L'abbazia benedettina di Santa Maria di Moie, la perla del romanico delle Marche


Alla scoperta dell'abbazia benedettina di Santa Maria di Moie (Ancona), perla del romanico delle Marche, uno dei principali monumenti dell'area.

L’abbazia benedettina di Santa Maria di Moie costituisce uno dei più interessanti esempi di romanico nella regione Marche e si trova nell’omonima cittadina in provincia di Ancona (fig.1), collocata in una posizione strategica perché vicino la strada che collega l’Umbria con la costa adriatica attraverso la valle dell’Esino. Nel 1923 la chiesa viene dichiarata monumento nazionale. L’abbazia fu fondata probabilmente nell’XI secolo da componenti o parenti degli Attoni-Alberici-Gozoni come monastero privato: questa famiglia dominava a quel tempo tutte le Marche centrali e cercava di consolidare la propria potenza politica ed economica attraverso la fondazione di monasteri privati nei luoghi più strategici della regione (erano stati già costruiti San Vittore delle Chiuse nel comune di Genga e probabilmente Santa Croce dei Conti di Sassoferrato, realtà con cui ne condivideva la tipologia costruttiva). La valle attorno alla chiesa era inoltre una zona decisamente fertile con vigneti e campi coltivati con olivi e fichi e poco distante ad una zona boscosa chiamata Silva Carpineta e ad un ponte che attraversava il fiume Esino, che nel Medioevo costituì il confine conteso da Longobardi e Bizantini.

La prima notizia certa dell’abbazia è del 1201, quando viene ricordato per la prima volta l’abate di Santa Maria Guido Simonis (di Simone) come firmatario del contratto con la quale i Signori (Tommaso, Mollaro con i figli del defunto Tebaldo, Lebedano e Roberto) del Castrum Mollie che si trovava ad occidente dell’Abbazia si sottomettono al comune di Jesi. Nota a partire dal 1219 come Molie S. Mariae plani, rimarrà così fino al XIV: il nome molie denota la geografia del territorio paludoso che si estendeva lungo l’Esino fino al XIII secolo e invece planum indica la pianura come sito dell’abbazia. Nei secoli XI e XII l’Abbazia ottenne significative donazioni come emerge dal catasto del 1295 fatto fare dal Vescovo diocesano Leonardo (165 ettari e 4 mulini): notevolmente importante era il tributo della decima pagato nel 1299 alla Chiesa romana, che era superata solo da poche altre istituzioni. Nel 1400 le proprietà del monastero raddoppiarono rispetto a quelli del XIII secolo: nonostante questo momento di prosperità, tra il XIV secolo e XV secolo, come accadrà per altre abbazie, Santa Maria delle Moie accuserà una progressiva riduzione delle vocazioni monastiche che culminerà tra il 1456 e il 1464 col trasferimento dei beni dell’abbazia al Capitolo della Cattedrale di Jesi. Il vescovo Marco Agrippa Dandini (1599 - 1603) il 1° gennaio del 1600 eleverà l’abbazia a parrocchia, rimanendo sotto il Capitolo della Cattedrale di Jesi fino al Concilio Vaticano II.

Dopo aver trattato le date riguardanti la fondazione dell’abbazia a noi note, è necessario analizzarla anche dal punto di vista architettonico: nelle Marche centrali, nell’arco di cento anni (XI-XII secolo), si sviluppa un’interessante tipologia di pianta a croce greca iscritta, condivisa da diverse chiese: San Claudio al Chienti, San Vittore delle Chiuse, Santa Croce dei Conti di Sassoferrato. La chiesa con una pianta a croce greca iscritta (fig. 2) venne costruita con pietre squadrate di arenaria giallastra e di media grandezza, divisa in tre navate composte ognuna da tre campate rette da quattro pilastri cruciformi. L’interno della chiesa è di notevole interesse e quasi in penombra.

