Vicenza inaugura la nuova mostra sul gioiello italiano, dal V secolo a.C. al XXI secolo


Il Museo del Gioiello riapre con ”Gioiello – Italia. Materia Tecnica Arte. Tra Antico e Moderno", curata da Paola Venturelli. Oltre 150 opere da 13 Musei e Fondazioni raccontano due millenni di storia orafa fino al 2027.

Il Museo del Gioiello di Vicenza ha riaperto al pubblico con una nuova esposizione dal titolo Gioiello – Italia. Materia Tecnica Arte. Tra Antico e Moderno, curata da Paola Venturelli, studiosa di fama internazionale. La mostra, visitabile fino alla fine del 2027, propone un racconto della storia del gioiello italiano dall’età del ferro fino ai primi anni del XXI secolo, con oltre 150 opere provenienti da tredici Musei e Fondazioni. L’allestimento, ospitato all’interno della Basilica Palladiana, Patrimonio Mondiale dell’UNESCO dal 1994, segna l’inizio di un nuovo ciclo espositivo per la struttura, primo in Italia e tra i pochi al mondo dedicati esclusivamente all’arte orafa. Il percorso si sviluppa in sei sale articolate in undici tappe cronologiche e tematiche. Tra i manufatti esposti figurano gioielli singoli, parure, oggetti d’uso come borsette e trousse, contenitori preziosi, oltre a tre dipinti e due ceramiche apule databili tra il 330 e il 310 a.C. I materiali variano dall’oro al corallo, dalle pietre dure al vetro, dal micromosaico alle gemme, fino a materiali non convenzionali, mentre le tecniche di lavorazione mostrano la capacità dei maestri orafi italiani di coniugare artigianalità, inventiva e innovazione. Esempi di raffinata tecnica si rintracciano, per esempio, nella granulazione etrusca reinterpretata in opere del secondo Novecento, dimostrando continuità tra tradizione e sperimentazione.

“La mostra biennale 2025-2027 nasce da una straordinaria collaborazione con musei e fondazioni di tutta Italia, in particolare con i musei di Vicenza, instaurando un dialogo profondo con la città e il territorio”, sottolinea Paola Venturelli, curatrice del Museo del Gioiello. “Il percorso espositivo, scandito in undici tappe cronologiche e tematiche, vuole raccontare l’eccellenza del gioiello italiano. Circa 150 opere, dalla storia antica fino alle creazioni contemporanee, mettono in luce materiali, tecniche e saperi artigianali che costituiscono un elemento fondamentale della nostra cultura materiale. Vogliamo comunicare che il gioiello è molto più di un ornamento: è memoria, narrazione e ponte tra passato, presente e futuro”.

