve andare a Treviglio, si deve vedere la Cappella Portinari... non ci si può limitare solo ai musei. Poi, come detto, bisognerebbe che le persone che lavorano negli uffici esportazioni fossero adeguatamente formate, ma non solo: bisognerebbe che guadagnassero di più. Nelle Soprintendenze si guadagna troppo poco, e se si guadagna poco non si hanno i soldi per viaggiare, per girare, per documentarsi, per comprare libri, per conoscere. E poi occorrerebbe, ribadisco, dotare i musei di fondi per poter fare acquisizioni eventuali, in casi molto rari: noi abbiamo già sostanzialmente tutto in Italia. Potrebbe essere una considerazione molto dura, ma direi che ogni singolo dipinto che c’è alla Galleria Borghese o alla Galleria Doria Pamphilj sia più importante di tutto quello che è presente sul mercato a Maastricht (salvo eccezioni): bisogna quindi concentrarsi sulla tutela e sulla promozione di quello che già abbiamo, piuttosto che mettere i bastoni tra le ruote a chi cerca di vendere opere d’arte anche importanti, ma non fondmentali per il patrimonio artistico nazionale. Bisogna, secondo me, tutelare i contesti: la parola “contesti” dovrebbe entrare nella legislazione perché secondo me è questo il vero punto della questione.

Chiudiamo con una riflessione rapida su un argomento sollevato da chi è contrario alla riforma. Si teme che le nuove norme possano, in qualche modo, andare contro l’articolo 9 della Costituzione...
Beh, l’articolo 9 vale quanto l’articolo 1. In questo momento stiamo perdendo molti posti di lavoro nel sistema del mercato dei beni culturali, basta vedere la quantità di persone che anche io conosco e che aprono gallerie all’estero. C’è una perdita di posti di lavoro rilevante. Io penso che noi tuteliamo la cultura e i beni culturali meno di quanto facciano i nostri colleghi all’estero, per esempio in Francia, in Germania o nel Regno Unito, paesi che hanno una legislazione più aperta rispetto alla nostra. Il vero problema, oggi, è tenere insieme le due esigenze di tutela e libera circolazione delle merci, delle idee, delle persone, delle opere d’arte. L’opera d’arte è una produzione culturale ed è importante che circoli. Io valuto positivamente l’idea che un quadro di Fontana circoli in Europa, perché sarebbe una crescita culturale per tutti. Nel recente incontro che c’è stato a Firenze sul tema è intervenuto il direttore della National Gallery, Gabriele Finaldi, che ha ricordato ovviamente che la legge inglese è diversa dalla nostra, ma ha anche detto una cosa che mi è piaciuta molto, ovvero ha ricordato che il sistema inglese si regge su quattro punti che costituiscono la base su cui si fonda la legge inglese sull’esportazione. Sono questi: la tutela degli interessi del singolo che vuole vendere l’opera, la tutela degli interessi di chi compera l’opera, la tutela degli interessi dello Stato in quanto patrimonio pubblico che può o meno perdere un bene culturale, e la tutela dell’immagine del paese, in questo caso della Gran Bretagna quale mercato d’arte. Il senso è che se si blocca o si cerca di legare una vendita che ha un’importanza relativa, in quel modo si danneggia l’immagine che l’Inghilterra ha come patria del mercato d’arte, ed è una posizione liberale molto importante perché effettivamente l’acquirente sa che in quel posto può comprare un’opera d’arte, è tutelato, lo Stato non lo blocca. E questo è un vantaggio che l’Inghilterra ha rispetto a molti altri paesi. Perché Maastricht è questo luogo così importante per il mercato d’arte? Perché c’è una tassazione corretta, perché il pubblico può andare a comprare liberamente. Però quanto è più bello per uno straniero venire a Firenze a comprare alla Biennale di Palazzo Corsini? Quanto è più bello per Firenze e per gli antiquari che sono lì ormai da decenni fare rete e mettere in comune un valore che è veramente importante per la cultura italiana? Secondo me ciò che non si perde allargando queste maglie si perde invece lasciando com’è la situazione attuale, perché ci sono posti di lavoro e conoscenze che si vanno perdendo, ormai questo dura da molti anni. Facciamo sì che la cosa non si perda del tutto.


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Federico Giannini

L'autore di questo articolo: Federico Giannini

Giornalista d'arte, nato a Massa nel 1986, laureato a Pisa nel 2010. Ho fondato Finestre sull'Arte con Ilaria Baratta. Oltre che su queste pagine, scrivo su Art e Dossier e su Left. Seguimi su Twitter:

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