La navata centrale è leggermente più alta, cuspidata e triabsidata nel lato orientale, soluzione che ne aumenta l’aspetto longitudinale, mentre internamente presenta una volta a botte spezzata rispetto alle laterali che hanno volte a crociera (fig.3). Alcuni studiosi come Pacini, Favole e Piva sostengono che la volta a botte spezzata sia stata realizzata successivamente, probabilmente in seguito ad un crollo; mentre Hildegard Sahler è a favore di un progetto unitario della chiesa (quindi progettata in origine diversa dalle laterali). L’aspetto pseudo-basilicale è reso grazie ai bassi muri divisori della navata centrale (fig. 8) che ostacolano lo sguardo verso le altre navate, alla scarsa illuminazione ma anche dalla disposizione delle absidi. Dotata di cinque absidi, tre sono nel lato orientale differenti per altezza e grandezza e affiancate da contrafforti di forma triangolare. Sono prive di decorazione e dotate di una piccola monofora (figg.3,4). Le due absidi presenti nel lato nord e nel lato sud sono fiancheggiate da contrafforti di forma rettangolare, anche queste dotate di una monofora ma diversamente dalle precedenti hanno una decorazione di travertino bianco (fig.1,5). Ricca la decorazione composta da coppie di lesene semicilindriche su una base a toro, con piccoli capitelli senza decorazione, sorreggono qui gli archetti pensili.

Figura 1. Veduta nord-est dell'abbazia di Santa Maria delle Moie
Figura 1. Veduta nord-est dell’abbazia di Santa Maria delle Moie


Figura 2. Pianta del complesso monastico con indicazione delle fasi di costruzione. Disegno di H. Sahler, F. Mancini 1991 / Piergini, Badiali 1989
Figura 2. Pianta del complesso monastico con indicazione delle fasi di costruzione. Disegno di H. Sahler, F. Mancini 1991 / Piergini, Badiali 1989


Figura 4. Veduta della chiesa da est
Figura 4. Veduta della chiesa da est


Figura 5. Veduta della chiesa da sud, foto di Alberto Monti
Figura 5. Veduta della chiesa da sud, foto di Alberto Monti

La decorazione del lato nord e del lato sud sono differenti: nel lato nord il fregio decorativo si trova nell’abside, sotto la grondaia della navata centrale e laterale (fig.1) mentre nel lato sud si trova solo sull’abside e sulla navata laterale (fig. 5). L’abbazia presenta anche un corpo occidentale in perfetto collegamento con l’aula trinavale: questa parte è quella che sicuramente ha subito i cambiamenti più profondi. La parte meglio conservata è quella inferiore, suddivisa in tre zone da lesene larghe e piatte, mentre la parte superiore a due piani è in laterizio (fig.6), si accede alla chiesa attraverso una campata aperta verso l’esterno con arco a tutto sesto.

Il portale è dotato di una strombatura a colonne e gradinate, decorato con intrecci di foglie e fiori (fig.7). Attraverso la campata si può accedere al lato nord con una scala a chiocciola che conduce alla torre campanaria abbastanza bassa con aperture ad arco a tutto sesto, mentre nella parte sud del corpo occidentale la stanza è voltata a crociera.

Internamente nell’abside laterale verso sud (fig.9) è presente una pittura murale del XVI secolo raffigurante sant’Antonio Abate, che fa supporre un secondo altare a lui dedicato. Il santo è vestito con abiti episcopali e siede su un trono affiancato da due colonne, con la mano sinistra regge il pastorale mentre la mano destra benedice. A sinistra e destra dei suoi piedi sono rappresentati i committenti, una donna e forse due vescovi; sullo sfondo si riconoscono delle palme isolate, una campana, un piccolo maiale nero ed un bue. Purtroppo non è leggibile l’iscrizione che corre lungo il bordo ornamentale inferiore.

Collocato sopra l’altare principale un crocifisso del XVIII secolo (fig. 8), mentre una tavola rappresentante Maria col Bambino realizzata da un pittore anonimo nel XVIII-XIX secolo è collocata nell’abside sud orientale (fig.10). La Madonna della Misericordia è molto venerata nella Vallesina e nelle Marche, e ciò è testimoniato dal fatto che ne esistono svariate riproduzioni. Per quanto riguarda quella di Santa Maria delle Moie, la Sahler afferma che presenta assonanze con l’opera di Giuseppe Azzi realizzata nel 1755 per la chiesa di San Pietro Apostolo di Jesi, e la stessa studiosa evidenzia anche forte affinità con un’opera di Luca Cranach il Vecchio conservata Innsbruck.