Manifattura veneta (probabilmente dell’area vicentina), Collare ex voto con pendente raffigurante lo stemma della famiglia Caldogno (Fine del XVI sec., inizi del XVII sec.;1604 (pendente); oro, smalti, pietre dure, paste vitree, 45,5 cm; Lonigo - Parrocchia della Madonna dei Miracoli). Il prezioso collare rappresenta un’offerta votiva al santuario della Madonna dei Miracoli di Lonigo (Vi). Donatori nel 1604 furono Marcantonio e Scipione Caldogno, come dichiarato dall’iscrizione in caratteri capitali sul pendente, messa a circondare lo stemma di questa nobile famiglia, una delle più antiche di Vicenza. Il corallo unisce l’Italia da Nord a Sud, con centri di pesca, lavorazione e commercio in Liguria, Sicilia, Campania, Toscana, Sardegna, e nelle aree del grande turismo (Abruzzo e basso Lazio). Agli inizi dell’Ottocento emerge Torre del Greco, in Campania. Passando dalla raccolta alla manifattura conquista presto mercati internazionali.
Manifattura veneta (probabilmente dell’area vicentina), Collare ex voto con pendente raffigurante lo stemma della famiglia Caldogno (Fine del XVI sec., inizi del XVII sec.;1604 (pendente); oro, smalti, pietre dure, paste vitree, 45,5 cm; Lonigo - Parrocchia della Madonna dei Miracoli). Il prezioso collare rappresenta un’offerta votiva al santuario della Madonna dei Miracoli di Lonigo (VI). Donatori nel 1604 furono Marcantonio e Scipione Caldogno, come dichiarato dall’iscrizione in caratteri capitali sul pendente, messa a circondare lo stemma di questa nobile famiglia, una delle più antiche di Vicenza. Il corallo unisce l’Italia da Nord a Sud, con centri di pesca, lavorazione e commercio in Liguria, Sicilia, Campania, Toscana, Sardegna, e nelle aree del grande turismo (Abruzzo e basso Lazio). Agli inizi dell’Ottocento emerge Torre del Greco, in Campania. Passando dalla raccolta alla manifattura conquista presto mercati internazionali.
Manifattura vesuviana (coralli), Wilhelm Kleiberg, San Pietroburgo (montatura), Parure composta da collana, orecchini, spilla e ornamento da acconciatura con cammei in corallo raffiguranti busti femminili (1840; corallo, oro; Torre del Greco, Collezione museale Antonino De Simone). I coralli che la compongono vennero probabilmente acquistati in area vesuviana per essere poi montati nel 1840 dal gioielliere Wilhelm Kleiberg, operante a San Pietroburgo, seguendo una pratica che coinvolge anche orefici francesi, inglesi e nordeuropei.
Manifattura vesuviana (coralli), Wilhelm Kleiberg, San Pietroburgo (montatura), Parure composta da collana, orecchini, spilla e ornamento da acconciatura con cammei in corallo raffiguranti busti femminili (1840; corallo, oro; Torre del Greco, Collezione museale Antonino De Simone). I coralli che la compongono vennero probabilmente acquistati in area vesuviana per essere poi montati nel 1840 dal gioielliere Wilhelm Kleiberg, operante a San Pietroburgo, seguendo una pratica che coinvolge anche orefici francesi, inglesi e nordeuropei.

“Il Museo del Gioiello”, dice Michela Amenduni, direttore gestionale del Museo del Gioiello, “nasce con l’obiettivo di valorizzare la tradizione orafa di eccellenza del distretto produttivo vicentino, e con questa una delle più alte espressioni del Made in Italy, unendo tradizione e innovazione, memoria e contemporaneità. Attraverso le opere e le tecniche della nuova esposizione, grazie alle collaborazioni con prestigiose istituzioni culturali, musei e fondazioni attivate con lungimiranza da Paola Venturelli, riusciamo a rappresentare la ricchezza culturale e simbolica del gioiello. Vogliamo che sia un Museo accessibile a tutti, aperto al dialogo con il territorio e con designer, artigiani, aziende, studiosi e appassionati di tutte le età, capace di coinvolgere anche attraverso la ricca proposta di laboratori, attività per le scuole e incontri a tema”.

“Con questa mostra che inaugura un nuovo ciclo espositivo esaltando l’eccezionalità della creatività italiana e l’arte orafa vicentina”, continua Ilaria Fantin, assessore alla cultura, al turismo e all’attrattività della città del Comune di Vicenza, “il Museo del Gioiello rappresenta per la Basilica Palladiana uno straordinario valore aggiunto, proprio alla vigilia delle festività natalizie nelle quali il monumento palladiano, con l’esposizione di Olimpichetto e la proiezione di un nuovo spettacolo di suoni e luci, diventerà il cuore delle iniziative culturali della città”.