Figura 6. Veduta lato occidentale della Chiesa
Figura 6. Veduta lato occidentale della Chiesa


Figura 7. Campata d'ingresso della chiesa, foto di Alberto Monti
Figura 7. Campata d’ingresso della chiesa, foto di Alberto Monti


Figura 8. Interno della chiesa: navata centrale, fonte sito www.viaggiesorrisi.com
Figura 8. Interno della chiesa: navata centrale, fonte sito www.viaggiesorrisi.com


Figura 9. Pittura murale collocata nell'abside laterale sud, foto di Alberto Monti
Figura 9. Pittura murale collocata nell’abside laterale sud, foto di Alberto Monti


Figura 10. Anonimo,  Madonna della Misericordia, XVIII-XIX secolo, fonte: sito rivista Italia medievale
Figura 10. Anonimo, Madonna della Misericordia, XVIII-XIX secolo, fonte: sito rivista Italia medievale

Sempre Hildegard Sahler ha effettuato approfonditi studi per provare a capire quale fosse l’aspetto originario dell’abbazia e le modifiche fatte nei secoli successivi attraverso delle rappresentazione grafiche (figg. 3,11,12,13,16). Sebbene la pianta si sia quasi mantenuta nella sua forma originaria, il corpo occidentale come già detto in precedenza è quello che ha visto i maggiori cambiamenti; si ritiene che la facciata medievale (fig.11) avesse due torri quadrate corrispondenti alle navate laterali, non alte più di tre piani. Il loro aspetto era uguale a quello della torre di San Babila a Milano (fig.14): sotto la grondaia correva forse un fregio ad archetti pensili teso tra le lesene angolari. È da supporre un altro fregio nel passaggio verso il piano superiore; quest’ultimo aveva forse aperture a bifora. Una finestra simile si trovava nella parte centrale della facciata. Come terminazione della facciata si può ricostruire una cuspide simile a quella orientale, forse abbellito da un fregio ad archetti pensili.

La parte nord-occidentale è dotata di una torre scalaria dalla quale si arrivava al matroneo e da questo al primo piano della torre meridionale, il cui piano superiore era raggiungibile per mezzo di una scala a pioli. Le caratteristiche dell’alzato di Santa Maria di Moie (pseudo basilica e facciata a doppia torre) hanno importanti modelli nella regione: per la pseudo basilica l’allora chiesa abbaziale di Santa Maria di Portonovo presso Ancona (fig.15). >La facciata a doppia torre è di derivazione “farfesca” e ricorda la Cattedrale di Bobbio (fig. 16) e quella in San Giacomo a Como. Questi modelli permettono di datare la costruzione dell’abbazia ai primi decenni del XII secolo.

Inoltre Santa Maria, come le altre chiese del gruppo a croce greca iscritta, non ha sopra le volte travi portanti ma gli spazi intermedi sono riempiti con calcinacci, sopra i quali poggiano i coppi. Per il modello della volta a botte acuta le maestranze che lavorarono a Moie guardarono la navata centrale della chiesa di Sant’Urbano all’Esinante, tipologia che si diffuse nelle Marche e in Umbria. Concludendo l’analisi delle caratteristiche della pianta, emergono perciò gli influssi dell’architettura germanica e francese mediata attraverso l’esempio di Farfa, e probabilmente anche la presenza di maestranze lombarde che nella nostra regione compaiono a partire dal XII secolo. La studiosa H. Sahler accenna a qualche apporto lombardo come ad esempio nella decorazione esterna dell’abbazia, ma, sostiene che le maestranze erano marchigiane e avevano lavorato nei cantieri di Sant’Urbano, San Vittore, Santa Croce dei Conti.

Figura 11. Ricostruzione della facciata occidentale della chiesa romanica, disegno di H. Sahler 1991
Figura 11. Ricostruzione della facciata occidentale della chiesa romanica, disegno di H. Sahler 1991


Figura 12. Prospetto nord della chiesa con indicazione delle fasi di costruzione, disegno di H. Sahler 1991 su disegno di Piergini, Badiali 1989
Figura 12. Prospetto nord della chiesa con indicazione delle fasi di costruzione, disegno di H. Sahler 1991 su disegno di Piergini, Badiali 1989


Figura 13. Sezione longitudinale sud con indicazione delle fasi di costruzione, disegno di H. Sahler, F. Mancini 1991
Figura 13. Sezione longitudinale sud con indicazione delle fasi di costruzione, disegno di H. Sahler, F. Mancini 1991


Figura 14. Chiesa di San Babila di Milano. Ph. Credit Paolo Bon
Figura 14. Chiesa di San Babila di Milano. Ph. Credit Paolo Bon


Figura 15. Abbazia di Santa Maria di Portonovo, foto di Alberto Monti
Figura 15. Abbazia di Santa Maria di Portonovo, foto di Alberto Monti


Figura 16. Cattedrale di Bobbio
Figura 16. Cattedrale di Bobbio

Per quanto riguarda gli edifici conventuali, tutti gli studiosi sono concordi nel sostenere che vennero costruiti al termine della costruzione della chiesa, probabilmente dopo la distruzione del castello di Moie avvenuto nel 1305 a causa dalla guerra tra Fabriano e Jesi. Questi edifici, nel corso del tempo, in gran parte vennero distrutti, è rimasta solo una stanza con volta a botte in laterizio costruita all’angolo sud-est della chiesa (figg. 17,19). Si accedeva a questo vano attraverso una porta con arco a pieno sesto che conduceva ad una ripida scala ad una stanza con volta a crociera che forse era l’antica sala capitolare, da questa stanza si aprono tre passaggi oggi chiusi che collegavano con le costruzioni adiacenti, forse vie di fuga. Il chiostro dell’abbazia di Santa Maria di Moie era a tre ali, una accorpata al lato sud della chiesa e l’atra ala era la continuazione del corpo occidentale verso sud. Gli ultimi restauri risalgono al 2010.

Dopo aver ampiamente descritto l’aspetto dell’abbazia in epoca medievale è necessario trattare anche delle modifiche e dei restauri effettuati in epoche successive: il primo restauro certo è del XVI secolo ma è doveroso accennare ciò che viene sostenuto da alcuni studiosi, ovvero che l’attuale navata centrale non sia quella progettata in origine. Se tale affermazione viene ritenuta veritiera si deve retrodatare il primo restauro al XII-XIII secolo. Nella facciata e poco sopra l’arco di ingresso si legge un’epigrafe latina posta nel punto di passaggio dalla muratura al laterizio, che attesta che il canonico Girolamo I Isiler (sindaco del capitolo dei Canonici di Jesi e protonotario apostolico) fece restaurare la chiesa seguendo le orme di suo zio Tommaso durante il papato di Clemente VII nel 1524 (fig.6). Questo restauro fu necessario probabilmente dopo un crollo del corpo occidentale e venne sfruttato per ricavarne al piano alto un’abitazione di un sacerdote (rappresentante del Capitolo della cattedrale di Jesi). I lavori saranno successivi al passaggio dei terreni al Capitolo della Cattedrale di Jesi: venne chiusa l’apertura del matroneo mentre nell’ultimo piano del corpo occidentale, su ambedue i lati dello spigolo del muro nord-ovest, e furono aperti degli archi a tutto sesto che fanno pensare a una loggia, elemento diffuso nelle case rurali della mezzadria.

A settentrione fu aggiunto un campaniletto. Il corpo occidentale venne articolato in tre piani. Dei due superiori cinquecenteschi, il primo aveva una lunga sala a botte, il secondo una serie di ambienti compresa la loggia citata. I due piani alti vennero restaurati nel XVIII secolo. Ricordiamo che in questo secolo vengono fatti degli importanti lavori di restauro dal vescovo Ghislieri che probabilmente, grazie alla sua devozione mariana, farà realizzare una tela raffigurante la Nascita della Vergine Maria e attualmente esposta al Museo diocesano di Jesi. Tra il 1640 e il 1650 la chiesa venne a trovarsi in uno stato di degrado avanzato probabilmente in seguito alle ripetute inondazioni dell’Esino, e nel XVIII secolo la chiesa fu modernizzata in gusto barocco anche in seguito al pericolo di crollo denunciato dal vescovo Fonseca in visita pastorale. Si denuncia infatti lo stato degradato e pericolante delle pareti e delle volte vicino all’altare maggiore. Tre anni dopo (1755) le acque dell’Esino distruggono la comunella (granaio del Capitolo).

Nel 1788 i lavori avviati dal vescovo Fonseca di Jesi hanno riguardato l’inversione dell’ingresso, che precedentemente si doveva trovare dove attualmente c è l’altare maggiore, murando di fatto l’attuale l’ingresso. Motivo dell’inversione secondo la Sahler era la sistemazione della pala dedicata alla Natività della Vergine, ora al Diocesano. Insieme viene anche restaurato l’altare.

Tra il 1883 e il 1886 vennero fatti ulteriori lavori: l’abside orientale centrale venne sostituita da un muro diritto con un modesto portale barocco (fig. 3). Davanti al portale centrale si trovava l’altare maggiore e il muro venne chiuso. Fu riscoperto solo per caso da uno studioso, Gustavo Bevilacqua, che scrisse un saggio sulla chiesa. La campata un tempo di ingresso era stata trasformata in sagrestia, per raggiungerla si apriva una porta al piano terra della torre scalaria ed una per entrare nel vano sud ovest, oltre ad una porta nella parete sud dello stesso. Le navate laterali furono munite di grandi finestre. Venne inoltre chiusa la loggia e aggiunta una scala come ingresso all’abitazione nel lato sud (fig.5).