Manifattura italiana, Corona votiva con tre cammei raffiguranti due busti di imperatori e un ritratto muliebre (XVI sec; oro, gemme, perle, cammei, 11,5 x 16,5 (diametro) cm; Vicenza, Museo Diocesano “Pietro G. Nonis”)
Manifattura italiana, Corona votiva con tre cammei raffiguranti due busti di imperatori e un ritratto muliebre (XVI sec; oro, gemme, perle, cammei, 11,5 x 16,5 (diametro) cm; Vicenza, Museo Diocesano “Pietro G. Nonis”)
Edgardo Mannucci, Collana (1957; oro, 5x42 cm; Fabriano, Fondazione Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana). Nell’ultima sala, la sezione Icone, presenta opere di Edgardo Mannucci (1904–1986), scultoreorafo legato all’Informale, capostipite della ‘Scuola delle Marche’. Porta nel metallo la logica del gesto e della materia: colature controllate, superfici corrose, innesti che metabolizzano il caso. Il gioiello è un piccolo evento plastico. Realizza nel 1957 questa strepitosa collana, unico gioiello in oro zecchino della sua produzione.
Edgardo Mannucci, Collana (1957; oro, 5x42 cm; Fabriano, Fondazione Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana). Nell’ultima sala, la sezione Icone, presenta opere di Edgardo Mannucci (1904–1986), scultoreorafo legato all’Informale, capostipite della ‘Scuola delle Marche’. Porta nel metallo la logica del gesto e della materia: colature controllate, superfici corrose, innesti che metabolizzano il caso. Il gioiello è un piccolo evento plastico. Realizza nel 1957 questa strepitosa collana, unico gioiello in oro zecchino della sua produzione.
Manifattura attribuibile all’area di Melfi, Ferma trecce (V a.C.; oro, 3,4x 5,9 (diametro) cm, 3,2x 5,9 (dimetro) cm; Mefi, Museo Archeologico Nazionale “Massimo Pallottino”). Sicuramente fabbricati in loco, sono costituiti da elementi di forma cilindrica in lamina d’oro, con una cornice saldata a una estremità, a creare un ampio bordo orizzontale. I capelli erano avvolti attorno alla parte cilindrica, lasciando in vista il cerchio. Provengono da Chiuchiari, sulle colline di Melfi (Pz), importante area di etnia daunia, con sepolture di grande rilievo. Nello stesso scatto anche: Officina del Pittore di Baltimora, Vaso Lebes gamikos apulo a figure rosse (330-310 a.C.; argilla modellata al tornio, decorazione con la tecnica a figure rosse; 16,5 (diametro) x 8,5 x 7 (diametro) cm; collezione Intesa Sanpaolo, inv. 441).  Le raffigurazioni sui due lati del vaso sono da leggere insieme in una sorta di scena continua. Una fanciulla seduta su una roccia si consacra a Eros attraverso lo scambio di doni: porge al dio offerte poste su un grande piatto e una corona, mentre tra le dita stringe un serto vegetale. Eros ricambia con una grande cassetta porta cosmetici e gioielli e uno specchio funzionali a farsi bella e seducente; la foglia d’edera che stringe tra le dita della mano destra rimanda ai culti di Dioniso a cui ci si affidava nella speranza di vita nell’Aldilà. Eros, dotato di grandi ali, è rappresentato come un giovane ermafrodito, immagine sintetica dell’unione tra uomo e donna: è adorno di una ricca parure, condivisa anche dalla donna, a cui si aggiungono una collana portata a bandoliera e armille sulla coscia. Il dio nell’incontro amoroso realizza la sua dynamis e il suo potere generativo. Il carattere della scena trova perfetta corrispondenza nella forma del lebes gamikos vaso usato per i bagni rituali della sposa. Manifattura tarantina, Collana con vaghi e chiusura (IV-III sec a.C.; oro, 18 cm; Taranto, Museo Archeologico Nazionale MarTA) Appartiene al tipo a vaghi tubolari e biconici, un genere notevolmente attestato in età ellenistica, ma scarsamente documentato a Taranto, centro tra i principali della Magna Grecia che emerge per la produzione di pregiati manufatti aurei. Semplici e poco numerose, le collane reperite localmente sono spesso corte, dovendo non circondare il collo ma essere applicate direttamente sull’abito. Sia queste sia le vere collane, hanno la parte più curata nella chiusura, che ricadeva sul petto.
Manifattura attribuibile all’area di Melfi, Ferma trecce (V a.C.; oro, 3,4x 5,9 (diametro) cm, 3,2x 5,9 (dimetro) cm; Mefi, Museo Archeologico Nazionale “Massimo Pallottino”). Sicuramente fabbricati in loco, sono costituiti da elementi di forma cilindrica in lamina d’oro, con una cornice saldata a una estremità, a creare un ampio bordo orizzontale. I capelli erano avvolti attorno alla parte cilindrica, lasciando in vista il cerchio. Provengono da Chiuchiari, sulle colline di Melfi (Pz), importante area di etnia daunia, con sepolture di grande rilievo. Nello stesso scatto anche: Officina del Pittore di Baltimora, Vaso Lebes gamikos apulo a figure rosse (330-310 a.C.; argilla modellata al tornio, decorazione con la tecnica a figure rosse; 16,5 (diametro) x 8,5 x 7 (diametro) cm; collezione Intesa Sanpaolo, inv. 441). Le raffigurazioni sui due lati del vaso sono da leggere insieme in una sorta di scena continua. Una fanciulla seduta su una roccia si consacra a Eros attraverso lo scambio di doni: porge al dio offerte poste su un grande piatto e una corona, mentre tra le dita stringe un serto vegetale. Eros ricambia con una grande cassetta porta cosmetici e gioielli e uno specchio funzionali a farsi bella e seducente; la foglia d’edera che stringe tra le dita della mano destra rimanda ai culti di Dioniso a cui ci si affidava nella speranza di vita nell’Aldilà. Eros, dotato di grandi ali, è rappresentato come un giovane ermafrodito, immagine sintetica dell’unione tra uomo e donna: è adorno di una ricca parure, condivisa anche dalla donna, a cui si aggiungono una collana portata a bandoliera e armille sulla coscia. Il dio nell’incontro amoroso realizza la sua dynamis e il suo potere generativo. Il carattere della scena trova perfetta corrispondenza nella forma del lebes gamikos vaso usato per i bagni rituali della sposa. Manifattura tarantina, Collana con vaghi e chiusura (IV-III sec a.C.; oro, 18 cm; Taranto, Museo Archeologico Nazionale MarTA). Appartiene al tipo a vaghi tubolari e biconici, un genere notevolmente attestato in età ellenistica, ma scarsamente documentato a Taranto, centro tra i principali della Magna Grecia che emerge per la produzione di pregiati manufatti aurei. Semplici e poco numerose, le collane reperite localmente sono spesso corte, dovendo non circondare il collo ma essere applicate direttamente sull’abito. Sia queste sia le vere collane, hanno la parte più curata nella chiusura, che ricadeva sul petto.