Figura 17. Veduta lato sud-orientale  della chiesa, foto di Alberto Monti
Figura 17. Veduta lato sud-orientale della chiesa, foto di Alberto Monti


Figura 18. Facciata occidentale con indicazione delle fasi di costruzione, disegno di H.Sahler, F. Mancini 1991
Figura 18. Facciata occidentale con indicazione delle fasi di costruzione, disegno di H.Sahler, F. Mancini 1991


Figura 19. Sezione longitudinale del convento con indicazione delle fasi di costruzione, disegno H.Sahler, F. Mancini 1991
Figura 19. Sezione longitudinale del convento con indicazione delle fasi di costruzione, disegno H.Sahler, F. Mancini 1991

Decisamente più impegnativo il restauro del 1919-1924, iniziato dal soprintendente Bocci e proseguito da Luigi Serra. Quest’ultimo iniziò eliminando le aggiunte settecentesche nell’ottica del ritorno alle origini, gli intonaci moderni e ricostruì gli elementi medievali anche dove non erano più conservati, fece imitare la muratura medievale, ricostruì l’abside centrale e parte delle due ad esse contigue, parte degli archetti pensili e parte delle pareti della navata centrale (figg. 3,4).

Il progetto del Serra era molto ampio ma non venne completamente realizzato: venne restaurato e integrato l’alzato, venne completata la decorazione del lato nord, furono ricostruite le finestre delle navate laterali, scoperta una porta a tutto sesto presente nella navata laterale sud, nel corpo occidentale è stato aperto il portale dopo aver spostato l’altare, l’architrave del portale danneggiato venne sistemato, il pavimento abbassato di 60 cm fino al livello originario dove compaiono le basi dei pilastri. In quest’occasione venne costruito un nuovo altare con tabernacolo nell’abside centrale (figg. 3,12,13,18).

L’intero restauro è stato problematico. Con l’abbassamento sono state trovate delle tombe. Purtroppo durante le varie fasi di restauro non è stato fatto nessuno scavo archeologico, perciò nulla si sa dell’eventuale edificio precedente e se vi erano altri altari. Nelle navate laterali la bicromia è presente solo negli archi delle absidi orientali, negli archi trasversali e nelle arcate che si trovano più a est. Nel 1988 vennero poi rinnovate le coperture della chiesa e le finestre della facciata riparate con mattoni moderni. L’ambone venne eseguito in pietra calcarea e vi fu apposto un rilievo in bronzo dal titolo Madonna della Missione nel 1966.

Gli ultimi interventi eseguiti nell’Abbazia risalgono al periodo immediatamente successivo al terremoto del 1997 che causò alcuni danni. Si provvide al miglioramento antisismico con l’inserimento di tiranti nel primo e secondo solaio del corpo occidentale e nel campanile (fig.1). Altre zone furono riparate elettrico. Altri lavori furono terminati nel 2004 anche in seguito ad un incendio nell’abside sinistra rispetto all’ingresso e si è cercato di riportare l’architettura romantica alla sua essenzialità.

Bibliografia

  • Hildegard Sahler, L’abbazia benedettina di Santa Maria delle Moje. Arte sacra nell’abbazia di Moje, un viaggio tra culto e cultura, Jesi, 2010
  • Hildegard Sahler, San Claudio al Chienti e le chiese romaniche a croce greca iscritta nelle Marche, Edizioni Lamusa, Ascoli Piceno, 2006, pp. 133-154, pp. 186-195
  • Paolo Piva, Marche romaniche, Milano, 2003, pp. 12-23, pp. 83-85
  • Alvise Cherubini, Arte medievale nella Vallesina. Una nuova lettura, Ancona, 2001, pp.85-92
  • Hildegard Sahler, L’abbazia benedettina di Santa Maria di Moie, Comune di Moie , 1995
  • Serra Luigi, Chiese romaniche delle Marche: II. La chiesa de “Le Moje” in Rassegna Marchigiana delle Arti Figurative, le Bellezze Naturali, la Musica, vol. 2, 1923-24, pp. 149-155
  • Gustavo Bevilacqua, Cenni architettonici sulla Chiesa di S. Maria delle Moje presso Jesi, in Nuova Rivista Misena, vol. 2, 1889, pp. 231-234

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