Il dialogo tra arte orafa e arti figurative costituisce un elemento costante dell’esposizione. Le pitture murali pompeiane influenzano i maestri del corallo, mentre un busto colossale di Giove Serapide dei Musei Vaticani, risalente al II-III secolo d.C., trova eco in una spilla in pietra lavica. La pianta della villa palladiana “La Rotonda ispira un pendente, mentre i cammei in conchiglia richiamano gli intagli di Antonio Pichler e Antonio Berini e un cammeo in diaspro sanguigno viene attribuito a Valerio Belli, celebre orafo rinascimentale vicentino. Due sezioni speciali arricchiscono la mostra. La prima, intitolata Vicenza. Tra Antico e Moderno, raccoglie opere importanti per la storia orafa del territorio, tra cui un anello e una crocetta longobarda, una corona votiva d’oro con gemme e cammei mai esposta prima e un collare gemmato con pendente offerto nel 1604 dalla famiglia Caldogno. La seconda, Gioiello d’Artista – Gioiello d’Autore, indaga le contaminazioni tra arte contemporanea e gioielleria, dal Futurismo all’Arte Cinetica, con opere di artisti legati alla Scuola di Padova e delle Marche. Schizzi, disegni e prototipi documentano il passaggio dal progetto al manufatto, mettendo in luce il valore del processo creativo.

Al piano terra, una piccola sezione è dedicata all’artigianalità e all’innovazione. Vi sono esposti madreforme e modelli di bracciali, catene e ciondoli dell’azienda Angelo Tovo di Creazzo, chiusa nel 2005 dopo circa cinquant’anni di attività, specializzata nella costruzione di stampi e trance per le fabbriche orafe del territorio. La sezione sottolinea l’importanza di conservare conoscenze tecniche e capacità manuali che hanno contribuito a rendere Vicenza un centro di eccellenza per l’oreficeria. L’esposizione Gioiello – Italia. Materia Tecnica Arte. Tra Antico e Moderno rappresenta quindi un’opportunità unica per osservare come il gioiello italiano, attraverso materiali, tecniche e forme, abbia saputo adattarsi, evolvere e dialogare con altre arti nel corso di oltre duemila anni.

Informazioni sulla mostra

Titolo mostraGioiello – Italia. Materia Tecnica Arte. Tra Antico e Moderno
CittàVicenza
SedeMuseo del Gioiello
DateDal 28/11/2025
CuratoriPaola Venturelli
TemiArte antica, arte e gioielli, Gioiello

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